Se la Chiesa non riesce a sposare capitale e lavoro

Layout 1

-di ANTONIO MAGLIE-

La cronaca di un dibattito deve normalmente partire da un dato sintetico. In questo caso, però, la sintesi è contenuta interamente in una domanda che ha aleggiato per un paio d’ore nella sala della Biblioteca della Camera di Palazzo San Macuto: la “dottrina sociale della Chiesa” è interpretabile come un “unicum” che partendo dalla predicazione del Cristo arriva sino ai giorni nostri? Per Riccardo Pedrizzi, organizzatore, a nome dell’Ucid (Associazione cattolica imprenditori e manager) insieme alla Fondazione Buozzi e alla Fondazione Centesimus Annus pro Pontifice, del confronto sul tema “Attualità della dottrina sociale (i 25 anni della “Centesimus Annus” ed il 125 della Rerum Novarum)”, sì; per Fausto Bertinotti no; per Giampaolo Crepaldi, vescovo di Trieste, ni. Perché, in effetti, la risposta che inizialmente, nell’introduzione del senatore Pedrizzi, e anche in buona misura nell’intervento del consigliere di amministrazione della Fondazione Centesimus Annus, Attilio Tranquilli, aveva una colorazione universalistica, con lo scorrere degli interventi ha assunto tonalità differenti.

Lo “strattone” lo ha dato, come peraltro spesso gli capita, Fausto Bertinotti ponendo una premessa che storicizza (opportunamente) la “dottrina sociale”. Da un lato, infatti, vi sono i cinque principi (ma Crepaldi ha ricordato che ve ne è anche un sesto) che derivano dalla predicazione del Cristo, che attraversano i Vangeli e le lettere di San Paolo (fondamento essenziale della teologia). Dall’altro c’è la dottrina sociale che storicamente nasce con Leone XIII in un mondo che sta cambiando, a cominciare dalla penisola visto, come a ha sottolineato Giorgio Benvenuto, che quel Papa, eletto un po’ come Giovanni XXIII (parentesi opportuna: strano che parlando di quell’unicum in tanti si siano dimenticati di lui, alla fine evocato da Bertinotti e Crepaldi) per essere mite e di breve transizione, si trovò d affrontare una “rivoluzione” nazionale (la nascita dello stato unitario italiano, la perdita da parte della Chiesa del potere temporale) e una internazionale (il secondo step dell’evoluzione industriale). Insomma, il ritmo del tempo (che, come ha sottolineato Crepaldi, nella Chiesa è inevitabilmente più lento, meditato, Galileo ne ha fatto un po’ le spese) delle encicliche non è segnato dall’eternità. Ogni Papa ha fatto i conti con il contingente, certo con un occhio più lungo come si conviene a una organizzazione con millenni di storia alle spalle.

Difficile isolare la “Rerum Novarum” dal contesto: l’ultimo decennio dell’Ottocento, cioè il momento in cui la seconda rivoluzione industriale comincia a dispiegare pienamente le sue potenzialità; la fase in cui il capitale comincia a scoprire la finanza e la ricchezza la rendita; i tempi in cui la giornata lavorativa era ancora di sedici ore e ci sarebbero volute grandissime lotte del sindacato per portarla a otto; in cui nessuna protezione era garantita alle donne e i bambini, preziosi in alcune lavorazioni per le loro dita piccole e agili, venivano impiegati nei capannoni senza alcun limite anagrafico (in Italia Giolitti lo fisserà a nove anni). Irrompe sulla scena il movimento operaio sull’onda sempre più alta della predicazione marxista e socialista. La Chiesa che pensa all’unità del suo popolo che travalica i confini degli stati, immagina di offrire una visione interclassista, una idea di mercato capace di superare gli inevitabili conflitti; proverà a battere questa strada anche in occasione delle guerre perché, al contrario di quel che oggi con grande forza afferma Francesco, in quegli anni gli eserciti marciavano nel nome del Signore e i tentativi della Chiesa di Roma finirono spesso per apparire contraddittori e privi di tangibili risultati. Bertinotti lo dice con chiarezza: con il Novecento finisce un mondo, con il Novecento finisce la “dottrina sociale” (di qui l’inservibilità della Centesimus Annus) insieme al suo antagonista, il movimento operaio, appunto.

Leone XIII legge la sua realtà provando a proiettarla nel futuro. La medesima operazione viene compiuta un secolo dopo da Giovanni Paolo II. Il senatore Pedrizzi sottolinea come l’enciclica arrivi due anni dopo la caduta del Muro di Berlino, contemporaneamente al crollo dell’Impero Sovietico e alla fine della Guerra Fredda; in pratica in quel momento giunge a compimento quello che lo storico Eric Hobsbawm ha definito con straordinaria efficacia il Secolo Breve, cominciato con la Rivoluzione di Ottobre ed esauritosi con il fallimento di quella illusione alimentata da una genuina ansia di riscatto. A quella evoluzione Giovanni Paolo II partecipa attivamente (anche se forse gli è stato attribuito un ruolo che va un po’ oltre l’effettiva realtà: l’Urss e l’Impero sono crollate sotto il peso delle contraddizioni di un sistema economico sfibrato ormai incapace di rincorrere il grande antagonista, gli Usa, sul terreno fortemente dispendioso del riarmo e della ricerca scientifica al riarmo applicata). Potrebbe, dice Pedrizzi, contemplare il suo capolavoro. Invece ne segnala i limiti.

L’impressione è che la segnalazione dei limiti sia conseguenza anche di una umanissima delusione: il Moloch comunista era crollato ma il mercato non era stato in grado di offrire quelle risposte equilibrate che le formule economiche costruite attorno ai principi cristiani e variamente risistemate nella “dottrina sociale” (l’idea ottimistica dell’ordoliberismo di poter esaltare nel liberalismo gli elementi di moralità tenendo sotto controllo quelli più “scatenati” del liberismo cinico e arraffone) in qualche misura avevano promesso al popolo della Chiesa. Anche la capacità predittiva di Giovanni Paolo II è apparsa, nel corso del dibattito, un po’ sopravvalutata. Il papa polacco legge la realtà e, ovviamente, prova a proiettarla nel futuro; viaggia nel mondo e si rende conto di quel che sta succedendo.

Non “immagina” la finanziarizzazione dell’economia; scorge solo i segnali già esistenti e già abbondanti. Quando scrive l’enciclica, il mondo ha già vissuto un paio di crisi finanziarie; la terza rivoluzione industriale ha già percorso un bel tratto di strada e prodotto le prime conseguenze: distrutto i lavori meno qualificati espellendo dal mercato le fasce sociali più deboli (negli Stati Uniti, ad esempio, i neri) e favorito la delocalizzazione (con il corollario dell’abbattimento delle garanzie nei confronti dei lavoratori) perché la tecnologia rende anche più rapido lo spostamento delle produzioni. Si rende conto, Giovanni Paolo II, che alle catene costruire anche con i cingoli dei carri armati, si sono sostituite catene invisibili prodotte dal brusio dei computer e dal rumore quasi impercettibile dei polpastrelli che accarezzano una tastiera spostando con una lieve pressione nel giro di pochissimi secondi enormi capitali da un punto a un altro del globo, impoverendo nel totale silenzio milioni di persone.

La “Centesimus annus” è la risposta a quelle paure. Ma non regge più perché a quelle paure se ne sono sostituite altre e a queste nuove guarda Francesco. Si chiede Fausto Bertinotti: “Oggi qual è il pensiero critico più forte nel mondo?” Semplice la risposta: “Laudato si’ di Papa Francesco. Rappresenta la cesura con tutto il pensiero del Novecento che aveva in sé l’ascesa e la sconfitta della modernità”. E aggiunge: “La novità di Laudato si’ è l’idea dell’uomo. Perché questo capitalismo finanziario pone un problema di tipo antropologico: il pericolo è rappresentato da una sorta di affermazione religiosa del capitalismo che punta a creare un suo uomo, una antropologia che dissolve i principi e considera l’uomo come semplice articolazione tecnico-scientifica. Francesco propone la liberazione dell’uomo da questa schiavitù”.

Una interpretazione, quella di Bertinotti, che coincide nelle conclusioni con quella di monsignor Crepaldi pur partendo da premesse. Perché se l’uomo politico liquida completamente la “Centesimus annus”, più o meno come un ferrovecchio del Novecento, il vescovo di Trieste salva di quell’enciclica i “principi di etica naturale”, il tentativo della Chiesa di affrontare questioni fondamentali “attraverso un dialogo civile”. Ma anche lui sottolinea come Francesco ponga il “problema del rapporto tra tecnica ed etica” stigmatizzando il paradigma tecnocratico” poiché la tecnica “vede nell’uomo un prodotto, la fede cristiana un progetto”. Di qui tre obiettivi (Crepaldi li definisce “auspici”): il rapporto uomo-ambiente nei suoi diversi aspetti (“ambientale, sociale e umano” perché dobbiamo porci non solo il quesito su “quale terra lasciamo ai nostri figli”, ma anche quello su “quali figli lasciamo a questa terra”); la povertà; il mercato.

Su un dato, però, tutti sono d’accordo. Lo segnala Giorgio Benvenuto: la capacità della dottrina sociale” nel suo divenire “di indicare obiettivi forti a fronte della debolezza delle organizzazioni collettive a mettere al centro dell’agenda i problemi del mondo del lavoro e delle élite politiche di discutere dei problemi reali delle persone”. La coerenza, allora? Rivendicarla nei principi può essere utile agli occhi di chi crede, molto meno a quelli di chi è scettico o non crede del tutto. E, comunque, non è venuta dalla dottrina sociale una risposta esaustiva al problema non solo della regolamentazione dei mercati, ma del giusto, accettabile equilibrio sociale. Secondo la stima di Credit Suisse l’1 per cento più ricco del mondo detiene una ricchezza superiore a quella detenuta dal rimanente 99; nel 2015 su questo pianeta, secondo Oxfam, 62 persone appena mettevano insieme una ricchezza pari a quella della metà più povera della popolazione mondiale (3,6 miliardi di persone, per la precisione); in Italia il venti per cento più ricco ha fatto confluire nei propri tecnologici forzieri (semmai anche custoditi all’estero, in quei paradisi fiscali che si palleggiano 7.600 miliardi di dollari totalmente sconosciuti al fisco) una ricchezza pari a quella che fa capo al 67,7 per cento meno ricco del paese. Monsignor Crepaldi ricorda che sette anni fa, quando lasciò Roma, la mensa della Caritas serviva 45 pasti giornalieri, ora ne serve 660. Il Novecento sarà pure finito, come dice Bertinotti, ma l’impressione è che la questione del rapporto (e, inevitabilmente anche del conflitto) tra capitale e lavoro non è stato risolto. Anzi è stato risolto come dice Warren Buffet: “La lotta di classe è finita e l’abbiamo vinta noi”. Se proviamo a cercare una fase in cui la società (almeno quella industrialmente avanzata, democratica e occidentale) ha dato l’impressione di potersi poggiare su un equilibrio abbastanza decente, la mente corre immediatamente ai “trenta gloriosi”, periodo nel quale lo spirito delle ricette e delle riforme socialdemocratiche contribuì in qualche misura a domare quegli spiriti animali del capitalismo che oggi appaiono decisamente feroci.

fondazione nenni

Via Alberto Caroncini 19, Roma www.fondazionenenni.it

Rispondi