Ma la religione del nuovismo non produce il nuovo

Foto LaPresse - Massimo Paolone 17/10/15 Imola (Italia) Cronaca ITALIA5STELLE MANIFESTAZIONE NAZIONALE DEL MOVIMENTO 5 STELLE Nella foto: i sostenitori del Movimento 5 Stelle Photo LaPresse - Massimo Paolone 17 October 2015, Imola (ITALY) ITALIA5STELLE NATIONAL EXHIBITION OF MOVIMENTO 5 STELLE In the pic: the supporters of Movimento 5 Stelle

di ANTONIO MAGLIE-

L’Italia ha archiviato la kermesse pentastellata di Palermo. Beppe Grillo ha rivendicato la leadership del partito (nessuno dubitava che lo avrebbe fatto); Davide Casaleggio ha fatto valere i suoi “diritti ereditari” (nessuno dubitava che li avrebbe rivendicati e che li abbia concretamente fatti valere in questi mesi dopo la scomparsa del padre); Virginia Raggi ha ballato esaltandosi davanti alla folla (“Bello, bello, bellissimo”: confidiamo che in futuro scopra qualche altro aggettivo, in fondo la lingua italiana è ricca) lamentandosi per il fatto che la critichino per l’ampiezza delle orecchie (ma un vecchia leggenda popolare leggeva nelle generose dimensioni di quella parte del corpo umano il preannuncio di una vita piuttosto lunga, pertanto se ne rallegri e non si dispiaccia).

È evidente che il Movimento 5 stelle può, per l’ampiezza del suo seguito, svolgere un ruolo di grande innovazione nella vita pubblica italiana. In maniera probabilmente ingiusta è stato accomunato ad altri partiti europei genericamente definiti populisti. Ma a parte gli happening di Grillo a volte scomposti e una certa arroganza dei “giovani leoni”, M5s ha veramente poco a che spartire con certe storie politiche europee, vere e proprie portatrici insane di razzismo e xenofobia (qualcosa del genere si può leggere nell’ultimo referendum svizzero contro i “frontalieri”, una piccola lezione per Salvini, Maroni e Bossi visto che la popolazione del Canton Ticino considera evidentemente “terroni” chi proviene da Como e Varese). Volendo si potrebbe dire che il Movimento 5 stelle ha istituzionalizzato la “rabbia” popolare e colmato il vuoto lasciato dai partiti tradizionali, troppo arroccati nel Palazzo, nell’ascolto e nell’interpretazione dei sentimenti e dei ri-sentimenti.

È evidente che in questa fase così confusa della vita del Paese tutti dovremmo sforzarci di capire quel che (ci) sta accadendo, andando oltre le divisioni manichee, la distinzioni semplicistiche tra amici e nemici perché il Paese avrebbe bisogno di ritrovare un’anima condivisa. Non una concordia generica, non l’inclusività ambigua e confusa di veltroniana memoria, ma la capacità di trovare terreni utili di confronto anche tra diversi. Perché i rischi sono gravi e non sempre evitabili. A Palermo i giornalisti sono stati insultati, spintonati e qualcuno ha rimediato anche uno schiaffo. I vertici del M5s si sono immediatamente dissociati. Ma quando dai partiti (politici) si passa alla partita (di calcio) non ci sono più le idee che si confrontano, ma le tifoserie ultrà che si menano.

Non è che da questo malanno sia immune Matteo Renzi che non a caso ha trasformato la riforma della Costituzione (esercizio nobile) in una sfida all’Ok Corral (attività decisamente ignobile). Su questa strada della ripartizione un tanto al chilo della pubblica opinione e dell’elettorato è stato seguito ovviamente dai suoi più fedeli sostenitori che invece di confrontarsi sulle cose da fare per questo Paese, si attardano in polemiche che hanno l’unico obiettivo di screditare l’avversario non di superarlo nella capacità propositiva.

Prendiamo Roberto Giachetti. Dopo la sconfitta rimediata a giugno, avrebbe forse dovuto cercare di capire perché mai Roma gli è sfuggita di mano. Colpa di Marino? Certo ma in parte. Della scarsa qualità morale dell’amministrazione precedente? Sicuramente. Ma forse, al pari del suo leader, avrebbe dovuto riflettere sul fatto che a perdere di vista lo storico patrimonio ideale della sinistra (ma forse non lo hanno perso di vista, più semplicemente gli mancava e gli manca), a “dimenticare” i blocchi sociali (ed elettorali) storici non si fa tanta strada.

Giachetti (con Renzi) dovrebbe forse guardare con attenzione alla parabola della Spd che passando da un risultato deludente a un altro non è riuscito a riproporsi come alternativa alla Cdu vivendo alla fine come una liberazione le elezioni berlinesi che lo hanno, almeno nella capitale, affrancato dall’imbarazzo della grande coalizione. Insomma, ci sarebbe materia per una seria meditazione sul passato, sul presente e sul futuro, invece Giachetti si consola scorgendo la pagliuzza nell’occhio altrui così evitando di badare alla trave che ha nel proprio: “Il Movimento Cinque Stelle è alla guida di Roma da tre mesi e mezzo ma non ha fatto nulla”. Vero ma non è che l’odierna paralisi abbia fatto seguito a una fase di grande dinamismo.

Insomma, la sospensione del giudizio, in certe situazioni, è un esercizio di semplice onestà intellettuale. A sua volta, però, il Movimento 5 stelle si decida a uscire dalla logica della contrapposizione e cominci a fare politica che è nobile arte di governo non invereconda attività tangentizia, detestabile pratica corruttiva, esercizio cieco del potere finalizzato alla costruzione e al mantenimento di condizioni di privilegio. Fino ad ora Grillo e compagni hanno cavalcato l’onda lunga e impetuosa della polemica anti-casta che, però, rischia di essere una camicia di forza per un partito che vuole proporsi alla guida del paese. Perché nello spazio di un mattino si può costruire un fenomeno elettorale, nello spazio di qualche mattina anche un paio di gruppi parlamentari, ma ci vogliono tante ma proprio tante mattine per costruire una classe dirigente in un Paese che ha distrutto i vecchi luoghi in cui queste classi crescevano (semmai male, ma crescevano), sostituendoli prima con la televisione e poi con internet (abbinato alla televisione). E in questi nuovi luoghi trionfa il battutismo e la polemica esacerbata, violenta; scompaiono i programmi costruiti con pazienza e conoscenza e trionfano gli slogan semplicistici e la rozzezza dell’ignoranza.

Fare politica significa scegliere e distinguere. In questo paese la storia viene tagliata a fette, il vecchio demonizzato e il nuovo santificato. Nell’incarto proposto alla domanda elettorale delle masse incazzate la “casta” è diventata un tutto indistinguibile. E nel tritacarne della semplificazione vi sono finite persone perbene che potrebbero servire egregiamente anche la causa della trasformazione. Certo, gli “ultrà” (quelli che spintonano, urlano e schiaffeggiano) storceranno il naso coltivando l’idea che un dilettante inetto e ignorante sol perché nuovo e onesto possa gestire quella cosa complessa che è il governo di un paese. Ma una vera forza di rinnovamento (come punta a essere M5s) trae la sua legittimità (e credibilità) proprio dalla capacità di valorizzare quel che di buono esisteva nel vecchio mettendolo al servizio del nuovo.

Giuliano Ferrara ha detto nella sua carriera cose condivisibili (dal punto di vista di chi scrive, poche) e cose non condivisibili. Ma un giorno articolò un’idea che contiene una sua incrollabile validità. Erano i tempi post-tangentopoli, furoreggiava la religione del “nuovismo”. Disse una cosa semplice: “Solo i neonati sono nuovi”. Nel senso che il loro cordone ombelicale è stato reciso da poco e non hanno alle spalle una storia. Semmai, crescendo, la erediteranno: dalla famiglia, dall’ambiente sociale, dalle frequentazioni amicali. L’accetteranno o la rifiuteranno cercando di scrivere per sé nuove storie, diverse, semmai addirittura alternative. La religione del “nuovismo” spedì sul rogo, al pari delle streghe, molte persone per bene che in un Paese rigenerato avrebbero potuto svolgere un ruolo positivo; al contrario, portò sul palcoscenico una serie di caricature il cui solo ricordo ci spinge a vergognarci se non per l’eternità, almeno per la durata della nostra vita. Proviamo a non fare lo stesso errore.

antoniomaglie

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