Il compleanno senza sorrisi di Maastricht

IMG_8436.PNG

-di VALENTINA BOMBARDIERI-

Oggi il trattato di Maastricht compie 23 anni. Nel 1993 venne accolto con grande entusiasmo, l’adesione all’Euro era considerata quasi un’utopia. Il primo ministro, Romano Prodi e il ministro del tesoro, Carlo Azelio Ciampi, riuscirono qualche anno più tardi a realizzare un’impresa che nell’Italia piegata nel ’92 da una pesantissima crisi monetaria, appariva impossibile.

Ventitré anni dopo però qualcosa è cambiato. La moneta unica non ha prodotto un’Europa unita. L’Europa “non come luogo, ma come idea” di Bernard- Henry Levy sembra vicina al tracollo. Quella che doveva essere una comunità di Stati in grado di superare la perenne conflittualità degli anni e dei secoli precedenti che tante tragedie aveva prodotto trasformando il continente in un grande campo di battaglia e, in alcuni casi, di sterminio, si è nemmeno troppo lentamente trasformata in una unione di burocrazie occhiute al servizio della globalizzazione selvaggia e feroce, legata a doppio filo alle esigenze e agli interessi rapaci e prevaricatori di ristrette e facilmente individuabili élite economico-finanziarie.

Un’Europa che consegna il primato delle decisioni ai burocrati emarginando coloro che eletti siedono in Parlamento, mentre il governo viene schiacciato dal peso dei leader più potenti, dal connubio Merkel-Hollande (con il secondo utilizzato come predellino senza potere né autorevolezza). Come diceva Daniel Faucher: “L’Europa è troppo grande per essere unita ma è troppo piccola per essere divisa. Il suo doppio destino è tutto qui”. Un destino simile, guarda caso, a quello della Germania secondo un giudizio di Henry Kissinger e riferito da Timothy Garton Ash: “Troppo grande per obbedire, troppo piccola per comandare”. Soprattutto un sogno che rischia di diventare un incubo stritolato nel cappio del dilemma proposto da Thomas Mann: “Una Germania europea o una Europa tedesca”. Sta prevalendo la seconda e probabilmente il grande scrittore non sarebbe per nulla contento ricordando i danni che nell’ultimo secolo e mezzo le ambizioni a germanizzare il continente hanno prodotto.

La nuova Europa del 1993 avrebbe dovuto assicurare “uno sviluppo armonioso ed equilibrato delle attività economiche nell’insieme della Comunità”, “alti livelli di occupazione e di protezione sociale”, “il miglioramento del tenore e della qualità della vita” delle persone, un “elevato grado di convergenza dei risultati economici”, perfino la “solidarietà tra gli stati membri”. Di questi grandi obiettivi resta solo la polvere delle dichiarazioni ufficiali, l’assordante riproposizione di sacri principi che fuori dalla ritualità vengono utilizzati come carta straccia, i diktat dei potenti imposti ai meno forti come principi di una dottrina da accettare senza battere ciglio e da non sottoporre a verifiche.

Con il passare degli anni, compleanno dopo compleanno, l’Unione Europea ha assunto caratteristiche e dimensioni sempre più antidemocratiche (forse anche per questo con i suoi esponenti di punta come la Merkel, manifesta maggiore dimestichezza nelle trattative con Erdogan, un signore che sta soffocando a colpi di arresti la libertà di stampa, fondamentale in democrazia, e in quelle con Orban che della solidarietà non sa che farsene preferendo i muri e i referendum taroccati a suo uso e consumo), oligarchiche e burocratiche. Una concezione che ha allontanato sempre di più i cittadini europei (dovevano essere i veri protagonisti nelle idealità dei pionieri come Spinelli, Rossi e Colorni) dall’idea comunitaria.

Quella di oggi è un’Europa senz’anima. Anzi, la sta vendendo al diavolo favorendo i successi elettorali degli euroscettici. D’altro canto, Vincenzo Emanuele, ricercatore del Cise Luiss, e il politologo Roberto D’Alimonte non hanno dubbi: “Gli euroscettici prendono voti in Europa proprio contro l’Europa”. A onor del vero, una realtà quasi lapalissiana: per coglierla non occorrono sforzi sovrumani.

Sono partiti di estrema destra e di estrema sinistra, senza distinzione. Apparentemente. In realtà le differenze ci sono e riguardano le ragioni: di tipo nazionalistico (e xenofobo) nel primo caso; socio-economiche (la critica al mercato e alla globalizzazione) nel secondo (a qualcuno piace fare confusione, ma Syriza della prima ora e Podemos e anche il Movimento 5 stelle non solo la stessa cosa dell’Afd).

Dopo il referendum in Gran Bretagna che ha segnato l’uscita dall’Unione Europea i partiti cosiddetti euroscettici sono aumentati a vista d’occhio (in fondo Brexit è stato il trionfo dell’Ukip all’epoca guidata da Nigel Farage e della trasformazione populistica ed euroscettica dei conservatori ad opera di Boris Johnson premiato con la poltrona di ministro degli esteri di Sua Maestà).

Il Front National di Marine Le Pen in Francia miete successi e si candida a conquistare l’Eliseo (impresa che non riuscì al padre; dovrebbe essere stoppata anche lei ma i tempi sono comunque cambiati e l’ “appello repubblicano” alle armi regge meno che nel passato); il Freedom Part di Hans Christian Strache e la Bzo dell’ex governatore della Carinzia, Jorg Heider, in Austria. E poi il Partito delle libertà (Pvv) di Geert Wilders in Olanda; la Nuova alleanza Fiamminga (Nva) di Bart de Wever in Belgio; l’Afd di Frauke Petry che ha mollato notevoli sganassoni alla Merkel nel segreto dell’urna (ma ora i sondaggi danno Frau Angela in recupero). In Italia ci sono naturalmente la Lega Nord e Fratelli d’Italia.

Accomunati nella critica all’Europa “cieca, sorda e muta”, crescono in contesti diversi. Statistiche alla mano in Francia gli euroscettici sono circa il 61%; in Austria il 49,7% ma hanno raddoppiato i voti rispetto al 2013 quando rappresentavano il 20,5%; in Olanda sono passati dal 28% delle elezioni politiche del 2010 al 42,5% del 2012; in Grecia è stato toccato il picco del 71% e obiettivamente qualche ragione ce l’hanno pure visto che Bruxelles con il conforto di Fmi e Bce, li ha praticamente ridotti in mutande.

Non è un caso che laddove la crisi ha colpito più duramente, l’euroscetticismo abbia assunto caratteri di sinistra: ad Atene con Syriza guidata da Alexis Tsipras e Varoufakis (l’azione di governo ha poi provocato il divorzio riducendo enormemente il consenso nei confronti dell’attuale premier), così come in Spagna dove Podemos è ormai a una manciata di voti dal Psoe e, in parte (e con moltissime contraddizioni e occhieggiamenti da parte di Grillo nei confronti delle tematiche di destra), anche il Movimento 5 Stelle. Partiti la cui ragione sociale iniziale era l’uscita dall’Euro:è il caso dell’Afd in Germania, del Danish People’s in Danimarca e anche del Movimento 5 stelle in Italia che condivideva il progetto con la Lega Nord.

Ma sono veramente euroscettici? Più probabilmente sono eurodelusi. Lo dicono i sondaggi, l’ultimo elaborato da Ipsos Acri ma lo sottolineano anche personaggi insospettabili come Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia. Renzi stesso, che sembrava avere il capo chino con la Merkel e Hollande, ora si infastidisce con gli euroburocrati che mettono sotto accusa la nostra legge di bilancio. L’Europa in ventitré anni è cresciuta. Forse troppo. Forse ha imbarcato stati che in realtà erano alla ricerca più che di radici storico-culturali di un nuovo ombrello protettivo dopo gli anni trascorsi forzatamente sotto quello dell’impero sovietico: una maniera per mettere un cuneo definitivo rispetto a quel non rimpianto passato, raffozato dall’adesione alla Nato. Perché è evidente che bisogna porsi degli interrogativi sull’idea di “comunità europea” accarezzata, ad esempio, da quelle capitali che si raccolgono nel gruppo di Visegrad e cioè Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia. Che tipo di relazione si può creare tra Orbàn, le sue pulsioni autoritarie e “autosufficienti” e la dichiarazione che rilasciava Robert Shuman nel 1950, davanti a un panorama ancora carico di macerie: “l’Europa non potrà farsi da sola, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto solidarietà di fatto”. Esattamente quelle che i quattro di Visegrad non sono disposte a dare. E, allora, cosa resta dell’Europa tra stati che si arroccano e altri, come la Gran Bretagna, che fuggono? E cosa resta di Mastricht?

Valentina Bombardieri

Rispondi