Il selfie virale e la democrazia totale degli internauti

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-di EDOARDO CRISAFULLI-

“Prima o poi tutti hanno il loro quarto d’ora di notorietà”, disse il guru della pop-art Andy Warhol. I politici di nuovo conio saliti alla ribalta grazie alla Rete hanno inverato questa profezia geniale. Virginia Raggi che, sorridente, celebra la prima unione omosessuale è un case in point. Colpisce la cerimonia in pompa magna con l’augurio a-politico agli “sposi”: “divertitevi”. Non traspare dal volto della Sindaca la fatica, lo stress di chi governa e deve, suo malgrado, sobbarcarsi l’onere di un impegno pubblico. La cerimonia stessa è il momento clou dell’impegno politico. Una celebrazione festante avrebbe senso se il sindaco fosse Giachetti (un ex radicale): l’approvazione delle unioni civili è una vittoria per la sua parte politica. La Cirinnà l’ha voluta e votata in massa il PD; il partito di Grillo e Casaleggio (oops, il termine politically correct è “movimento”) quella legge l’ha osteggiata e boicottata subdolamente. Intendiamoci: infinitamente meglio la Raggi rispetto al sindaco ultrareazionario che si rifiuta di applicare una legge dello Stato.

Il punto essenziale è un altro: è in atto una radicale trasformazione della politica. Il mondo delle tribune politiche non c’è più, e neppure quello dei giornali e delle riviste. Non importa ciò che il proprio partito ha detto su tale o tal altra legge, se si sia contraddetto o abbia compiuto qualche ardita giravolta: quel che è successo ieri è già polvere di stelle. E’ come se non fosse mai avvenuto. Ai vecchi tempi un politico democristiano, al posto della Raggi, avrebbe avvertito il bisogno di dir qualcosa, che so io, una spiegazione, un commento, un accenno a un problema di coscienza. Oggi una parola di più rovina l’incanto massmediatico, distoglie l’attenzione dall’evento scintillante su cui sono puntati i riflettori. Ogni ragionamento politico è cervellotico, dunque è out. La coerenza, del resto, è una caratteristica dei partiti ideologici, novecenteschi. Un po’ come l’onore e la fedeltà: sentimenti d’altri tempi, al pari del bastone da passeggio e del cappello a cilindro. Oscar Wilde, chissà, modificherebbe il suo celebre aforisma: la coerenza non più la virtù degli imbecilli, è la qualità degli analfabeti informatici e dei vecchi nostalgici.

Oggi tutto ruota attorno all’epifania dell’esser-ci. Ecco il nuovo Da-sein: sono in Rete, dunque sono. Il mio ego digitale si gonfia, e i miei sostenitori si sentiranno rassicurati. Quel che conta è l’istantanea, il selfie che diventa virale. Il 5 stelle è in (non un) movimento, l’immobilismo è la sua morte come lo è per lo squalo. Avanti tutta, click continuo: la palla mediatica deve rotolare, schizzare e rimbalzare ovunque. L’importante è finire in televisione, a reti unificate, ma ancor di più lo è scatenare slavine emotive mediante il meccanismo delle condivisioni di massa su facebook. Io c’ero, ho avuto il mio quarto d’ora di celebrità. Tutto il resto è noia. Qui non siamo più nella politica-spettacolo, nella personalizzazione estrema. Né registriamo una maggiore propensione alla passerella, debolezza di tutti i politici in ogni tempo. No, prendiamone atto: questa è la dissoluzione della politica tradizionale. Non è più così importante, per un politico, il programma (che può essere smentito un minuto dopo), o il dichiarare seguito da un fare (o un non fare, con tanto di sanzioni); quel che conta è il girare autistico su stessi, nel circuito della Rete Mondiale. O si naviga a gonfie vele o si affonda e si annega, sommersi dalle onde virtuali. Anche perché è tutto contemporaneità, ieri è già passato remoto.

La stampa, perlomeno quella ancora seria — ah, un altro orpello del passato, la serietà! –, si ostina a voler chiedere alla Raggi i fatti, a chiedere conto delle promesse. Che ingenuità: i fatti non esistono, li crea il politico-comunicatore di nuova generazione. La rivoluzione digitale ha consentito di sovvertire lo stesso concetto di verità (= fatti accertati empiricamente), soppiantato dal neologismo intraducibile in italiano “truthiness”, ovvero “espressione di sentimenti viscerali che diventano fatti essi stessi”. (Lucy P. Marcus, “Truthiness on the March”, The Daily Star, 17 settembre 2016). La Rete globale, onnipresente, è un mezzo di democrazia radicale: tutte le teste si equivalgono. Così l’imbecille, l’ignorante hanno lo stesso diritto di parola di un Umberto Eco, e magari i loro commenti su facebook ottengono più like del grande semiologo. Dopo tutto, chi è in grado di setacciare e sottoporre a verifica critica la massa enorme di informazioni che circola. Ma la Rete non è solo un veicolo straordinario di propagazione per le cosiddette bufale; è anche qualcosa di più e di diverso, e di inquietante: è una nuova dimensione, reale non immaginaria, che crea e fa circolare non-verità (secondo i nostalgici della politica pragmatica, vecchia maniera) oppure nuove, più autentiche verità (così i discepoli della politica iper-democratica degli internauti). Su questo, riconosciamolo, Casaleggio e Grillo sono stati grandi anticipatori.

La mia non è un’invettiva pasoliniana contro il progresso e la modernità. Sto solo lanciando un sasso nello stagno. Siamo dunque entrati nell’era della democrazia virtuale, in Rete? Galleggeremo sempre di più in società post-ideologiche iper-liquide, senza scialuppe di salvataggio, oppure viviamo un naufragio fra i tanti, un periodo passeggero di turbolenza in cui la politica è debole, le leadership ancor di più, e i partiti sono latitanti? Aveva insomma ragione Warhol, o no? Forse stiamo assistendo davvero a una metamorfosi delle nostre società, del nostro modo di vivere e dunque di fare politica. Se la trasformazione sia irreversibile, non lo sa nessuno. Una cosa è certa: il selfie virale su facebook non è solo un fatto di comunicazione.

Cerchiamo di ragionare. Il messaggio di fondo di Grillo e di Casaleggio – ci stiamo incamminando sulla via della democrazia totale — in teoria non farebbe una grinza. Il problema sorge quando dall’astratto ci caliamo nella vita reale. Non dicono questi signori, forse lo danno per scontato o forse non gliene importa nulla, che la democrazia degli internauti tira fuori il peggio che c’è in noi – quel grumo oscuro che è nella sua natura stessa di potere del demos. Non dimentichiamolo: in democrazia governa il popolo, con i suoi mille difetti, e non un’aristocrazia di filosofi e nobil uomini. L’aveva capito bene già a metà Ottocento un grande scrittore americano, James Fenimore Cooper: “la tendenza delle democrazie è, in ogni cosa, alla mediocrità”. Più o meno nello stesso periodo, Henri-Frédéric Amiel rincarava la dose: “La democrazia arriverà all’assurdo rimettendo la decisione intorno alla cose più grandi ai più incapaci. Sarà la punizione del suo principio astratto dell’Uguaglianza, che dispensa l’ignorante di istruirsi, l’imbecille di giudicarsi…” (Frammenti di diario intimo, 12 giugno 1871). Pensieri reazionari? Forse, ma ahimè profondamente veri.

Sia in Italia che nel resto dell’Occidente libero i partiti storici sono stati il più formidabile tentativo di bilanciare (o arginare) le conseguenze nefaste del principio di eguaglianza assoluta, che è inscritto nel DNA della democrazia. Una testa un voto – concetto sacrosanto – non significa che tutti, di punto in bianco e senza preparazione, possano gestire la cosa pubblica. I partiti il loro compito lo hanno assolto egregiamente: sono stati scuole di formazione, laboratori di analisi, palestre di democrazia. Sono riusciti, insieme ai sindacati, a rintuzzare in maniera esemplare le argomentazioni critiche di Fenimore Cooper e di Amiel: tendevano a mandare avanti i migliori. Hanno selezionato un ceto di professionisti della politica, nucleo della classe dirigente sia in periferia che al centro. Questi politici a tempo pieno – i funzionari, gli assessori, i ministri ecc. — erano gli “aristocratici” scelti democraticamente, almeno nelle intenzioni. A volte il meccanismo si inceppava, cosa inevitabile soprattutto in Italia dove manca una legge che disciplini la vita dei partiti: le élite da noi spesso cooptavano dall’altro i loro portaborse, e le clientele si intrufolavano inquinando la democrazia interna. Attenzione però a dar la colpa sempre al demone della corruzione. I partiti (e quindi l’idea stessa di militanza) sono in crisi anche laddove non ci sono stati fenomeni degenerativi – non c’è paese europeo che faccia eccezione. Tra l’altro quando i partiti erano forti, radicati sul territorio, i semplici cittadini accettavano di essere rappresentati da persone migliori, più brave, più intelligenti (sul piano politico, s’intende). Oggi il cittadino medio si sente confortato se può specchiarsi in un politico mediocre, privo di capacità politiche (intese in senso tradizionale), il leader autentico, quello che ha spessore, desta sospetti: è troppo simile all’odiato tecnocrate. La prima qualità è saper comunicare in maniera spregiudicata e fulminea. Il fenomeno è universale, si pensi gli inglesi che hanno votato in massa Farage, e agli americani che voteranno Trump.

Che stia mutando il concetto di capacità politica è probabile, visto che la comunicazione, l’esser-ci in Rete (da non confondere con il semplice apparire e sfoggiare) è l’alfa e l’omega della nostra esistenza – con facebook è saltata anche la barriera fra pubblico e privato. Non è un caso che i più accesi sostenitori del Movimento 5 stelle si infiammino quando da più parti si richiede serietà, competenza, preparazione. Meglio “incompetenti e onesti” che “competenti e ladri”, ribattono con un fervore degno di miglior causa. Si potrebbe ribattere, sensatamente, che il sindaco o il deputato incapace e impreparato è disonesto anche se non prende tangenti: ruba lo stipendio e, in più, rende un pessimo servizio a chi lo ha eletto. Ma rassegniamoci: Benedetto Croce – secondo cui la prima forma di onestà in politica è la competenza – ormai ha la stessa credibilità polverosa e preistorica di un San Tommaso D’Aquino. In sintesi: è in atto uno scontro esistenziale fra due paradigmi contrapposti: quello tradizionale, incarnato dai vecchi partiti, o da ciò che ne rimane, e quello nuovista, rappresentato dal partito nato con taglio cesareo in Rete. E non è dato sapere chi prevarrà.

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