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Da Kennedy a Hillary, dalla Telecrazia alla Cybercrazia


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-di VALENTINA BOMBARDIERI-

Era il 26 settembre 1960, esattamente 56 anni fa, quando andò in scena il primo dibattito televisivo della storia della politica americana e mondiale. Da una parte Richard Nixon, repubblicano, già da sette anni vice di Dwight Eisenhower alla Casa Bianca; dall’altra il suo sfidante democratico, il senatore John F. Kennedy che poi vinse le elezioni Presidenziali ribaltando clamorosamente le previsioni della vigilia. La storia (o forse anche la leggenda) attribuisce proprio a quel primo duello catodico il merito di aver modificato il corso degli eventi. Questa sorta di compleanno gli Stati Uniti lo festeggiano replicando il rito. Ora non c’è più il fascino dell’ignoto legato all’esordio dello strumento tecnologico come mezzo di raccolta del consenso, ma c’è sempre l’alea legata alle performances dei contendenti, da un lato Hillary Clinton e dall’altro The Donald, cioè l’impomatato Trump, l’uomo che a colpi di insulti ha portato allo scoperto l’anima più aggressiva, anche dal punto di vista dialettico, dell’America, l’anima “sceriffa” in versione oratoria e non più solo pistolera. Difficile dire chi dei due possa aver tratto auspici positivi da questa specie di congiunzione astrale.

Fu un successo che poi ha convinto le Tv americane a ritagliare periodicamente (ogni quattro anni, per la precisione) uno spazio per la replica di una “fiction” che richiama folle oceaniche ed evidentemente anche buoni affari pubblicitari. Cinquantasei anni fa venne fissato il record dell’audience: 70 milioni di telespettatori, l’America praticamente paralizzata davanti a una scatola magica. Quelli che videro preferirono Kennedy, mentre quelli che si limitarono ad ascoltare (alla radio) optarono per Nixon, ma i primi per numero erano largamente superiori ai secondi. Nixon, l’uomo delle bugie del Watergate, molto nervoso e irrequieto, sudava come una fontanella; l’amplificazione catodica ingigantì il disagio del candidato repubblicano consegnando all’americano medio seduto in poltrona l’immagine di un uomo impaurito. Kennedy, al contrario, riuscì a superare le perplessità degli elettori democratici che lo ritenevano troppo giovane (43 anni contro i 47 di Nixon), troppo inesperto e “troppo cattolico” (quasi un peccato mortale per un elettorato ancora molto wasp, cioè white, aglo-saxon protestant) con una semplicissima frase: “La vera questione è capire quale punto di vista e quale partito volete che amministrino il paese”.

La leggenda forse ha attribuito a quel “duello” una incidenza di gran lunga superiore a quella che ha effettivamente avuto sull’esito finale del voto. Sei anni fa, in occasione del cinquantenario, Ted Sorensen, uno degli uomini che per conto di Kennedy trattarono l’organizzazione del confronto, in un articolo per il “Sole24 ore” ha spiegato: “Il dibattito non spostò voti a sufficienza da poter fare la differenza”. Ma una cosa è certa: di fronte al nuovo mezzo, il più giovane (e forse più in sintonia con la modernità) Kennedy apparve a suo agio. Ha spiegato sempre in quell’articolo Sorensen: “Benché avessimo aderito alla richiesta dei rappresentanti di Nixon durante le prime riunioni programmatiche con i network di far sedere i due candidati lontani tra loro, il vicepresidente parve ugualmente innervosito dal modo di parlare più pacato del senatore Kennedy”. In ogni caso il dibattito che si svolse negli studi della Cbs di Chicago aprì una nuova era nella storia della politica: quella della Telecrazia che è giunta sino ai giorni nostri, attraverso fasi di grande fulgore e fasi di grande degrado come quelle segnalate da Pier Paolo Pasolini: “Per mezzo della televisione, il Centro ha assimilato a sé l’intero paese, che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza”.

Se volgiamo gli occhi all’Italia questa ossessione della politica per i media e dei media per la politica ha finito per creare un nuovo panorama antropologico, a volte desolante. La tecnologia, che in una concezione asettica e neutrale ha la funzione di aiutare l’uomo, attraverso l’abuso finisce per confondere la realtà con una sua falsificata percezione. E in politica il contenuto sembra perdere rilevanza mentre prevale la potenza del contenitore: non conta ciò che si propone (che sarebbe, poi, l’elemento fondamentale di una scelta elettorale) ma il modo in cui ci si espone. Marshall McLuhan diceva che il “medium è il messaggio”. Adesso, però, conta solo il “medium” perché del messaggio spesso chi ascolta ne fa a meno o viene indotto a farne a meno dalle mille furbizie che possono trasformare la telecamera in un’arma di “distrazione di massa”. Dalla Telecrazia siamo ormai passati alla Cybercrazia e anche in questo caso la leggenda sembra aver prevalso sulla realtà. In occasione dell’elezione di Barak Obama si disse che quello storico risultato era stato prodotto dalla maggiore abilità del candidato democratico nell’uso dei nuovi strumenti tecnologici, di internet, dei social. Ovviamente non ci sono studi che lo confermano o almeno non ci sono studi affidabili e obiettivi che lo abbiano confermato. Ma a ogni evoluzione corrisponde una involuzione.

E così tra salotti televisivi e social network la politica occupa spazi sempre più ampi diventando, in compenso, sempre più vuota. La celebre frase di Umberto Eco, “i social hanno dato la parola agli imbecilli”, è il vero ritratto della politica di oggi? Viviamo in un mondo in cui la partecipazione alla vita politica si esaurisce nell’inserimento di un like su Facebook o a seguire una diretta streaming. Quanto può essere pericoloso? Ed efficace? L’illusione della democrazia diretta si disperde nei rivoli e nelle falsificazioni della democrazia totale (li ha illustrati su questo blog Eduardo Crisafulli nei suoi ultimi due interventi). Ma in realtà mentre si sono perse le antiche forme della partecipazione, le nuove sembrano attrarre risicatissime minoranze. Anni fa, in occasione della conferma di Giorgio Napolitano al Quirinale, il Movimento 5 stelle organizzò una sorta di “cyberprimarie” per indicare il “candidato del popolo”, figlio, appunto” della “democrazia diretta” attraverso il web. Votarono 44 mila italiani: un campione molto ampio per un sondaggio ed estremamente contenuto per poter parlare di designazione popolare.

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