Dario Fo, le accuse del figlio e la “sua” Italia

figlio

-di ANTONIO MAGLIE-

Il figlio di Dario Fo, Jacopo, ha usato parole severe contro coloro che “adesso” lo esaltano “dopo una vita che han fatto di tutto per censurarlo e colpirlo in tutti i modi”. E ancora: “Anche Milano che adesso lo celebra non gli ha mai voluto dare uno spazio”. Il dolore che un lutto inevitabilmente amplifica spesso si trasforma in amarezza o, peggio ancora, in rancore. Ma al di là dell’ipocrisia post mortem di cui le strade d’Italia sono lastricate, Jacopo si renderà conto, quando il dolore si tramuterà in malinconia, che in realtà suo padre dall’Italia a cui si rivolgeva più direttamente non è stato mai abbandonato e che la vera celebrazione consiste nel ricordo che come artista e intellettuale ha lasciato nella mente e nel cuore di tante persone anonime.

Fo è stato un artista beneficamente divisivo, lontano dal buonismo che si alimenta con la filosofia del “ma anche”. La sua Italia è quella di generazioni che hanno raggiunto l’età della consapevolezza e della ragione alla fine degli anni Sessanta e negli anni Settanta. Quei ragazzi li ha portati a teatro (aiutandoli anche con prezzi accessibili) e quando le poltroncine non erano sufficienti, li faceva sedere con le gambe incrociate a corona intorno a lui: non era il massimo della comodità, ma era sicuramente il momento più esaltante di una forma di rappresentazione vissuta come pratica liberatoria collettiva (qualcosa del genere la fece al festival dei poeti di Castel Porziano, Allen Ginsberg recitando un mantra). Era l’Italia che credeva seriamente di poter “seppellire con una risata” il bigottismo democristiano (e da questo punto di vista fa veramente impressione l’attuale “commosso cordoglio” di alcuni epigoni di quell’era geologica), il perbenismo borghese, l’italico “si fa ma non si dice”.
Molti erano bambini o appena ragazzi quando, nel ’62, decisero di cacciarlo da Canzonissima perché aveva deciso di parlare di un tema che nel Paese dei Balocchi del boom economico non si poteva nemmeno sfiorare con il semplice muto pensiero: le morti sul lavoro, quelle morti che vengono impropriamente definite “bianche” quasi per ingentilire la realtà dei fatti rappresentata da leggi inattuate o furbe pratiche di aggiramento (i voucher da questo punto di vista possono essere particolarmente utili). Chissà forse in quei bambini e in quei ragazzi restò inconsapevolmente traccia di quella ingiustizia, una traccia che ritrovarono anni dopo, quasi con istinto animalesco, nei movimenti (giovanili od operai che fossero) di contestazione e nell’uomo che meglio di altri interpretava, su un palcoscenico che annullava la distanza tra l’attore e lo spettatore rendendo unica e indissolubile la scena, quei bisogni più che di libertà, di trasformazione sociale e culturale di un Paese ancora troppo arretrato per poter essere considerato pienamente civile.

Quell’Italia non ha mai abbandonato Dario Fo e quando, per uno strano caso del destino al vertice della Rai arrivò un vero, illuminato “imprenditore culturale”, Paolo Grassi, gli tributò il giusto riconoscimento anche in termini di share televisivi garantendogli, al ritorno sul piccolo schermo, il risarcimento per quella ormai lontana “indegna cacciata”. I bambini e i ragazzi nel frattempo erano diventati adulti, insieme a lui e grazie a lui. Sì, certo forse l’Italia ufficiale, quella che ora si associa al lamento delle prefiche con puntualità per altri versi e in altri campi ignota, avrebbe potuto riconoscergli un ruolo politico che, in ogni caso, con il suo impegno civile, Dario Fo ha sempre svolto. Ma forse da fine intellettuale avrebbe più di altri fatto tesoro di quel che diceva lo storico Cassio Dione a proposito di Nerone e della confusione tra il ruolo di guitto e quello di politico così poco apprezzata nella Roma imperiale: “Indossando la maschera, egli deponeva la dignità dell’Impero per mendicare come uno schiavo fuggiasco, farsi guidare come un vecchio cieco, imitare una gestante”.
In ogni caso una cadrega lo avrebbe inevitabilmente schiacciato su una bandiera quando al contrario lui ha interpretato, nel tratto più grande della sua parabola, le inquietudini sociali e generazionali di una vasta massa di persone mosse da un bisogno di libertà in qualche misura anarcoide e quindi non militarizzabile organicamente all’ombra di un vessillo. Proprio quello che rischia di accadergli in morte, schiacciato sull’ultimo pezzo della sua lunga esperienza politica e di vita, usato per portare acqua a un mulino che per tanti versi non era il suo. Perché se è vero che, come dice il figlio, alcuni hanno scoperto in ritardo la grandezza del padre, altri, al contrario, sembrano averla scoperta anche troppo presto.

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