Deflazione, puntare su salari e lavori pubblici

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-di SANDRO ROAZZI-

Ottobre con la deflazione. Secondo l’Istat si registra un -0,1% rispetto allo stesso mese del 2015 che porterebbe senza variazioni a chiudere l’anno con un misero -0,1%. Continua l’influenza “ballerina” dei prodotti energetici invischiati nella sorda lotta internazionale dei prezzi e non solo, ma se guardiamo all’inflazione di fondo depurata appunto del loro peso e di quelli dei prezzi alimentari stagionali la musica non cambia con uno striminzito 0,2%, quando a settembre lo 0,5% aveva fatto suonare a pieni polmoni le trombe della speranza per un troppo anticipato addio alla deriva deflazionistica.

I consumi, dunque, non rialzano la testa. E dire che il dato arriva dopo la diffusione delle linee di una manovra economica espansiva come poche mentre le litanie televisive degli esponenti della maggioranza (di solito 10 secondi di… magnificat a testa, sempre uguali, sempre… monotoni) inneggiano ad orizzonti positivi. Lo scarto, pur se non vogliamo prendere per oro colato le statistiche, non è per nulla lieve e dovrebbe suggerire una riflessione seria sulla poca credibilità degli annunci che scalfiscono appena le incertezze del momento.

Forse c’è anche una altra considerazione da fare: le misure soffrono della marcia di avvicinamento al referendum che rende ogni mossa apparentemente strumentale. E poi non si può sottovalutare il fatto che i segnali verso i ceti medi in sfarinamento continuo non sono tali da far rinascere l’ottimismo. Il nodo è sempre lo stesso: puntare nel breve periodo su inflazione da salari con il rinnovo dei contratti pubblici e privati. E ridare fiato alle opere pubbliche, il che dovrebbe avvenire purtroppo dopo le giornate tragiche delle scosse di terremoto in centro Italia.

Del resto basta osservare cosa avviene in Europa per capire che ci stiamo nuovamente posizionando come fanalino di coda della ripresa: l’inflazione si attesta sullo 0,5% in terreno positivo, pur se lontana ancora dalle dinamiche auspicate dalla Bce. Questo scenario ci condanna insomma ad altri mesi di limbo economico e sociale. Per ora il cambio di marcia auspicato non si vede, pur rimanendo a portata di mano di un Paese troppo distratto da dispute che sfumano in un lampo e che non coltiva opportunità e volontà che pur esistono.

 

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