Eastwood vota Trump: il futuro declinato al passato

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-di MARCO ZEPPIERI-

“Ci stiam tutti segretatamene stancando del politicamente corretto, quella in cui siamo è una generazione di leccaculo e di fighette. Per questo voto Trump, anche se ha detto un sacco di cose stupide”. Clint Eastwood (anzi Clinton Eastwood questo è il suo vero nome) entra a gamba tesa nella campagna elettorale americana per le presidenziali del prossimo novembre; e vi entra ad ottantasei anni con un’intervista ad Esquire dove va giù duro con la candidata democratica “…sentire la voce di Hilary Clinton per quattro anni sarebbe dura“.

La sua vicinanza e il suo appoggio ai candidati repubblicani da Nixon in poi è nota, ricordate il monologo di circa 12 minuti, durante la convention repubblicana di quattro anni fa con “ospite a sorpresa”. Per la maggior parte del suo intervento, Eastwood ha messo in scena un dialogo surreale con il presidente Barack Obama, rivolgendosi a una sedia vuota.

Dirty Harry (l’Ispettore Callaghan) di oltre quarant’anni fa è e rimane nell’immaginario di chi, incurante delle procedure, si fa giustizia, travalicando ogni regola ma assicurando al cittadino quella sicurezza che era la parola d’ordine di Nixon.

Ottantasei anni di cui oltre cinquanta passati in primo piano, da Sergio Leone a Sully, l’ultimo film che uscirà in Italia nel prossimo inverno. Sully è la storia del pilota di linea americano che pochi anni fa, con una manovra difficilissima, fece atterrare un aereo di linea sull’acqua nella baia di Hudson (a proposito su youtube è visibile il trailer, semplicemente meraviglioso). 

Ottantasei anni passati dove il “politicamente scorretto” è stata una ragione di vita. Certo nell’arco di tutti questi anni molte sono le corde che come regista è riuscito a toccare in noi: da Million Dollar Baby, a Gran Torino, fino a Lettere da Iwo Jima del 2006, dove a mio parere ha raggiunto il suo apice raccontando la battaglia di Iwo Jiwa dal punto di vista di chi ha perso, di coloro che di solito nei resoconti di storia sono mere ombre, dimenticate per l’onta della sconfitta.

In questa storia al centro di tutto vi è l’Uomo. 

L’Uomo, la sua umanità, i suoi bisogni, le sue paure. Ora è di nuovo in prima linea perché “segretamente tutti si sono stancati del politicamente corretto, dell’arruffianarsi tutti ipocritamente. Siamo in mezzo a una generazione di leccaculo, di fighette. Tutti devono stare attenti a ogni parola, perché sono tutti pronti a dire ‘Quello non si dice, quello non si fa…’ La gente viene accusata di essere razzista per qualsiasi motivo. Ai miei tempi, certe cose non erano considerate da razzisti”.

Ai miei tempi appunto. Tanto è vero che ai “suoi tempi” negli Stati Uniti c’erano i bagni per i bianchi e per i neri e sugli autobus i secondi dovevano sempre cedere il posto ai primi. Poi arrivò Rosa Parks che a Montgomery (città poi resa famosa da un governatore che al nostro Clint probabilmente piaceva, George Wallace, e da Martin Luther King che lì concluse la terza marcia partita da Selma) decise che era venuto il momento di infrangere la “correttezza” delle regole razziste, quelle a cui, secondo il nostro attore, nessuno dava peso. Probabilmente non ne dava lui che all’epoca aveva venticinque anni (era il 1955). La società cambia, fortunatamente a volte si evolve; guardarsi indietro spesso è solo un esercizio fisico.

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