Riforma costituzionale (4): la democrazia diretta

MANOVRA: SENATO; AL VIA DISCUSSIONE GENERALE

In questo breve pezzo ci occuperemo di qualcosa che rappresenta una minima parte (2 articoli della Carta fondamentale) della riforma costituzionale che il prossimo 4 dicembre (sì, finalmente abbiamo una data) sarà sottoposta a referendum confermativo, ovvero degli istituti di democrazia diretta, strumenti importantissimi per il coinvolgimento dei cittadini nella gestione della cosa pubblica, ma negli ultimi vent’anni inesorabilmente in crisi e, per quanto riguarda le leggi di iniziativa popolare, mai sfruttati in tutte le loro potenzialità.
“Con la riforma, la democrazia italiana diverrà autenticamente partecipativa”, si legge sul sito che raccoglie le ragioni del sì al referendum (http://www.bastaunsi.it/le-ragioni-del-si/).

E, se fosse vero, sarebbe una bellissima notizia, nonché uno dei punti di forza dei sostenitori della modifica costituzionale. Già, perché un’autentica riforma degli strumenti di democrazia diretta che consenta a cittadini sempre più distanti dalla politica di riappropriarsi della propria sovranità anche in occasioni diverse dalle elezioni sarebbe non solo desiderabile, ma anche uno dei migliori mezzi per ridare linfa vitale alle nostre istituzioni.
Purtroppo, una volta esaminato il testo, ci accorgiamo, ancora una volta, che la narrativa dei neo-costituenti è lontana da quanto il lavoro dell’esecutivo e i passaggi parlamentari hanno messo nero su bianco, perché su questo, come su molti altri punti caratterizzanti la riforma Boschi, manca un disegno complessivo coerentemente perseguito e, di conseguenza, una logica che dia solide fondamenta a una determinata visione istituzionale. Anzi, in alcuni casi le nuove previsioni costituzionali sono del tutto illogiche.

Cominciamo dalla disciplina del referendum abrogativo. Negli ultimi vent’anni, soltanto in occasione delle consultazioni popolari del 2011 il quorum del 50%+1 dei votanti necessario per la validità del referendum stesso è stato raggiunto e superato (peraltro di pochissimo). Segno evidente di un logoramento di questo strumento, dovuto, da una parte, alla moltiplicazione di quesiti in molti casi di non facile valutazione popolare, dall’altra alla sempre maggiore frequenza con la quale le forze politiche (appoggiate, nel caso dei referendum sulla procreazione assistita del 2005, anche dalle gerarchie ecclesiastiche) hanno invitato a sabotare questo istituto attraverso il non voto, sfruttando dunque anche la sempre più corposa parte di astensionismo fisiologico per far fallire le consultazioni che meno gradivano. Evidentemente, una riforma di quel quorum, nel senso di un suo abbassamento, era necessaria. “È proprio in questo senso che vanno le disposizioni contenute nel testo di revisione costituzionale”, dicono i sostenitori del “Sì”.

Tuttavia, questa è solo una parte di verità (e neanche quella più importante), come risulta evidente dalla lettera di quello che diventerebbe il nuovo articolo 75 della Costituzione: «La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto o, se avanzata da ottocentomila elettori, la maggioranza dei votanti alle ultime elezioni della Camera dei deputati, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi». Il quorum, dunque, viene sì abbassato, ma soltanto per i referendum sottoscritti da 800.000 elettori. Al di là dell’oggettiva difficoltà, che sconfina quasi nell’impossibilità, di raccogliere una tale quantità di firme per una proposta di abrogazione di una legge o di una parte di essa, visto che già le 500.000 canoniche sono un numero considerevole e spesso costituiscono un ostacolo insormontabile, viene da chiedersi in base a quale logica (a proposito dell’illogicità di cui sopra) l’abbassamento del quorum dovrebbe essere conseguenza del numero di sottoscrizioni raggiunte.
Tra le istanze di chi avrebbe voluto l’abolizione del quorum stesso e quelle di chi invece lo ritiene indispensabile, si sarebbe potuti pervenire ad un compromesso molto diverso (e di gran lunga preferibile e più razionale). Si tratta della soluzione più volte proposta dal Professor Antonio Agosta, politologo, docente presso l’Università di Roma Tre e tra i massimi esperti italiani di sistemi elettorali. Una soluzione della quale su questo blog si è già parlato mesi fa (https://fondazionenenni.blog/2016/04/18/ora-salviamo-il-referendum/) e che prevede che un referendum sia valido, come adesso, qualora si rechi a votare la maggioranza assoluta degli aventi diritto, ma anche, nel caso in cui questa soglia non venga raggiunta, qualora almeno un quarto del corpo elettorale manifesti il suo assenso al quesito.

La logica, in questo caso stringente, dietro a questa ipotesi consiste nell’idea di depurare la consultazione dagli effetti dell’astensionismo fisiologico, spingendo dunque le forze politiche a confrontarsi le une con le altre in una campagna giocata a viso aperto e basata sul sostegno o sul mancato appoggio alle proposte referendarie. Un sistema che permetterebbe di rivitalizzare questo istituto di democrazia diretta e allo stesso tempo di contemperare le varie esigenze in materia.

Ecco perché, sul tema, la nuova versione della Costituzione, nel migliore dei casi, non cambierebbe nulla e, se un cambiamento ci fosse davvero, andrebbe nel senso di un infondato appesantimento del processo. Un risultato ben diverso dall’asserita necessità di riavvicinare i cittadini alla partecipazione politica.

Discorso simile può essere fatto per le leggi di iniziativa popolare: dal 1979 ad oggi, soltanto 3 di esse (su 260 presentate) sono confluite in legge. Cifre che sottolineano l’assoluta necessità di modifica anche di questo, in teoria prezioso, strumento di democrazia diretta. L’obbligo da parte del Parlamento di discutere e deliberare su di esse sarebbe potuto essere un punto di partenza e, secondo i sostenitori del “Sì”, verrebbe anche introdotto. Il problema è che il nuovo articolo 71 demanda le modalità di definizione di tale obbligo (in realtà nel testo questa parola non c’è proprio) ai regolamenti parlamentari. In pratica, tutto rimane com’è adesso, perché nulla, neanche in questo momento, impedirebbe a Camera e Senato di varare una modifica dei regolamenti parlamentari che contempli l’esame obbligatorio delle proposte di legge di iniziativa popolare. Anzi, un cambiamento c’è e non va certo nella direzione di una maggiore inclusività, se è vero che il via libera alla riforma costituzionale triplicherebbe (da 50.000 a 150.000) le firme richieste per la presentazione di un progetto. Non proprio la strada migliore per rendere efficace questo istituto. Meglio sarebbe stato, forse, imboccare quella dell’effettiva e immediata introduzione, per via costituzionale, dell’esame obbligatorio della proposta e magari anche della sua sottoposizione a referendum in caso di rigetto o di modifica da parte della maggioranza parlamentare, come avviene del resto in molti altri paesi.

Ultimo argomento da trattare, il contenuto del comma aggiunto all’Articolo 71 della Carta fondamentale, che recita: «Al fine di favorire la partecipazione dei cittadini alla determinazione delle politiche pubbliche, la legge costituzionale stabilisce condizioni ed effetti di referendum popolari propositivi e d’indirizzo, nonché di altre forme di consultazione, anche delle formazioni sociali. Con legge approvata da entrambe le Camere sono disposte le modalità di attuazione».

“Si introduce finalmente il referendum propositivo”, dicono trionfanti i sostenitori della riforma. Ma questo testo demanda semplicemente ad una successiva legge costituzionale la possibilità di disciplinare quella specifica forma di consultazione popolare (e ad una legge ordinaria – bicamerale – le sue modalità di attuazione). La novità vera, e positiva, sarebbe stata l’introduzione immediata di una disciplina compiuta. E nulla avrebbe impedito una soluzione del genere. La via scelta dai neo-costituenti è stata invece quella di un cambiamento di facciata, da sostanziare in un futuro più che mai indefinito.

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