Charlie e il terremoto: indignamoci per le case di sabbia

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-di VALENTINA BOMBARDIERI-

Il giornale satirico Charlie Hebdo rincara la dose “Italiani…non è Charlie Hebdo che costruisce le vostre case, è la mafia!” Pasta, lasagna e mafia. E di solito ci mettono in mezzo anche il sole, il mandolino e Berlusconi; anni fa un settimanale tedesco (Der Spiegel) si dilettò con pastasciutta e P38. Il solito ritratto dell’Italia. Dopo la vignetta che raffigurava due superstiti del terremoto che ha colpito Amatrice coperti di sangue/sugo e una torre di uomini schiacciati sotto le macerie a voler raffigurare delle lasagne, la polemica assume toni sempre più aspri.

Un dibattito che non avrà mai fine. Dibattito sul concetto di satira, di libertà di espressione e di limite. Quando si trattava di satira nei confronti degli altri eravamo tutti #CharlieEbdo, mentre ora che riguarda noi, ci indigniamo? Siamo stati tutti Charlie Ebdo, tutti pronti a pubblicare matite e a osannare la libertà di espressione finché non l’abbiamo provata sulla nostra pelle. Perché ora sui social ci si rammarica per il fatto che un anno e mezzo fa i terroristi abbiano ucciso nella redazione parigina del giornale satirico solo dodici persone, risparmiando coloro che oggi ci hanno ferito (in realtà molti dei disegnatori attuali non facevano parte della struttura di allora). Perché la satira è anche questo e la satira di Charlie Hebdo lo è ancora di più, lo è sempre stata, teorizzata in questa versione “brutta sporca e cattiva” da una delle vittime del famoso attentato. È sprezzante e irriverente. Ma è una satira che fa riflettere. Perché quei tre uomini disegnati sulla vignetta rappresentano quello che è successo, che ci piaccia o no. Gente insanguinata (primo disegno), gente piena di graffi (secondo disegno) e gente che è morta (terzo disegno). Non è un offesa, è un dato di fatto. Perché i tramezzi sono caduti, alcune case erano fatte di sabbia e quasi 300 persone sono passate dal sonno alla morte. Quei morti sono vittime di speculazioni edilizie e dell’incuria.

Se vogliamo la satira, se la vogliamo libera, se vogliamo le matite affilate contro Allah e i suoi figli dobbiamo essere disposti ad accettare che la punta colpisca in un occhio anche noi e le nostre “vergogne”. Chi ci dice che la censura esercitata su una parte non preluda a una censura che verrà esercitata sull’altra?

Indigniamoci pure per le vignette ricordandoci sempre che l’indignazione più grande dovrebbe riguardare il fatto che non sappiamo dove sia di casa la sicurezza e la messa a norma delle nostre abitazioni, delle scuole dove mandiamo i nostri bambini, degli ospedali in cui dovremmo curarci e che invece a volte ci crollano addosso, dei luoghi che frequentiamo abitualmente. Negli anni Sessanta e Settanta nell’Italia ancora molto democristiana e tanto bigotta, quando i giornali denunciavano uno scandalo si levavamo immediatamente cori contro lo scandalismo; la causa dello scandalo, invece, restava in ombra consentendo repliche nel disinteresse quasi collettivo.

Le vignette di Charlie Hebdo sono brutte. Brutte veramente. Nessuno può toglierci il diritto di dirlo (lo ha sottolineato anche il presidente del Senato, Pietro Grasso che di leggi e libertà se ne intende), così come nessuno può privare i giornali del diritto di scrivere e di disegnare quel che ritengono opportuno. È la libertà di espressione su cui dovrebbe fondarsi ogni civiltà. Fuori da ciò c’è la censura (Erdogan, Orbàn, Mussolini, Hitler, alcuni stati teocratici) con la conseguenza che diventerebbe sempre più labile il confine tra noi e quelli con i kalashnikov, tutti “affratellati” in un integralismo che non conosce e non tollera differenze di opinioni, di credi religiosi, di fedi politiche, di scelte civili e sociali.

Valentina Bombardieri

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