Riforma costituzionale: Renzi e Boschi “scivolate” parallele

 

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-di ANTONIO MAGLIE-

Renzi propone di destinare i cinquecento milioni risparmiati sul fronte dei costi della politica alla lotta contro la povertà. Maria Elena Boschi, a sua volta, sostiene che chi invita a votare contro la riforma costituzionale (riferimento evidente alla minoranza del suo partito) non rispetta il lavoro del Parlamento. Se si vuole banalizzare il prossimo referendum sulla legge di revisione costituzionale, questa è indiscutibilmente la strada più breve e probabilmente più efficace.

Povertà. È notoriamente questione serissima. La crisi ha assottigliato i risparmi degli italiani e spinto strati sempre più vasti di ceto medio verso condizioni di indigenza. Ci vorrebbero interventi drastici, forti per affrontare un problema che rischia di diventare sempre più drammatico perché la diseguale distribuzione del reddito nel tempo allargherà sempre di più l’area delle persone in difficoltà. Bisogna dunque dare risposte a chi in questa situazione già si trova e, nel frattempo, costruire gli argini per evitare che altri, molti altri vi precipitino prossimamente (pensiamo ai salari sempre più scarnificati, alle pensioni sempre più magre, ai contratti di lavoro che non vengono rinnovati, ai giovani che non trovano lavoro e agli anziani che molto prima dell’età pensionabile alzata dalla Fornero dal mondo del lavoro vengono espulsi). Cinquecento milioni sono una goccia in un mare; evocarli come strumento risolutivo di un problema che richiama investimenti per miliardi è allo stesso tempo ridicolo, strumentale e demagogico: ridicolo perché è più che evidente che la cifra è molto al di sotto delle necessità; strumentale perché con metodi superficiali si punta alla captatio benevolentiae popolare; demagogico perché non è pensabile che con una mancia si possa risolvere un problema serio.

Il rispetto del parlamento. La legge di revisione costituzionale porta il nome della ministra Maria Elena Boschi. Ma il fatto di aver dato alla legge il nome non deve indurre la signora a ritenersi una grande giurista al pari di Piero Calamandrei o Costantino Mortati. In primo luogo, liberiamo il campo dai fraintendimenti. La Boschi sostiene che il governo ha scelto la strada più impervia per giungere alla riforma facendo evidente riferimento al referendum Non si accalori troppo. La legge di revisione è stata approvata a maggioranza semplice e in queste condizioni comunque si sarebbe andati al referendum. Non è il governo, dunque, che ha scelto la strada più impervia, ma le condizioni che hanno portato all’approvazione che l’hanno imposta. 

Fatta questa premessa, passiamo al rispetto del parlamento. Certo è un po’ singolare la posizione di quei democratici che dopo aver votato in Parlamento la legge ora organizzano comitati per il “no” o usano l’opposizione alla revisione come strumento per giungere a un aggiornamento della legge elettorale (cose diverse, come dice Renzi, ma sino a un certo punto perché la legge elettorale è a tutti gli effetti la premessa di quella costituzionale). Ma se questa posizione è singolare, la tesi della Boschi è addirittura avventurosa. In una consultazione referendaria ognuno di noi può decidere da che parte stare e di fare campagna elettorale per l’uno o per l’altro fronte. Tutto è legittimo. Dunque, non manca di rispetto chi invita a votare no; manca di rispetto nei confronti dell’attuale Costituzione chi, in maniera molto impropria, richiama vincoli di mandato che in assoluto non esistono e che ancor meno possono esistere su una materia che riguarda i principi (non solo giuridici e politici ma anche etici) costituzionali. Se da mesi la Boschi risulta essere dei membri del governo la meno gradita, forse la ragione bisogna cercarla anche in questo suo modo ardimentoso di affrontare questioni che al contrario impongono un più elevato grado di compostezza ed eleganza.

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