Sette milioni di giovani a cui dare futuro

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-di SANDRO ROAZZI-

Sono sette milioni, a detta dell’Istat, gli under 35 che vivono assieme ai genitori. Oltre il 62%, un picco che non si vedeva da 15 anni. C’e’ di mezzo la recessione, comunque la bassa crescita, che ha alimentato ancor di più precarietà e bassi redditi. Sullo sfondo gioca un ruolo inevitabile il clima di incertezza sulle prospettive che frena la voglia di rendersi indipendente. Forse c’è anche, ma non dovrebbe essere uno degli aspetti fondamentali, un costume di vita legato ad un benessere al quale non si vuole rinunciare perché vuol dire anche sicurezza ed una certa libertà nel gestire il quotidiano senza doversi assumere troppe responsabilità e sacrifici.

Non siamo più l’Italia di coloro che consideravano un inevitabile destino quello di tribolare per assicurarsi il futuro. E per rendere migliore il Paese. Semmai stiamo sperimentando una convivenza civile senza slanci ideali. Ma ci sono anche le responsabilità della politica che per un verso ha reso poco credibili i valori di ieri, ha esaltato il successo come metro di giudizio quasi esclusivo della vita, ha praticato scorciatoie e furberie per arrivare, dando un pessimo esempio soprattutto ai giovani.

Manca inoltre da tempo una educazione ai valori civili che facciano sentire i giovani parte di un progetto, di una sfida, di una condivisione di scelte in grado di favorire cambiamenti. Si sente meno il ruolo formativo della scuola. Ma non va sottovalutato nemmeno il fatto che un giovane capace se può scappa all’estero. E non si può ignorare il deficit di punti di riferimento per trovare un lavoro: l’apprendistato è una porta di accesso secondaria, il sistema di incontro fra domanda e offerta di lavoro è davvero poca cosa in attesa della sua conclamata riforma. Diverse ricerche mostrano che la via al lavoro spesso è rimasta amicale, “genitoriale”, o casuale.

Tutto questo insieme di motivi condiziona le decisioni dei giovani ma al tempo stesso toglie loro fiducia nel futuro e nel tipo di società nella quale si è costretti a vivere. L’autoreferenzialità dominante in non pochi dei comportamenti dei gruppi dirigenti peggiora la situazione. Egoismi e cinismo sono l’opposto di quel che serve per permettere di nutrire speranze ai giovani intenzionati a costruirsi un futuro autonomo.

Un futuro nel quale il tema lavoro di profila come un gigantesco punto interrogativo. Non solo perché come la Cgil ha documentato oltre il 70% dei posti di lavoro creati nell’ultimo periodo porta il marchio degli sgravi più che quello del Jobs act e comunque si tratta per lo più di lavoro a termine. Ma anche perché il rullo compressore dei cambiamenti tecnologici non guarda in faccia a nessuno e, finora, pare destinato a distruggere più posti di lavoro rispetto a quelli che crea. La questione giovanile è dunque più che mai attuale. A parole tutti ne riconoscono l’ importanza, nei fatti i giovani restano troppo soli. E molti se ne stanno a casa. Un inevitabile rifugio.

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