Tiziana, così il web diventa ordalia

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-di VALENTINA BOMBARDIERI-

Tiziana Cantone. Un nome che in questi giorni risuona spesso, in maniera ben diversa da come risuonava un anno fa. Tiziana si è suicidata. La ragazza che voleva cambiare nome (secondo quanto raccontato dalla madre agli investigatori, anche per tagliare quella sorta di cordone ombelicale con un padre che per lei tale non è mai stato) e dimenticare il suo passato, ha scelto la via più tragica.

La trentunenne napoletana aveva ottenuto la parziale rimozione dal web delle immagini di un video hot che la vedevano protagonista, mentre pronunciava la frase, poi diventata un tormentone: “Stai facendo un video? Bravo”. Aveva ottenuto, almeno in parte, il diritto all’oblio (ma anche la condanna alle spese legali: ventimila euro). Di cosa si tratta? Una sentenza della corte di giustizia europea permette agli utenti della rete di interpellare i motori di ricerca per la cancellazione dei link che li riguardano. È una sorta di “forma garanzia” a cui ci si può appellare per cancellare materiali ritenuti “inadeguati o non più rilevanti”, si tratta cioè di foto o video hard, post qualificabili come atti di cyberbullismo o file riguardanti processi e attività giudiziarie che coinvolgono o hanno coinvolto privati cittadini.

Per procedere alla cancellazione delle proprie tracce in rete è necessaria una verifica del possibile interesse pubblico di un certo materiale in rapporto ai diritti legati alla tutela della privacy.

Una tragedia che apre tanti spunti di riflessione, che speriamo non rimangano senza un azione conseguente. La domanda è una sola: “Come ci si può tutelare al tempo di internet?”.

Il diritto al rispetto della vita personale e familiare, sancito dall’art.7 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europa, e il diritto alla protezione dei dati previsto, invece, dall’art.8, sono i due prescrizioni che tutelano, o dovrebbero tutelare, i cittadini europei. Stefano Rodotà, per otto anni Presidente dell’Autorità Garante scrive nel suo libro “Intervista su privacy e libertà”: “Senza una forte tutela del “corpo elettronico”, dell’insieme delle informazioni raccolte sul nostro conto, la stessa libertà personale è in pericolo e si rafforzano le spinte verso la costruzione di una società della sorveglianza, della classificazione della selezione sociale (evitare le discriminazioni in base alle opinioni e condizioni di salute): diventa così evidente che la privacy è uno strumento necessario per salvaguardare la “società della libertà”. Senza una resistenza continua alle microviolazioni, ai controlli continui, capillari, oppressivi o invisibili che invadono la stessa vita quotidiana, ci ritroviamo nudi e deboli di fronte a poteri pubblici e privati: la privacy si specifica così come una componente ineliminabile della “società della dignità”.

Evidenti le difficoltà nella individuazione del limite e nella concreta definizione delle tutele. Tiziana è vittima di un mondo, quello virtuale, in cui non sempre il progresso tecnologico è l’altra faccia della medaglia del progresso sociale. Tiziana è in parte vittima di se stessa, di una sua leggerezza, non essendo riuscita a difendere adeguatamente il suo spazio privato, consentendo ad amici che amici non erano di poter girare quel video o, come sostiene la madre nelle sue dichiarazioni agli inquirenti, di un uomo sbagliato che l’ha plagiata, usata e buttata via. È vittima della gogna e della crassa ironia che si è scatenata su di lei, un circolo vizioso e degradante che non poteva neanche immaginare, che non è riuscita a bloccare e che alla fine l’ha prostrata sino al punto da indurla a cercare e trovare la morte. La logica del web è spietata: quando ti regali “a uno” diventi di tutti. E quei tutti, con irrisioni, parodie e prese in giro non hanno fatto sconti: si sono impossessati di Tiziana, ne hanno abusato, l’hanno scarnificata senza rispetto, con ignorante superficialità, con profondo disprezzo umano.

Il fatto è che la rivoluzione cibernetica, la terza rivoluzione industriale è stata accolta con un ottimismo talmente spropositato da abbattere le nostre “barriere immunitarie”. Ha sollecitato sogni che si sono trasformati in incubi. I “cyberottimisti” quasi agli albori vagheggiavano la “fine del lavoro” a tutto vantaggio di più ampi spazi di vita; una tecnologia al servizio dell’uomo che avrebbe reso tutti più ricchi. Non siamo stati liberati dal lavoro ma solo espulsi dai luoghi di lavoro opportunamente automatizzati. La patina New Age con cui si avvolgevano gli imprenditori del settore alimentando la retorica del progresso senza limiti, ha consentito a giovani svegli e intraprendenti di fare molti quattrini senza preoccuparsi troppo delle conseguenze negative che queste accelerazioni avrebbero potuto provocare in una società largamente poco “educata” (e lo è ancora oggi) al web. Non molti giorni fa Mark Zuckerberg ha raccontato in alcune “lezioni” italiane le magnifiche sorti e progressive della sua creatura, Facebook che, al contrario, al pari di altri social network (Twitter, ad esempio, ma non solo) ha prodotto un terribile abbassamento della soglia del rispetto personale, amplificato la spinta all’aggressività così tipica nell’uomo moderno, aperto spazi di libertà dialettica a chi quella libertà non è stato mai educato a usarla correttamente e, infatti, ne abusa. E tutti i tentativi di creare qualche argine ha trovato proprio in quegli imprenditori così New Age e interessati al benessere della comunità (in particolare di quelle zone che si concentrano nelle Borse e nei luoghi istituzionalmente deputati agli affari) le resistenze più granitiche. Il caso di Tiziana è sicuramente un caso limite. Eppure una riflessione su come evitare che soggetti fragili o in una condizione temporanea di fragilità possano essere travolti da una società che ha progressivamente confuso il reale col virtuale, deciso che si ha diritto all’esistenza solo se si è “social” e che nell’area social tutto è ammesso, dall’insulto più banale alla crocifissione verbale pubblica, dalla critica spinta alla vera e propria ordalia, appare più che mai opportuna.

Secondo la Presidentessa degli Ordine degli Psicologi della Campania, Antonella Bozzaotra: «La ragazza è una vittima di una società in cui impera una mentalità sessista che espone le donne a continue vessazioni, soprattutto quando si tratta di comportamenti legati alla sessualità. E’ una mentalità ancora molto radicata nel nostro Paese e in generale nel mondo occidentale ed è una cultura che si manifesta attraverso espressioni come “se l’è cercata”, pronunciata anche dai concittadini della 13enne di Melito Porto Salvo, e che si rafforza attraverso internet e i social, luoghi virtuali dove l’altro non è presente fisicamente e può essere colpito più facilmente».

Tiziana si è tolta la vita perché tormentata da quello che oggi viene chiamata cyber bullismo. Vittima di quei leoni da tastiera che colpiscono sempre i più deboli (non è una novità: chi ha trascorso una vita nei giornali sa quante lettere anonime arrivavano nelle redazioni, solo che almeno un tempo c’era qualche filtro). Secondo i dati dell’indagine “Il bullismo in Italia: comportamenti offensivi e violenti tra i giovanissimi” colpisce il 7,1% delle ragazze e il 4,6% dei ragazzi. La fascia più colpita è quella degli 11-13 anni: circa il 7% dichiara di essere stato vittima una o più volte al mese di prepotenze tramite cellulare o Internet mentre la quota scende al 5,2% se la vittima ha un’età compresa tra 14 e 17 anni.

Il 28 giugno Antonello Soro, presidente dell’autorità Garante per la protezione dei dati personali, in una audizione parlamentare affermava che “La criminalità informatica ha assunto dimensioni inquietanti” e, “con lo sviluppo dell’Internet delle cose”, potrà arrivare a compromettere “la sicurezza fisica delle persone”. Così è stato.

Soprattutto Tiziana è vittima, come ha scritto Roberto Saviano in un post su Facebook “perché donna in un Paese in cui le donne di sesso non devono parlare, non ne devono scrivere, devono praticarlo con timidezza, di nascosto. E se lo fanno con disinvoltura e ne godono questo è sconveniente, peccaminoso. È la donna a essere oggetto di strali, risatine, gomitate, invettive. Così è stato per Tiziana. Agli uomini l’onore. La donna che si diverte a fare sesso è prostituta, l’uomo è “uno buono”». «Tiziana l’ha uccisa non la sua leggerezza, ma la bigotteria italiana», ha concluso.

Valentina Bombardieri

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