Quando in America il campione diventa leader

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-di ANTONIO MAGLIE-

Mentre Hillary Clinton e Donald Trump duellavano davanti alle telecamere per sistemarsi in pole position nella corsa per la Casa Bianca, un opinion leader ben più potente di loro presso l’America Nera esprimeva davanti ad altre telecamere e altri microfoni la sua inquietudine: “Ho un figlio di dodici anni, uno di nove e una figlia di due. Immagino che fra quattro anni quello di dodici potrebbe guidare l’auto ed essere in grado di uscire di casa da solo. Ora fa paura pensare che potrebbe essere fermato sulla sua macchina. Penso di potergli dire che tutto andrà bene se farà tutto quello che la polizia gli dice di fare. Ma vedendo tutti questi video che stanno girando, beh posso dire che la situazione fa veramente paura. Se mio figlio mi chiamasse in questo momento per dirmi che è stato fermato dalla polizia, non sono sicuro che le cose andrebbero a finire bene e che lui tornerebbe a casa tutto intero. E come vi ho detto ha appena dodici anni”.

L’autore di queste parole è un ricchissimo cestista afroamericano (la rivista Forbes lo ha piazzato al terzo posto nella classifica degli atleti più facoltosi del mondo), si chiama LeBron James e per chi ama quello splendido sport che si chiama basket, sta alla poetica di quel gioco più o meno nella stessa maniera in cui prima di lui ci sono stati Wilt Chamberlain, Kareem Abdul Jabbar, Michael Jordan e Koby Bryant. Ma questa America nera che nei palazzetti e negli stadi esalta la ricca America bianca che occupa a suon di dollari i posti migliori nei parterre ha deciso che non può più tacere davanti a uno scontro razziale in cui al rumore delle pistole della polizia fa da contrappunto il clamore di quei video a cui LeBron fa riferimento e che denunciano un costante abuso della forza. Non è la prima volta che gli atleti neri si scoprono in qualche maniera leader di un movimento di contestazione, anzi di integrazione nel senso della possibilità di poter godere degli stessi diritti (compreso quello alla sicurezza) di cui gode la maggioranza bianca.

Gli antesignani furono Tommie Smith e John Carlos. Era il 17 ottobre del 1968. Olimpiadi di Città del Messico. Salirono sul podio (il primo aveva vinto i duecento metri fissando il record mondiale che poi sarebbe caduto solo grazie a Pietro Mennea; il secondo si era piazzato terzo). Salirono sul podio senza scarpe ma con i calzini neri e al momento dell’inno americano chinarono il capo e alzarono il pugno guantato di nero al cielo (il destro Smith, il sinistro Carlos: avevano un solo paio di guanti poiché il vincitore della corsa aveva dimenticato il suo al villaggio olimpico) per urlare senza aprir bocca in mondovisione il loro orgoglio razziale.

Era l’America delle grandi marce per l’integrazione (quella di Selma), delle battaglie per il diritto di voto ai neri (Johnson alla fine si piegò e piegò il governatore razzista George Wallace, ma il partito democratico pagò un pedaggio salatissimo all’elettorato bianco non scevro di pregiudizi razziali), delle università in fiamme (“Fragole e sangue”) e dell’obiezione di coscienza contro la guerra del Vietnam (“a me i vietnamiti non hanno fatto nulla”, disse Muhammad Alì rifiutando la chiamata alle armi e perdendo così la corona dei pesi massimi). Avery Brundage, presidente del Cio, ex capo del Comitato olimpico statunitense con simpatie naziste (nel 1936 si era ferocemente opposto al boicottaggio dei giochi di Berlino) punì pesantemente i due velocisti. Ma oggi lui è ricordato per quelle sue inappropriate simpatie mentre le statue di Smith e Carlos fanno bella mostra nel museo di cultura afroamericana recentemente inaugurato dal primo presidente afroamericano, Barak Obama.

Il quale in ossequio al principio che la libertà di opinione in America va solo accettata, si è guardato bene dal contestare l’altro atleta che di fatto ha avviato questa presa di coscienza. Colin Kaepernick a noi europei è meno noto di LeBron. È il quarterback di una squadra di football che negli Usa ha fatto storia (i San Franciso 49ers), trascinata alla conquista di ben quattro titoli da un altro quarterback di origini italiane, agrigentine per la precisione, Joe Montana. Dal 26 agosto, Colin quando suonano l’inno (avviene in tutte le manifestazioni sportive prima dell’inizio della contesa) resta seduto al suo posto. Anche lui come LeBron (ma anche come altri campioni del basket: Wade, Paul, Jordan) impegnato a reclamare quel diritto al rispetto e all’integrazione messo in discussione dai troppi morti afroamericani di questi ultimi mesi. “Non starò in piedi per dimostrare il mio orgoglio per la bandiera di un paese che opprime i neri e le minoranze etniche. Per me è più importante del football e sarebbe egoista guardare dall’altra parte”.

Ha fatto scandalo tra i benpensanti, esattamente come Smith e Carlos. Ma al suo fianco si è schierato LeBron: “Io sono a favore di chiunque esprime la sua opinione in modo pacifico. Ed è esattamente ciò che Colin Kaepernick sta facendo, e lo rispetto”. E Obama a sua volta ha tagliato corto: “Preferisco che ci siano giovani impegnati e che pensano come possono essere parte del processo democratico, invece che persone che se ne stanno sedute in disparte, indifferenti”.

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