La riforma costituzionale (3): il nuovo senato

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Uno degli argomenti maggiormente sbandierati dai sostenitori della riforma costituzionale targata Boschi consiste, con particolare riferimento a quello che ne è il fulcro, cioè la modifica del Senato della Repubblica e delle sue prerogative, nell’affermare che, con la vittoria del “Sì”, si risparmierebbe una gran quantità di denaro e si manderebbe a casa una vasta parte del tanto deprecato ceto politico.

Ora, sorvolando sul fatto che spesso i neo-costituenti hanno favoleggiato, e in molti casi lo fanno tuttora, di abolizione del Senato (quando invece quest’ultimo rimarrà vivo e lotterà più che mai insieme a noi), per parlare con costrutto del merito del testo occorre immediatamente sgomberare il campo da simili corbellerie.

Capitolo risparmi: secondo la Ragioneria Generale dello Stato, infatti, quelli certi derivanti dal taglio del numero dei senatori (con conseguente abolizione delle indennità e delle diarie) ammonterebbero a circa 50 milioni di euro. Ora, anche ammettendo, come sostiene la Ministro Boschi, che, includendo ciò che al momento non è quantificabile, si possa mettere da parte un gruzzoletto da 150 milioni annui – compiendo peraltro uno sforzo estremo di ottimismo, dal momento che, ad esempio, la titolare delle Riforme conta di ricavare 70 milioni dalle minori spese per le commissioni e dalle riduzioni nei trasferimenti ai gruppi, voci che però, secondo l’ultimo bilancio, ammontano a poco più di 22 milioni – e anche ammesso che tutta la riforma possa produrre 500 milioni di risparmi, stiamo sempre parlando di somme comprese, all’incirca, tra lo 0,01 e un po’ più dello 0,03% del Pil. Tenendo conto che ogni anno ragioniamo di manovre che vanno dai 20 ai 30 miliardi, è evidente come non si tratti di risparmi epocali e come il “Sì” alla modifica della Carta costituzionale dovrebbe necessariamente reggersi su altre argomentazioni.

E no, neanche quella anti-casta è buona, dal momento che, per circa i tre quarti (74 dei 100 componenti), il nuovo Senato si andrebbe a comporre di consiglieri regionali (non proprio coloro che negli ultimi anni hanno dato il più fulgido esempio di rettitudine morale) che, detto per inciso, dovendo svolgere (come i 21 sindaci che entrerebbero a Palazzo Madama) sostanzialmente un doppio lavoro, con tanto (per la quasi totalità) di trasferte e spese di soggiorno in quel di Roma, dovranno essere dotati di strutture di supporto o di qualcosa che gli somigli e prevedibilmente finiranno per godere di una qualche forma di rimborso spese (al momento, va detto, non prevista), con tanti saluti a parte dei suddetti celebrati risparmi.

Superate queste argomentazioni più che altro demagogiche, così come demagogico è il richiamo (e anche di esso si è ampiamente abusato) al 6% di aumento di Pil in dieci anni che secondo l’Ocse produrrebbe la riforma (sia perché previsioni così a lungo termine lasciano il tempo che trovano, sia, e soprattutto, perché l’organizzazione parigina, pur non disprezzando l’operato del governo in materia, ha sempre citato solo le riforme economiche come quelle in grado si spingere in quel modo la crescita), ci si può porre una domanda più seria: un Senato siffatto, con soli 100 componenti (compresi i 5 senatori nominati dal Presidente della Repubblica – che resterebbero in carica sette anni e non potrebbero essere nominati una seconda volta) che svolgerebbero questo ruolo part-time, sarebbe in grado di funzionare?

Per ricevere qualche insegnamento dalla storia, infatti, non dovremmo dimenticare che il numero dei senatori, alla fine degli anni ’50 e poi nel 1963, fu aumentato (da circa 240 – numero variabile in rapporto alla popolazione delle Regioni – agli attuali 315) proprio perché spesso era impossibile formare le commissioni e procedere ad un lavoro parlamentare accurato. Perché ora dovrebbe andare in maniera diversa? Si dirà: “Venendo privato della facoltà di dare e togliere la fiducia al governo, il Senato non sarà più una camera politica. Inoltre, con il nuovo assetto istituzionale, il peso di Palazzo Madama sul procedimento legislativo sarà decisamente inferiore rispetto al passato; di conseguenza, la mole di lavoro sarà più leggera e non ci saranno problemi”. Possibile, ma per niente scontato, vista la proliferazione dei procedimenti legislativi, la conseguente, prevedibile, difficoltà di distinguere quale di essi applicare ad una data proposta di legge e visto il peso che il Senato inevitabilmente continuerebbe ad avere sull’intero processo.

La differenziazione del bicameralismo, dunque, rischia di non produrre quella semplificazione, quello snellimento e quella velocizzazione delle procedure istituzionali nei quali molti individuano il maggior merito della riforma. Ha scritto il Professor Gaetano Azzariti su “Il Manifesto”, lo scorso 27 maggio (ecco il link all’articolo: http://ilmanifesto.info/il-nuovo-senato-una-brutta-sorpresa/):Si differenzia il bicameralismo per concentrare solo sulla Camera dei deputati la funzione di indirizzo politico, solo essa rimane titolare del rapporto di fiducia ed esercita il controllo sull’operato del governo. In questo caso non è tanto l’obiettivo auspicato che suscita perplessità, quanto l’incapacità di perseguirlo con coerenza. In effetti, il modo più limpido per ottenere tale risultato (semplificando realmente l’intero assetto parlamentare, ma rendendo al contempo più solido il ruolo del parlamento) sarebbe stato un altro: la scelta monocamerale e l’adozione di un sistema elettorale proporzionale. Ciò avrebbe comportato un parlamento rafforzato nella sua autonomia e dunque in grado di porsi come effettivo controllore del governo. Non è questa la semplificazione che si persegue”.

Abbiamo incidentalmente parlato di quella che sarà la composizione del nuovo Senato dei 100. In Parlamento si è dibattuto a lungo, con tanto di rischio implosione dello stesso Partito Democratico, sul metodo di elezione dei senatori/consiglieri regionali e dei senatori/sindaci. Originariamente era stata prevista un’elezione del tutto indiretta; alla fine si è optato per tenere conto anche del voto popolare, pervenendo alla vaghissima formula di compromesso: “La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali dai quali sono stati eletti, in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi, secondo le modalità stabilite dalla legge di cui al sesto comma.”. Sesto comma che recita: “Con legge approvata da entrambe le Camere sono regolate le modalità di attribuzione dei seggi e di elezione dei membri del Senato della Repubblica tra i consiglieri e i sindaci, nonché quelle per la loro sostituzione, in caso di cessazione dalla carica elettiva regionale o locale. I seggi sono attribuiti in ragione dei voti espressi e della composizione di ciascun Consiglio”. Spetterà dunque ad una legge stabilire il metodo di elezione del Senato. Ora, al di là della discutibile scelta di abolire, di fatto, l’elezione diretta di un ramo del Parlamento (tanto valeva, ripetiamo, cancellarlo del tutto), è abbastanza paradossale (seppure inevitabile, visto che, per approvare la norma, è necessario per forza attendere l’esito del referendum) il fatto che, quando finalmente il governo si esprimerà sulla data della consultazione, ci si troverà a votare sula modifica della Carta costituzionale senza avere contezza alcuna del tipo di legge elettorale che verrà elaborata e di come dunque il legislatore intende sostanziare quel “in conformità alle scelte espresse dagli elettori”.

Ultimo punto, ma non meno importante: che visione istituzionale si cela dietro il nuovo Senato? O meglio, cosa dovrebbe essere il nuovo Senato? In base alla sua composizione, e anche in base a quanto dichiarato dai sostenitori della riforma, dovrebbe diventare una sorta di camera delle Regioni. Tuttavia, al di là della presenza dei cinque senatori di nomina presidenziale (certo non rappresentativi degli enti locali), tale obiettivo risulta irraggiungibile in partenza. In primo luogo perché, per centrarlo, sarebbe necessario un assetto federale che, nonostante le (purtroppo pessime) riforme fatte nel passato, l’Italia non ha mai avuto e, in secondo luogo, perché la modifica costituzionale, attraverso il nuovo Titolo V (con il ritorno di alcune competenze esclusive allo Stato e la facoltà concessa a quest’ultimo di esercitare la cosiddetta “clausola di supremazia” e di intervenire dunque in ambiti non riservati alla sua legislazione esclusiva) e il conseguente ridimensionamento del ruolo delle Regioni stesse, non segna certo un avvicinamento a quell’assetto. Dunque, al di là del fatto che le disposizioni del nuovo Titolo V siano condivisibili o meno (una razionalizzazione del pasticcio fatto nel 2001 con quella affrettata modifica costituzionale approvata a maggioranza e poi confermata dal voto popolare era ed è necessaria), in questo caso si pone una questione di coerenza del nuovo impianto istituzionale nel suo insieme.

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