Enrico Rossi: una nuova, vecchia idea di socialismo

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-di ANTONIO TEDESCO-

Il Presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, si presenta gentile, molto affettuoso nei modi. Nelle sue parole c’è tanta determinazione e voglia di fare. Il suo ultimo libro “Rivoluzione socialista” sta avendo un ottimo successo di pubblico e lo sta portando in giro per l’Italia. In questo suo lungo viaggio attraverso la penisola sta promuovendo l’ambizioso progetto di ricostruire quell’area socialista che si è dispersa negli ultimi decenni in miriadi di gruppetti, divisi da una diaspora infinita. Ma la sua principale aspirazione è convincere i giovani, così come Bernie Sanders in America, e gli iscritti del suo Partito, il Pd, insistendo sull’attualità dei valori socialisti. Incuriositi, lo abbiamo intervistato.

Partiamo dal suo ultimo libro “Rivoluzione socialista” che evoca Riccardo Lombardi che parlava di riformismo rivoluzionario

“La mia inquietudine nasce da un’offerta politica che trovo inadeguata. La sinistra di fronte alla crisi ha cancellato il suo lessico finendo per ritrovarsi senza parole. Ecco perché penso che bisogna ripartire dalla parola giusta, cioè socialismo, quindi da una critica razionale del mercato, dagli effetti negativi che un capitalismo senza regole produce, dagli storici ideali forti della sinistra: eguaglianza, correzione degli squilibri ambientali e sociali che il mercato “selvaggio” produce, redistribuzione della ricchezza. La crisi ha reso nuovamente di grande attualità questi temi a cui ora bisogna far seguire concrete proposte du soluzione.

Il problema è proprio questo: come?

“Le rispondo con gli esempi che ho indicato nel libro. Prendiamo le pensioni: è giusto intervenire sulle “minime” semmai anche attraverso un contributo di solidarietà a chi, al contrario, percepisce assegni elevati, si tratta di una forma di giustizia sociale. I numeri ci dicono che la povertà è una realtà agevolmente percepibile nei quartieri più popolari delle nostre città: quattro milioni e mezzo di persone combattono quotidianamente con i bisogni più elementari il più delle volte senza riuscire a vincere. Per un governo che aspiri a definirsi di sinistra questo è un impegno prioritario. Per farvi fronte occorrono interventi rigorosi e non assistenzialistici; i nostri riferimenti ideali ci dicono che bisogna dare lavoro alle persone ma poi bisogna anche trovare le risorse per evitare che le donne e uomini siano lasciati soli di fronte ai drammi dell’emarginazione sociale e dell’esclusione economica. Trovo scandaloso ad esempio che a un cittadino come me, nelle condizioni di pagare il dovuto, sia stato fatto il regalo della cancellazione dell’IMU mentre contemporaneamente da Presidente della Regione Toscana poi mi ritrovo di fronte a situazioni segnate dalla precarietà, a persone senza lavoro perché precarie licenziate e che rischiano di non avere alcuno strumento di sostentamento una volta che saranno scadute le protezioni del Jobs Act. Noi dobbiamo avere la forza e il coraggio di rimettere in campo tutto questo armamentario ideale, dobbiamo tornare ad alimentare l’aspirazione a una società più giusta ed equa.

Operazione complicata in una società che ha assistito passivamente alla polarizzazione della ricchezza, che assiste alla liquidazione di ricchissimi bonus a favore di manager che spesso hanno prodotto disastri irrimediabili…

“È vero. Faccio ancora un esempio. In base ai piani di salvataggio, noi chiederemo ai lavoratori del Monte dei Paschi di rinunciare ad una parte del loro stipendio. Nel frattempo, però, vengono distribuite liquidazioni milionarie a chi ha guidato la banca al collasso. Questi temi non possiamo semplicisticamente qualificarli come demagogici: o siamo capaci di farli rientrare nell’orizzonte della nostra elaborazione culturale o il baratro che ci separa dal “sentimento” popolare sarà sempre più profondo e incolmabile”.

Esiste un “attore” che in tutti questi anni sembra essere mancato, travolto dalla cultura iperliberista che predicava, sin dai tempi di Reagan e Thatcher lo “stato leggero”. In fondo lo diceva anche Keynes: per i liberisti lo stato migliore è quello che non fa nulla.

“Dopo questa ubriacatura antistatuale che in Italia si è identificata nella parentesi Berlusconiana, noi abbiamo assolutamente bisogno di pensare ad un ruolo attivo dello Stato per uscire dalla crisi e per riformare il paese. E qui forse il riferimento a Lombardi diventa ancora più attuale”.

Nemmeno il centrosinistra è stato in grado di risvegliare l’Attore dormiente?

“Questo ruolo da protagonista non l’ho visto ai tempi di Berlusconi quando si è avuta persino una sovrapposizione tra il leghismo delle regioni concepite come staterelli e l’azione di uno Stato che si identificava in via quasi esclusiva nell’attività del ministero dell’Economia cioè in una funzione di controllo dei conti. Lo Stato mi appariva impalpabile allora e mi appare impalpabile anche adesso. La sinistra invece si deve caratterizzare per l’uso efficace di una politica di programmazione, di ruolo attivo dello Stato che deve innanzitutto manifestarsi nella capacità avviare potenti investimenti per stimolare la crescita. Renzi ha fatto un’operazione che rispetto al passato è stata anche interessante: è riuscito a riaffermare una priorità della politica e a manovrare ogni anno con le leggi di stabilità circa 35, 40 miliardi di euro, marcando così una differenza rispetto ai precedenti governi che si erano preoccupati solo del taglio della spesa pubblica spingendo il Paese nella recessione, aumentando la disoccupazione e persino il debito pubblico. Renzi ha reagito a questa situazione anche se per farlo ha penalizzato le economie locali. Ma il merito di aver riaffermato la centralità della politica gli va riconosciuto. Purtroppo le risorse sono andate disperse in mance, in bonus, in detassazioni generalizzate che in qualche caso, per breve tempo, hanno prodotto l’aumento della domanda e dei consumi e forse anche qualche consenso, ma sul medio periodo non hanno garantito né ripresa stabile. Sono convinto che se Renzi di quei trentacinque miliardi all’anno, quindici, venti li avesse messi sugli investimenti pubblici avremmo avuto potuto avere cento,mila occupati in più per ogni cinque miliardi. Avremmo insomma ottenuto risultati più stabili di quelli che sono stati realizzati non tanto con il Jobs Act ma con la decontribuzione. Certo i numeri dei contratti a tempo indeterminati sono aumentati ma le ultime statistiche ci dicono che finendo la “droga” degli incentivi, la corsa alle assunzioni ha subito un drastico rallentamento. Questa è la vera sfida: riuscire a costruire uno Stato efficiente, funzionante, che facendo leva sugli investimenti pubblici crei le condizioni per la ripresa.

Che tipo di investimenti?

Due questioni sono di fronte al paese: la sicurezza sul territorio e le infrastrutture. La storia della sinistra nel secolo scorso ci racconta i grandi risultati raggiunti sul piano dell’istruzione, della sanità, dei diritti. Al contrario, sul governo del territorio è stata sconfitta.

Il famoso tintinnar di sciabole di nenniana memoria

“Esatto. Su questo terreno può essere avviato un vero processo riformatore. Sarebbe utile costituire un ministero della prevenzione in grado di spendere spenda almeno 10 miliardi ogni anno, almeno cinque dei quali sulla sicurezza sismica. L’Europa su un impegno come questo non potrebbe che concordare perché si tratta di investimenti urgenti, necessari, vitali, che contemporaneamente possono ricreare le condizioni per la ripresa di un settore importantissimo come quello delle costruzioni. Un ministero della prevenzione con questa capacità di spesa deve essere gestito da persone competenti e deve poter contare su leggi adeguate in grado di far funzionare monitoraggi, valorizzazione dei territori, controlli, riqualificazione delle città, facilitazioni per gli interventi dei privati di messa in sicurezza dei propri alloggi. Già solo questo comporterebbe un ammodernamento del paese. Poi ci sono le infrastrutture e il rilancio del Mezzogiorno che sembra oggi una scommessa dimenticata. Su questo ultimo tema lo stato può giocare un ruolo attivo e decisivo. Da presidente della Toscana ho verificato l’Italia attira investimenti quanto crea nei propri territori condizioni infrastrutturali adeguate”

Secondo lei che tipo di percezione ha un giovane ventenne, che semmai a scuola si è imbattuto nelle diverse tragedie della sinistra nel Novecento, del sostantivo “Socialismo”?

Provo a illustrargliela con due risposte che mi hanno dato due giovani: uno più informato e un altro meno preparato. Quando raccontavo delle vecchie diatribe tra Pci e PSI, un giovane mi ha risposto “sono tutti problemi vostri questi, per noi giovani è un’altra storia”. L’altro ragazzo, il meno informato, nato nella seconda metà degli anni Ottanta, dopo avermi intervistato, mi fa detto: “Queste cose non le avevo mai sentite, le trovo molto interessanti”. Io credo che c’è una generazione che vuole avere nuovamente dei punti di riferimento ideologici. E questa domanda giovanile la politica attualmente non riesce a intercettarla”.

Lei ha mai avuto l’impressione che la condanna dell’ideologia esplosa negli anni Novanta sia stata più che altro la conseguenza di una impostazione dogmatica del confronto negli anni e nei decenni precedenti? In sostanza, non pensa che la malattia della sinistra sia stata più il dogmatismo che l’ideologismo?

“L’ideologia è stata spesso trasformata in dogmatismo e come una clava è stata usata nella battaglia politica. La conseguenza è stata la riduzione dello spessore ideale. Mi pare che anche il modo con cui il PD è nato pecchi di questa contaminazione politicistica: si costruisce un Pantheon, si tenta una fusione da mille figure in questa sorta di nuovo umanesimo, si include tutti e includendo tutti non si distingue nessuno. Se noi andiamo oltre tutto questo viene fuori che la critica razionale di ciò che negli due secoli non ha funzionato ha un nome: Socialismo, con tutti i suoi errori e tutti i suoi limiti. Una Sinistra che rinuncia a rielaborare questa parola abdica alla sua identità, ai suoi riferimenti sociali. Ma una sinistra che rinuncia agli ideali di fondo divorzia dai ceti popolari: può anche governare ma non è più se stessa. Con il mio libro che ho scritto avverto la necessità di rilanciare l’idea di socialismo. Ho l’impressione che stiamo superando la fase del leaderismo e probabilmente stiamo entrando in un’epoca in cui è più avvertita l’esigenza della partecipazione, del confronto, della decisione che nasce dalla ricchezza delle idee. Insomma, penso che il partito come esigenza primaria della democrazia stia tornando di moda”.

Lei si candida alla segreteria del PD. Alcuni si chiedono c’è uno spazio per un’idea socialista in un PD che nasce dalla fusione “fredda” tra PCI e sinistra DC con gli eredi diretti dell’idea che lei vuole rilanciare in una posizione marginale e, quindi, emarginati?

“Io cerco rapporti anche con chi proviene da una storia diversa dalla mia. Vorrei costruire un’associazione ampia che mi piacerebbe chiamare democratici-socialisti, con iscritti al Pd e con chi iscritto non è. Penso che il “fenomeno” Renzi, che si dichiara con una forte dose di pragmatismo oltre la destra e la sinistra, vada affrontato al Congresso non con un gioco di interposizioni ma rimettendo in campo una nuova idea di società e un programma alternativo. Altrimenti il prossimo congresso del PD rischia di essere solo uno scontro di personalità”.

fondazione nenni

Via Alberto Caroncini 19, Roma www.fondazionenenni.it

One thought on “Enrico Rossi: una nuova, vecchia idea di socialismo

  1. Il presidente Rossi pensa di poter cambiare un pd ormai collocatosi inesorabilmente a destra. Convive con Verdini ed Alfano e penso sappia che questi personaggi ormai – per l’oggi ed il domani – sono e saranno quelli con i quali dovrà fare i conti. Non posso non credere che il presidente Rossi non conosca questa realtà , non conosca le titubanze dei suoi amici della pseudio-sinistra ormai renziana. Ci dica oggi come voterà per il referendum e se – da domani – potremo trovarlo tra coloro che vogliono difendere questa nostra Costituzione o , alla fine, voterà per la riesumazione del Piano di Rinascita della P2 . Dire di voler cambiare sono solo ” parole ” se non si vedono ” i fatti ” .

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