Roma, cannibalismo a 5 stelle: rinuncia anche Tutino

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-di ANTONIO MAGLIE-

Dal ballo di Palermo, al balletto di Roma. Virginia Raggi continua a sfogliare la margherita e dalle mani le casca l’ultimo petalo: Salvatore Tutino. Il giudice della Corte dei Conti prossimo alla pensione, ha trascorso un fine settimana da assessore al bilancio del comune di Roma e cominciato la nuova settimana da Cincinnato. Vittima anche lui dell’insaziabile cannibalismo del Movimento 5 Stelle che ha portato al sacrificio di ben tre assessori: Marcello Minenna (l’unico che per un breve periodo di tempo è rimasto in carica), Raffaele De Dominicis (nominato al mattino, silurato alla sera poiché indagato) e adesso Tutino. Una situazione in parte paradossale e in parte tragicamente ridicola (l’ossimoro è voluto). Nella kermesse palermitana Grillo e compagni hanno ancora una volta fatto sapere che la loro intenzione è quella di cambiare l’Italia ma se i tempi sono quelli che hanno sino ad ora caratterizzato la formazione della giunta romana, è molto improbabile che il comico genovese riesca a essere testimone diretto e vivente di questa “rivoluzione” perché, probabilmente, ne vedranno al massimo i suoi nipoti.

Malinconicamente appassiscono le speranze di chi, pur non essendo un fan di questo partito politico, era però disponibile ad accompagnare se non proprio con simpatia con fiduciosa attenzione la trasformazione epocale che veniva promessa. Ma al momento di epocale c’è solo una vicenda che appare decisamente inedita anche per una città che nella sua trimillenaria storia ha visto di tutto. Ma non aveva ancora visto tre assessori infilati letteralmente nel tritacarne delle antipatie interne di un partito in evidente deficit di leadership e di linea politica, con troppi galli e galline nel pollaio. Tutino ha motivato il suo passo indietro (non di lato, come quello di Grillo, peraltro mai avvenuto) per il “clima interno al partito che dovrebbe sostenere la Giunta”. Troppe voci e troppi antichi veleni che potevano andare bene quando il Movimento 5 stelle faceva solo opposizione ma che difficilmente si conciliano con una seria azione di governo. Roberto Fico a Palermo aveva tuonato contro la Raggi che doveva guardare il dossier sulla nomina di Tutino alla Corte dei Conti e sullo stipendio a lui riconosciuto. “Uomo della casta”, per il Torquemada al vertice della commissione di vigilanza della Rai.

La generalizzazione è per i cinquestelle strumento di valutazione politica e di elaborazione ideologica (un vizio da web). Perciò tutti quelli che, a diverso titolo, hanno avuto a che fare con le istituzioni nel passato, sono automaticamente esponenti della casta. Il fatto è, però, che il partito di Grillo è sprovvisto di una propria classe dirigente, non ha avuto il tempo per costruirla e ci vorranno anni prima che una operazione del genere possa produrre i primi frutti perché non è certo smanettando su una tastiera con la testa immersa nel mondo dei social che si diventa amministratori, giuristi, economisti. E così su Tutino si è abbattuta la scomunica per “castità”, non nel senso della tendenza ad astenersi dalle pratiche sessuali, ma di adesione alla casta. Peccato che quando Roberto Fico aveva dieci anni e faceva la quinta elementare, il contestato giudice costituzionale metteva insieme il dossier su cui poggiava la prima grande denuncia contro l’evasione fiscale in Italia. Una denuncia proprio contro la “casta”. Ma lui a quei tempi giocava con jeeg robot d’acciaio.

Nella sua dichiarazione all’Ansa, Tutino ha spiegato che aveva dato la sua disponibilità perché voleva “fare qualcosa per la” sua città, “era una bella sfida e pensavo di poter dare nel mio piccolo un contributo”. La sua non era stata una cambiale formata in bianco: “Mi avevano dato tutte le garanzie. Ma poi sono passati venti giorni, venti giorni che sono sulla graticola e mi sono trovato in mezzo ad una partita più grande di me. Una cosa che casualmente poteva riguardare anche qualsiasi altra persona, in un contesto in cui tutti sono in grado di parlare e di sostenere falsità”. Insomma, non un bell’ambiente. Certo non l’ideale per gestire un bilancio che ha più buchi di uno scolapasta. Ma la cosa più preoccupante è che le parole di Tutino in qualche maniera riecheggiano quelle pronunciate al momento dell’addio da Marcello Minenna: “A queste condizioni non posso più restare un minuto”.

antoniomaglie

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