Per una scuola maestra di vita

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-di VALENTINA BOMBARDIERI-

Primo giorno di scuola per circa 8 milioni di studenti. Si torna tra i banchi di scuola. Il primo giorno per molti, il proseguo di un percorso per altri. Ci siamo seduti tutti su quei banchi, un pò annoiati e un pò svogliati. Ci si dimentica molto spesso che la scuola è fatta di persone. Quando si discute sulla proposta di legge di turno per storpiare questa istituzione ci si dimentica che dentro quel calderone ci sono delle persone. Il 70% degli studenti italiani sembra convinto che la scuola sia la base per costruire il proprio futuro, uno studente su tre non ritiene proprio sia così.  Secondo il rapporto “Gli italiani e lo Stato” la scuola però continua a essere tra le istituzioni più stimate. Mentre gli insegnanti della Scuola pubblica, a loro volta, risultano tra le figure professionali che dispongono di maggiore prestigio sociale. Una fiducia scesa ( 54%) rispetto al 2003 dove si attestava intorno al 63%.

Si torna a scuola. In una scuola che sembra aver perso di vista la necessità di insegnare. Non solo la lezioncina da ripetere il giorno dopo. È una scuola vecchia. Una scuola che di buono, polemiche a parte, sembra avere ben poco.  Professori scelti e qualificati con stipendi in base al merito e premi in denaro, niente più supplenti, lingue straniere fin dalla scuola elementare, maggiori competenze informatiche, più alternanza scuola e lavoro, nuovi piani di integrazione per stranieri e disabili e fino a qui ci siamo. Ma quando ci saranno delle riforme che trasformeranno insegnanti in maestri? Perché forse il nodo di tutta la questione è proprio questo. I ragazzi si lamentano di una scuola dove le cinque ore di lezione si trasformano in una lezione frontale senza nessuna voglia di stimolare la loro curiosità. Ci si preoccupa del voto o della pagella in classi super-affollate dove si fanno le corse per finire il programma. La scuola, la buona scuola dovrebbe formarti. Dovrebbe insegnarti cosa vuoi fare nella vita. L’ultimo anno di scuola ci si preoccupa della maturità con ragazzi che non sanno neanche cosa fare l’anno dopo, se e quale facoltà intraprendere.

Chi scrive non ha finito la scuola da molto tempo e si ricorda di una sorta di salto mortale (rigorosamente da fare bendato) per la ricerca della facoltà giusta. Perché nessuno ci aveva insegnato a scegliere, né tanto meno a scegliere consapevolmente. Non siamo una generazione di bamboccioni, siamo una generazione a cui, nei nostri luoghi di socializzazione mancano le guide. E quando hai la fortuna di avere almeno un professore che riesca ad accendere in voi qualche curiosità allora siete fortunati. Io lo sono stata e neanche a farlo apposta la mia Professoressa era un’insegnante di italiano.

Siamo stati tutti quei giovani che oggi tornano a scuola, convinti che non servisse a nulla. Abbiamo capito dopo che, in realtà, la scuola è una palestra di vita e che su quei banchi si impara a vivere. Quei voti che molte volte non corrispondevano al nostro lavoro, quel professore che non si capiva quando spiegava e quei 4 in matematica che ce li meritavamo tutti. Quando esci da quel mondo ovattato, che in quegli anni ti sembra una giungla, i 4 a matematica le rimpiangi tanto quanto le interrogazioni di latino e greco. Addirittura quella strega che ti insegnava storia e filosofia sembra un angelo rispetto ai mostri che la vita ti mette davanti quando diventi grande.

Quando i grandi erano gli altri e ti dicevano di goderti quella fase della vita, tu proprio non ci vedevi nulla di bello. Interrogazioni, ansie e paure e pure i compiti a casa. Quando tu eri in lutto perché a settembre risuonava la campanella, quando tornavi a casa in lacrime per quel 4 che non ti meritavi, quando non capivi la spiegazione di un professore ti stavi preparando alla vita. Perché quella campanella continuerà a essere il tuo primo giorno di lavoro tornato dalle ferie, quel professore che non potevi mandare a quel paese sarà il tuo capo mentre quell’altro che non capivi sarà nulla a confronto delle persone incompetenti con cui ti troverai a combattere. Imparerai che quel voto che ti veniva dato non è nulla in confronto ai voti che imparerai a darti da solo, perché non c’è giudice più severo di se stesso.

 

valentinabombardieri

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