Addio a Tina Anselmi, partigiana e politica appassionata

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È scomparsa a ottantanove anni. È scomparsa laddove era nata, a Castelfranco Veneto. Con Tina Anselmi il Paese ha perso un pezzo (uno dei migliori) della sua storia. Una donna forte e combattiva, che ha dato un contributo notevole all’affermazione della presenza femminile sulla scena pubblica. Perché le Boschi e le Madia di oggi le devono molto, tanto, più di quanto loro stesse non possano credere. Antifascista, staffetta partigiana, presidente della Commissione P2 che portò alla luce i meandri nascosti di un paese che con i misteri del potere ha sempre (in taluni casi pure piacevolmente) convissuto, è stata la prima donna a ricoprire un ruolo di governo: ministro del lavoro e della previdenza sociale nel 1976. Era il primo governo di solidarietà nazionale, guidato dall’inaffondabile democristiano Giulio Andreotti (erano compagni di partito, “amici” come si definivano in pubblico ma su posizioni decisamente diverse: l’Anselmi era attestata sull’ala sinistra del partito). Ci piace ricordarla con questa intervista che nell’aprile del 2005 rilasciò a “Mosaico di pace”, rivista mensile di Pax Christi. Racconta la sua esperienza di partigiana, la sua contrarietà a mettere sullo stesso piano chi combatté per la libertà del paese e chi si schierò al servizio delle truppe naziste di occupazione macchiandosi di orribili crimini (una posizione molto diffusa ovviamente a destra ma sostenuta anche da insospettabili esponenti di sinistra come Luciano Violante) e parla anche di Costituzione e di revisione della carta fondamentale (all’epoca ci si stava cimentando il governo di Silvio Berlusconi con il contributo fattivo di un improbabile costituente come il secessionista da diporto Umberto Bossi, ministro delle riforme).

“La Resistenza è la nostra storia, non deformatela”*

Onorevole Anselmi, cosa vuol dire oggi celebrare il 25 aprile? Cosa pensa, ad esempio, delle proposte di equiparazione giuridica tra combattenti della Repubblica Sociale e partigiani?

Dobbiamo riflettere su cosa vogliamo introdurre in questa che chiamiamo celebrazione. Nel nostro Paese ci sono sintomi poco incoraggianti. Alcuni ritornano alla Resistenza non per approfondirne le ragioni ma, purtroppo, per rimetterne in discussione la legittimità. Che cosa vogliamo introdurre in questa ricorrenza? Vogliamo seppellirne le ragioni? Qualcuno cerca di rileggere la storia non riportando alla verità i fatti (indiscutibili). Quello che preoccupa o, almeno, mi preoccupa in questo momento è il tentativo di ridefinire la storia senza voler dare autenticità ai fatti. Studiamo bene la storia, ridiscutiamola pure, ma senza demolire quello che attraverso la Resistenza è accaduto. Pochi anni fa non si immaginava succedesse quello che si sta verificando per responsabilità istituzionali. Qualcuno dice che ci può essere vera unità nazionale se si arriva a equiparare i combattenti di una parte con i combattenti dell’altra parte. Questa non è verità storica. Questo è deformare ciò che la storia è stata. Non è certo questo il modo per riscoprire il valore della Resistenza. Qualcuno vuol parlare della Resistenza per toglierle significato, per ridurla a una pagina come altre perdendo di vista, quindi, non solo i fatti nella loro globalità ma anche il senso della storia. A sessant’anni dalla fine della guerra di liberazione, chi non ha vissuto le pagine che abbiamo vissuto noi rischia di deformare le vicende. Nella Resistenza non c’erano solo i fatti d’arme. Così come non ci sono state solo le violenze degli uni contro gli altri, il volto della vendetta, degli eccidi. Occorre leggerla bene. C’è bisogno di una rilettura globale per approfondire la storia tutta intera.

È possibile dire che la lotta partigiana è stata una forma di testimonianza cristiana? Che anche lei è stata “ribelle per amore”?

Sì certo ma l’inizio è stato molto concreto e pratico. Eravamo spinti da una necessità vitale. Non è che io abbia detto, a 17 anni, “adesso voglio fare la guerra ai nazisti”. Abbiamo detto: “Facciamo scappare i ragazzi che sono stati fatti prigionieri, liberiamoli”. Molti di noi pensavano: “Se non finisce la guerra e l’occupazione, il nostro Paese sarà distrutto, la nostra gente non troverà pace”. Allora, paradossalmente, possiamo dire che la nostra guerra era basata sulla forza della pace, che abbiamo combattuto per cancellare la guerra. Non facevamo grandi ragionamenti. In noi, più che l’istinto della ribellione prevaleva l’istinto o la volontà della sopravvivenza. Nel vedere gli ufficiali abbandonare i soldati al loro destino, i giovani scappare dalle caserme, quelli che avevano famiglia al di là del Po tentare una via di salvezza, quelli che non avevano famiglia al di là del Po cercare di rifugiarsi nelle famiglie contadine, presso la gente che non poteva vivere fino a quando i tedeschi erano alleati coi fascisti (o, meglio, i fascisti alleati coi tedeschi), molti di noi pensavano che, finché durava questa alleanza, esistesse un rischio di morte per tutti e che, quindi, i nostri giovani dovevano sfidare la morte per sopravvivere.

C’è uno specifico femminile della Resistenza? È possibile dire che l’azione femminile nella Resistenza è stata, come oggi si dice, una forza non violenta, disarmata o disarmante?

Nella lotta della Resistenza concorrono tanti elementi. Ognuno ha partecipato con le sue ragioni. In primo luogo, posso ribadire che noi donne cercavamo, anzitutto, di garantire la sopravvivenza. Quando i nostri ufficiali hanno piantato in asso il nostro esercito senza dare ordini e indicazioni, molti ragazzi si sono dispersi nei campi allo sbaraglio totale. Abbiamo cercato di offrire loro le condizioni per nascondersi. Solo in un secondo momento nascondersi ha voluto dire individuare le persone disponibili a combattere con noi, coloro che andarono a costituire il primo nucleo organizzato della Resistenza. La necessità di armarsi è sorta perché la Germania era ormai in disfacimento e perché bisognava sopravvivere ai tedeschi ormai in fuga.

Combattenti o stragisti?

Un gruppo di senatori di Alleanza Nazionale ha presentato al Senato un progetto di legge che vorrebbe equiparare i repubblichini di Salò ai partigiani del Corpo Volontari della Libertà. L’articolo 1 del testo fa riferimento ai soldati, ai sottufficiali e agli ufficiali che prestarono servizio nella Repubblica Sociale dal 1943 al 1945, che dovrebbero essere considerati cobelligeranti, cioè combattenti. Voci di dissenso e protesta si sono levate dall’opposizione e dalle associazioni dei partigiani. “Sta per andare in discussione al Senato un disegno di legge che vuole equiparare al rango di cobelligeranti i militari del cosiddetto Esercito di Salò. Tale proposta – si legge sul portale dell’ANPI – è particolarmente subdola non solo per l’offesa che rivolge direttamente a tutti coloro che allora scelsero la via del riscatto nazionale, della difesa armata della democrazia e della libertà in Italia o che furono, a diverso titolo, deportati nei campi di concentramento e di sterminio, ma soprattutto perché tende a minare le radici stesse della nostra vita repubblicana”.

Insomma, i reduci della battaglia partigiana non ci stanno ad essere “messi sullo stesso piano degli stragisti”. “Tra la vittima e il carnefice vi è una differenza abissale. Insuperabile – si legge ancora nell’appello – mettere sullo stesso piano le bande di armati che a diverso segno operarono nella Repubblica sociale italiana quale supporto logistico e militare al disegno stragista dell’esercito tedesco e delle SS in Italia con chi si opponeva, nel nome degli ideali di giustizia e libertà, alla barbarie nazifascista, significa riscrivere in modo distorto e antistorico, tutto l’arco dei sessanta anni che ci dividono da quei tempi” . In secondo luogo, vorrei osservare che molte donne, proprio perché donne, sono state vittime di violenze dirette, efferate. Si fa fatica a raccontarle. Ho ricordi terribili di umiliazioni, di torture, di sevizie cui sono state sottoposte molte donne. A Padova, a Palazzo Giusti, c’era la banda Carità, c’erano personaggi strani, alcuni famosi, spinti da inimmaginabile ferocia. In terzo luogo, vorrei dire che molte storie di donne sono ancora sconosciute. Molte non vogliono parlare, sono troppo timide. È difficile convincerle a raccontare. Nel libro sulle donne cattoliche che ho curato comincia ad affiorare la ricchezza infinita dell’azione femminile.

Durante la resistenza era già orientata politicamente?

Dopo l’8 settembre 1943 abbiamo avuto un comandante intelligente. Ci diceva: finché siamo in guerra dobbiamo rimanere sempre uniti. Poi, chiunque potrà fare le sue scelte politiche. Subito dopo la guerra c’era molto da ricostruire e ricucire (c’erano stati episodi atroci anche da parte di alcuni partigiani, dalle foibe sul confine orientale ad altre vicende raccontate da studiosi e giornalisti seri). In ogni caso, non bisogna mai perdere le ragioni di fondo della nostra lotta. Progressivamente, ho appreso il significato della politica. Oggi, ovviamente, la lotta politica può essere solo nonviolenta. Ho capito l’importanza dei partiti come strumenti di vita democratica. Una parte del Paese non lo capisce o non vuole capirlo.

Recentemente Scalfaro e Prodi hanno lanciato l’“allarme democrazia” (distruzione della Costituzione, rischio di regime, dittatura del governo o della maggioranza). Esagerano? Cosa pensa della la revisione in atto della Costituzione?

Vede quei libri in alto? Sono tutti gli Atti della Costituente. In quegli anni (‘45-’47) tutte le parti avevano portato il loro contributo. C’è stato un grande dibattito, espressione di un’alta politica. Oggi si vive con molta superficialità questo tentativo di modificare la Costituzione. Si sono mossi velocemente e confusamente, come se le modifiche fossero cosa dovuta, per rimettere tutto in discussione, per svilire le istituzioni democratiche. C’è da piangere! Quando penso a cosa hanno pagato i partigiani! Tanti giovani! Alle speranze e alle possibilità di costruire un Paese democratico! Non dico che oggi non ci siano possibilità. È possibile camminare. Però nell’insieme c’è da aver paura. Certo, non bisogna esasperare i toni ma nemmeno essere distratti, non voler capire le cause di quello che sta accadendo. Si è perso tempo prezioso. Tutti, anche noi, dobbiamo fare il mea culpa. È mancata una seria riflessione. Bisogna riflettere! Non tutto è perduto. Torno al valore della politica. La cosa che mi impressiona è che i partiti hanno perso da tempo il raccordo con la società civile. Non cercano legami reali. Non sanno collegare la società con le istituzioni. Fanno un discorso numerico, di convenienza elettorale e corporativa (io sto con gli artigiani, io con i commercianti, io con i coltivatori…). Manca una seria cultura politica. Sono un fatto contabile, cioè fanno la conta dei voti o degli “amici”. Fanno i loro balletti. Sembra che la società sia sparita, lontana. Occorre impedire che la crisi dei partiti diventi irreversibile. Occorre capacità di autoriforma.

*Intervista a “Mosaico di pace” mensile di Pax Christi, aprile 2005

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