Una politica seria non confonde referendum e governo

image.jpeg

-di ANTONIO MAGLIE-

Un Paese serio dovrebbe avere un governo serio, partiti seri e politici seri. Il gap di serietà del nostro paese purtroppo è evidente. Ognuno di noi dovrebbe chiedersi cosa c’entri il referendum costituzionale con la sopravvivenza del governo o con le elezioni anticipate. E ognuno di noi dovrebbe giungere a una semplicissima conclusione: nulla. Matteo Renzi sembra averlo capito. Un po’ tardi. Ma abbastanza utilmente. In Versilia, a Marina di Pietrasanta, lo ha detto chiaro e tondo: al di là dell’esito del referendum, il voto è previsto per il 2018. Evviva. Le regole del gioco sono una cosa, il gioco effettivo un’altra. Anche perché c’è poi un dettaglio costituzionale che sembrava sfuggirgli: spetta al Capo dello Stato la decisione sulla data delle elezioni e non al presidente del consiglio.


Ora, probabilmente per motivi strumentali, il premier di tutto ciò sembra aver preso atto dopo aver creato un bel po’ di confusione. Ed esserne anche rimasto vittima perché a questo punto è inevitabile che l’opposizione gridi allo scandalo dopo aver provato a usare lo scandalo. Perché se Brunetta e compagni (Salvini, cioè Lega Nord, e Meloni compresi) dicono che Renzi deve andare via in caso di sconfitta referendaria (come da avventata promessa), allora loro per primi, visto che in un analogo referendum sono stati tempo fa sconfitti, dovrebbero evitare di iscriversi di qui all’eternità alle prossime competizioni elettorali essendo stati clamorosamente bocciati in un avventuroso tentativo di cambio delle regole. Siamo seri, dunque.

Luciano Violante ha invitato a tornare allo spirito dei Costituenti. Sarebbe stato meglio tornare, sin dall’inizio di questa vicenda, al metodo dei Costituenti. Cosa che non è avvenuta. Sarebbe opportuno discutere di merito e non continuare a parlare, come fa Renzi, di gente che si schiera contro la riforma perché non vuole abbandonare le poltrone poiché non può essere questa l’unica motivazione a favore della riforma costituzionale, in particolare in un Paese in cui le poltrone si abbandonano solo quando altre più confortevoli si liberano; che scredita gli avversari accusandoli di essere in pessima compagnia anche perché qualche compagno di viaggio non proprio presentabilissimo in veste di “padre costituente” lo ha anche lui; che adesso attribuisce la paternità della riforma a Giorgio Napolitano che è stato presidente della Repubblica ma che, con tutto il rispetto, non è il più grande costituzionalista del Paese e può, evidentemente sbagliare come tutti gli umani. Sarebbe stato meglio che la riforma costituzionale fosse stata il prodotto di una proposta costruita collegialmente, cioè di una iniziativa veramente parlamentare (questo era lo spirito dei Costituenti del 1946) e non governativa (cioè di una parte): in quel primo caso avrebbe potuto definirla, come ora fa, “la riforma degli italiani”, al momento, invece, è la “riforma di alcuni italiani” che ambisce a diventare nelle urne di tutti gli italiani.

Sarebbe stato meglio un confronto referendario più sereno evitando le drammatizzazioni, cioè il plebiscito: con me o contro di me, se perdo vado a casa. Renzi ora ammette di aver sbagliato. Prenderne atto è opportuno. Purtroppo (per lui), non obbligatorio perché nessuno potrà convincere i suoi oppositori a non usare più gli argomenti che lui stesso ha incautamente messo nelle loro mani. All’apertura delle urne mancano ancora alcuni mesi e dato che gli italiani riescono spesso a essere più lucidi dei politici che li governano (o li rappresentano all’opposizione), siamo convinti che col tempo tutti capiranno che in ballo non c’è il gradimento (o lo sgradimento) all’azione di un esecutivo ma il futuro della nostra democrazia, il suo concreto modo di essere e di esistere per i prossimi cinquant’anni (si spera). E su questo si esprimeranno.

fondazione nenni

Via Alberto Caroncini 19, Roma www.fondazionenenni.it

Rispondi