L’Italia onirica di Matteo Renzi

MATTEO RENZI

-di ANTONIO MAGLIE-

C’è un’Italia vera e una onirica. La prima la raccontano i cittadini di questo Paese (non tutti perché una minoranza sta molto bene e in questi anni non è mai stata male); la seconda la narra il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi. A Cernobbio, il premier ha spiegato che il 2016 andrà meglio del 2015, così come il 2015 è andato meglio del 2014, il 2014 del 2013, il 2013 del 2012. Insomma, da quando è cominciata la sua epopea (22 febbraio 2014) in questo Paese tutto va a meraviglia. Bontà sua ci ha anche detto che l’uscita dalla crisi è una lunga marcia.

I runner, anche quelli dilettanti, sanno bene che una corsa (o una marcia) lunga necessita di buona alimentazione, notevole preparazione fisica e fiducia nei propri mezzi. Mancando anche solo una di quelle tre condizioni, o non arrivi proprio o, al momento del taglio del traguardo, stramazzi al suolo. Sinceramente all’Italia sembrano mancare tutte e tre le condizioni. Ecco perché una narrazione così edulcorata finisce solo per irritare chi ne è destinatario e avverte, sulla propria pelle, che le cose non vanno propriamente così. Negli anni Ottanta, l’allora presidente del Consiglio, Bettino Craxi, illustrò la situazione del paese dicendo: “E la nave va”. Venne sbertucciato anche da quei giornali che ora sembrano pendere dalle labbra del capo del governo. Eppure i dati di crescita di quegli anni erano piuttosto diversi (migliori) da quelli di questi tempi, più simili, invece, a dati di decrescita (infelice, per smentire Serge Latouche).

Il presidente del Consiglio può anche fornire una serie di riferimenti, opportunamente rielaborati, sull’occupazione come conseguenza positiva del Jobs Act. Ma i dati reali sono due: il tasso di disoccupazione resta all’11,4 per cento e tra i giovani la percentuale continua a sfiorare il 40; Eurostat ci ha comunicato che siamo il “paradiso” (o l’inferno) di quei ragazzi che “non lavorano né studiano” (abbiamo la più alta percentuale europea, superiore addirittura a quella della Grecia); del famoso Jobs Act, poi, gli imprenditori hanno preso la parte migliore (la decontribuzione che ovviamente avrà nel tempo effetti sui conti dell’Inps, quindi sui pensionati, quindi su tutti noi, con l’eccezione degli imprenditori che la vecchiaia se la tutelano in altra maniera) ma non si può certo dire che abbia rilanciato la crescita perché questo risultato non si ottiene per via legislativa ma con una vera politica economica.

La realtà che ognuno di noi osserva uscendo di casa è quella di un Paese in declino, di un’Italia in cui la povertà (dati Istat) scandisce l’esistenza di un milione e 582 mila famiglie, cioè quattro milioni e 598 mila persone e un nucleo familiare di quattro membri (padre, madre e due figli) ha qualche possibilità in più di iscriversi a questo tristissimo club. La foto è quella di un’Italia in cui la domanda interna boccheggia perché i redditi sono troppo bassi: le dichiarazioni del 2015 dicono che i lavoratori dipendenti guadagnano in media 20.520 euro e che solo lo 0,6 per cento degli imprenditori denuncia un reddito superiore a 50 mila euro. È il paese in cui, come ha sottolineato Tito Boeri, presidente dell’Inps, nel suo ultimo rapporto, oltre sei milioni di pensionati (38 per cento) tira a campare con meno di mille euro al mese. È l’Italia in cui la classe media sta nemmeno troppo lentamente scomparendo perché, come ha segnalato la ricercatrice Chiara Assunta Ricci il 18 maggio del 2015 su “Menabò di Etica ed Economia”, coloro che nel 2013 erano parte di quel segmento sociale avevano valori di reddito pari alla fascia più bassa di quella classe nel 2006.

Questo è un Paese fermo, che più che alle famose riforme dovrebbe pensare agli investimenti (privati ma soprattutto pubblici, in innovazione e ricerca, nella difesa delle strutture produttive strategiche che invece stiamo svendendo pezzo per pezzo). Dovrebbe pensare a una vera riforma fiscale non a qualche mancia per ottenere immediati consensi, per rivitalizzare quel ceto medio che è indispensabile non solo alla tenuta della democrazia ma anche al mercato avendo una propensione al consumo normalmente più alta di quella di altre classi sociali. Dovrebbe predisporre veri strumenti di protezione per difendere i più deboli dalla povertà. Ma la realtà è nei numeri, quei numeri che Renzi ritiene non contestabili: il Pil nel 2016 aumenterà dello 0,8 per cento (forse), dopo essere cresciuto della stessa percentuale nel 2015 e aver perso lo 0,4 nel 2014, l’1,9 nel 2013 e il 2,5 nel 2012. Come si suol dire: le chiacchiere stanno a zero. Questi numeri segnalano che per una lunga marcia o corsa siamo sprovvisti sia di preparazione fisica, che di buona alimentazione e forti motivazioni. Insomma, siamo debilitati e sfiduciati.

antoniomaglie

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