Le parole d’autore di Nenni: cavaliere de’ leoni

25 agosto

– DI FRANCESCA VIAN –

Continua il breve excursus estivo con le parole d’autore su Nenni. In Mondo operaio, nel 1962, Enzo Sipione scrive una splendida lunga “Lettera dalla Sicilia” a Gaetano Arfè, nella quale esamina i problemi del Partito socialista (in copertina una foto recente del porto di Scoglitti, poco lontano da Modica, in provincia di Ragusa, dove questa lettera fu scritta).

Li esamina con quel bello stile, ricco di paradossi, di esagerazioni, di “rette parallele che si incontrano all’infinito”, ma anche di una melanconia pacata e triste, che mi ha ricordato i grandi narratori siciliani: egli stacca Pietro Nenni (“il segretario”) da tutto il resto. Non si sente, evidentemente, di avviluppare anche Nenni nel cono buio della critica, e così ne proietta il personaggio fuori da ciò che ha intorno.

Secondo Enzo Sipione “da questo partito parte la rinascita della società italiana ed è nel suo programma la soluzione dei nostri problemi”, ma esso è schiacciato sotto un duplice peso: “la strutturazione burocratica” e la “mitologia di corrente”. Si parla anche di caccia alle poltrone retribuite delle federazioni, di dispetti, di malafede.

Fu osservato giustamente: ci si preoccupa delle correnti, ma chi si preoccupa del partito? Escluso il suo segretario (Nenni, ndr) temo nessuno più. (…) All’intelligente energia del segretario del partito, non è corrisposta alla sua base, un’azione adeguata alle grandi prospettive che ci sono tuttora aperte. Mi scuserà il compagno Nenni se lo nenni-fumettoparagono al cavaliere “de’ leoni”: egli ha fatto aprire la gabbia, ha sfidato gli animali ferocissimi al combattimento, i leoni per tutta risposta hanno sbadigliato e si sono girati dall’altra parte. Il partito socialista è come un vecchio leone annoiato, rinunzia alla sfida del suo stesso capo, che è un incitamento alla lotta e non si impegna a fondo. Non gli dispiace evidentemente la posizione di vecchio partito rivoluzionario, che all’impegno presente preferisce invece godersi la pensione della gloria o delle glorie passate, così come ogni buon attivista si allena alla lotta cercando di persuadere un compagno a trasmigrare dall’una all’altra corrente”. 

Fin qui c’è ironia e autoironia, con quel “senso del contrario” che “ci turba il riso” (Luigi Pirandello), ma che in definitiva è un grido di dolore, un’invocazione autentica di un miglioramento auspicato e atteso.

Poi l’onda della critica, fino a quel punto pacata, ha un attimo in cui si alza e sbatte sulla costa. Chiede esplicitamente di cambiare, per poi tornare a richiudersi in se stessa, come tutte le onde. Ma il miglioramento, prima evocato denunciando il male, poi esplicitamente richiesto, è anche un omaggio autentico al domatore di leoni, e perché no? anche ai leoni.

 “Ma come? Vivificando le sezioni, dando un contenuto concreto (cioè una coscienza socialista) alla base del partito, dimostrando che siamo uomini di partito e non soltanto agenti di correnti in lotta spietata, a chi, malgrado tutto, guarda ancora con speranza verso di noi. (…) senza paura degli altri compagni, che possono essere attestati su posizioni dissimili, ma non del tutto diverse dalle nostre (sempre che la buona fede sia salva!) e che saranno al massimo i nostri interlocutori, ma non i nostri diretti avversari.

S’interpretino in questo modo le correnti e non come una saga primitiva e feroce e ci si batta per il loro successo con lealtà, senza spartirsi le aree di influenza e non trascurando mai quelle depresse: dall’amarezza delle mie parole avrai già dedotto, caro Arfè, che la mia è la più depressa di tutte” (Enzo Sipione, Mondo operaio, maggio 1962, n. 5).    francescavian@gmail.com

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