Quando il Nobel scatena le invidie

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-di ANTONIO MAGLIE-

Come accadde diciannove anni fa quando gli intellettuali che ritengono di produrre Cultura con la “C” maiuscola si risentirono per il Nobel assegnato a Dario Fo (salvo poi incensarlo pubblicamente post mortem), espressione di una cultura con la “c” minuscola, anche questa volta le vestali che presidiano il tempio della dea Minerva hanno inarcato il sopracciglio di fronte all’attribuzione dell’ambito premio (che, in ogni caso, non è la manifestazione di un giudizio divino) a Bob Dylan. Un premio, in fondo, è solo un premio, opinabile per definizione. Ma è veramente sorprendente l’animosità (seppur seminascosta dall’ironia) che alcuni di quegli intellettuali che usano i mezzi classici di espressione letteraria (narrativa, poesia) mettono tutte le volte che i giudici scandinavi decidono di scantonare e di stupire.

Ognuno di noi si porta a spasso delle passioni letterarie e musicali, a volte combinandole, a volte scombinandole. E, ovviamente, ognuno di noi è deluso per il fatto che il suo autore preferito o uno dei suoi autori preferiti, non sia stato ancora insignito del Premio Nobel, evento, peraltro, non rarissimo visto che la scelta riguarda un solo nome all’anno con la conseguenza che essendo il pianeta popolato da sette miliardi di persone avremo diverse centinaia di milioni di lettori più o meno assidui, delusi. Enrico Mentana, ad esempio, avrebbe voluto la santificazione di Philip Roth e non ha tutti i torti perché il fatto che sino ad ora non abbia ricevuto il Nobel corrisponde oggettivamente a una ingiustizia (il diretto interessato, peraltro, ha spesso parlato della cosa in tono divertito). Ma non è che sia più giusto il fatto che non lo abbia avuto un altro Roth, Henry, autore di un capolavoro del Novecento, “Chiamalo sonno”.

Così come non si capisce come mai i giudici scandinavi si siano dimenticati di uno tra i leader poetici della beat generation, Allen Ginsberg. E che dire di Jerome David Salinger, autore di un altro capolavoro del Novecento, “il giovane Holden”? Certo si potrebbe obiettare che ha scritto solo quel libro e si potrebbe controbiettare richiamando la prefazione di Italo Calvino alla seconda edizione del “Sentiero dei nidi di ragno” dove afferma che uno narratore in vita sua dovrebbe scrivere solo un libro, il primo, perché la tensione quasi mistica di quella esperienza non si ripeterà più. Forse è per questo che Salinger non si è ripetuto lasciandoci, al contempo, poche pagine che arricchiscono la mente ben più di quattro chiacchiere tra intellettuali-amici al bar. Si potrebbe continuare con l’elencazione. Ad esempio: qualcuno può affermare, dopo aver letto “l’amante” o un “divorzio tardivo” o “la sposa liberata”, che quel riconoscimento non lo meriti l’israeliano Abraham Yehoshua? E qualcuno poteva rimanere insensibile leggendo Marguerite Duras? E che dire della clamorosa occasione mancata dall’Accademia nei confronti di una grandissima come Marguerite Yourcenar (“Memorie di Adriano”, “L’opera la nero”, “Quoi? L’eternité”, eccetera).

Allo stesso tempo non si può negare che chi lo ha ricevuto abbia fatto la storia della letteratura. Chi lesse “Cent’anni di solitudine” al suo apparire, cioè ben prima dell’assegnazione del Nobel a Gabriel Garcia Marquez, ebbe immediatamente l’impressione di trovarsi di fronte a un romanzo di una potenza narrativa straordinaria e, soprattutto, nuova. Ma il medesimo colpo al cuore chi ama la letteratura lo avvertì leggendo “Opinioni di un clown” e “L’onore perduto di Katharina Blum” di Heinrich Boll o “Il tamburo di latta” di Gunther Grass.

Alessandro Baricco che, premetto, non rientra tra gli autori preferiti di chi scrive, ha celiato sostenendo che bisognerebbe assegnare il Grammy a Javier Marias perché la sua forma narrativa è estremamente musicale. Con tutto il rispetto, ma quella di Baricco è una battuta buona per i “social” ma se si intende fare una discussione seria sui mutamenti intervenuti nei decenni nei modi di espressione letteraria, allora bisognerebbe utilizzare altri e più seri argomenti. I versi di “ne me quitte pas” di Jacques Brel possono piacere o non piacere ma è indubbio che corrispondano a una forma poetica arricchita con la musica. Bob Dylan ha cantato (più ieri che oggi) gli umori, le sensazioni, i sentimenti di generazioni che attraverso quei versi si sono avvicinati in qualche maniera a una forma letteraria sempre meno frequentata (chiedere ai librai per credere), riconoscendola come tale e riconoscendosi nei contenuti. Molti anni fa lo storico Eric Hobsbawm scrisse un saggio (che poi inserì in un libro: “Gente non comune. Storie di uomini ai margini della storia”) in cui spiegava come il rock avesse cannibalizzato il jazz: il primo era figlio del secondo, ma più semplice e rapido. Conseguenza: il primo riempiva gli stadi, il secondo non andava oltre le cantine. Ma il fatto di amare il jazz non impedisce di considerare il rock uno stile musicale forte e coinvolgente, quindi un’evoluzione. Non si capisce allora perché mai gli esponenti della Cultura con la “C” maiuscola non debbano considerare certe espressioni musicali come momenti letterari. A meno che questa insofferenza non derivi da un semplice, umanissimo sentimento: l’invidia.

antoniomaglie

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