Referendum, la capziosa domanda di Maria Elena Boschi

 

Foto Roberto Monaldo / LaPresse08-01-2014 RomaPoliticaRai Uno - Trasmissione tv "Porta a Porta"Nella foto Maria Elena Boschi (PD)Photo Roberto Monaldo / LaPresse08-01-2014 Rome (Italy)Tv program "Porta a Porta"In the photo Maria Elena Boschi

-di ANTONIO MAGLIE-

Alcuni giorni fa, Maria Elena Boschi, impegnata nel suo tour elettorale a sostegno della legge di revisione costituzionale, è passata dalla redazione del quotidiano torinese, “La Stampa” e consegnato una sua, personalissima, verità: “Basta leggere il quesito del referendum per votare sì”. E a ulteriore conferma di questa sua opinione, ha aggiunto: “Abbiamo tutto l’interesse a che si parli dei contenuti, e infatti non parliamo più dei destini personali”. Tutto bello ma fuorviante. Tanto per cominciare appare un po’ unilaterale l’idea che a parlare di contenuti sia interessata una sola parte, in pratica quella che sostiene la Verità contenuta implicitamente nella domanda che apparirà sulla scheda. Chi sta sull’altro fronte può avere a disposizione argomenti comunque convincenti, che possono essere condivisi o contestati sulla base di valutazioni personalissime.

Soprattutto la “Verità” nella sua forma assoluta non esiste e in quella relativa riesce difficile ritrovarla in una domanda di tre righe che terminando con un punto interrogativo teoricamente invita a coltivare dei dubbi e non delle certezze. Se poi il tasso di interesse a parlare di contenuti si misura sulla circostanza che si faccia o meno riferimento ai destini di un presidente del consiglio o di un governo o di un ministro, allora non si capisce perché mai questo problema sia stato sollevato da chi ora dice di non parlare “più dei destini personali”.

Che ci sia la necessità di discutere dei contenuti è un dato di fatto perciò questo Blog ha cominciato da ieri a pubblicare degli articoli sui vari “capitoli” della legge di revisione costituzionale. Siamo convinti che la conoscenza sia il risultato di un processo complesso fatto di letture e conseguenti valutazioni che devono terminare con la costruzione di una opinione. Ma solo uno strumento intellettuale può garantire il raggiungimento dell’obiettivo: la chiarezza. E non si fa chiarezza sostenendo che basti leggere un quesito referendario (che nasce da una “parte” e quindi punta a spostare consensi non a costruire opinioni) per fornire il proprio sostegno alla provvedimento che porta il nome e il cognome della Boschi.

In ogni caso leggiamola questa domanda: «Approvate il testo della legge costituzionale concernente “disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del Titolo V della parte II della Costituzione”, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016?» Sembra fornire una immagine di asetticità. Ma non è così.

Quella proposta sotto forma di domanda è semplicemente il titolo del provvedimento che è stato elaborato da chi l’ha sostenuto e votato, sicuramente non da chi non l’ha votato e, quindi, l’ha subito. È evidente che questa domanda, priva del contenuto, tende a fornire una immagine parziale della realtà. Chi tra di noi non è d’accordo su molte delle cose lì indicate? Però la domanda non ci dice come si raggiungono quegli obiettivi, se la strada scelta era l’unica o esistevano delle alternative, quali rischi e quali costi (non solo economici) comportano le scelte adottate. Un titolo, insomma, non contiene la verità, al massimo un indirizzo. E i politici questo lo sanno benissimo tanto è vero che è accaduto spesso in passato (e accadrà in futuro) che di fronte a un titolo poco gradito parlino di travisamento delle loro parole. Chi fa comunicazione sa bene che quelle poche battute che precedono un testo rappresentano lo strumento più semplice, veloce e immediato (il più delle volte i lettori si fermano a quello e non vanno avanti) di manipolazione.

Chi si occupa di comunicazione sa bene anche che le domande possono essere di vario tipo: asettiche, strumentali, capziose, retoriche, accomodanti (le famose interviste in ginocchio tanto care ad alcuni intrattenitori televisivi). Possono indirizzare la risposta e possono indirizzare le opinioni. Da questo punto di vista, con tutto il rispetto dovuto, venendo da una delle due parti (quella favorevole), la domanda che apparirà sulla scheda sarà sottilmente capziosa, cioè ingannevole perché nella sua formale asetticità (richiamata, evidentemente, dalla Boschi nel suo intervento a “La Stampa” che la ritiene sufficiente a orientare le risposte in senso affermativo) di fatto punta ad agevolare una presa di posizione fermandosi all’apparenza senza approfondire. Noi, invece, siamo convinti che un elettore “informato e consapevole”, come richiede una democrazia compiuta e matura, debba andare oltre la domanda per porsi mille altre domande perché dalle risposte che saprà dare a se stesso dipenderà in parte il buon funzionamento del sistema, cioè quella ricerca della felicità che tante costituzioni si pongono come finalità ultima della propria esistenza.

antoniomaglie

Rispondi