Marcinelle, quando i meridionali morivano per far rivivere l’Italia.

Layout 1

-di MARCO ZEPPIERI-

Pochi mesi ho assistito ad un convegno per ricordare il centenario della morte di Cesare Battisti presso “Le Gallerie” di Trento. L’immensa struttura, una galleria appunto scavata nella montagna, era quasi totalmente dedicata a mostre e multimediali dedicate alla prima guerra mondiale. Un repertorio enorme fatto di immagini, filmati, spezzoni cinematografici, che assumevano un significato diverso perché collocati all’interno di una galleria dando al tutto un significato ancora più partecipativo (da non perdere la mostra “La grande guerra sul grande schermo”).

Visitando “Le Gallerie” sono incappato quasi senza accorgermene in un mondo diverso ma parallelo, in primo piano non erano più di soldati in trincea, le foto che vedevo esposte avevano i volti uguali ma diversi, il contesto era diverso.

Erano minatori. Più precisamente erano le foto, i ricordi, le immagini che raccontavano la vita in miniera di tutti quegli italiani che tra la fine degli anni quaranta e l’inizio degli anni cinquanta erano fuggiti dalla miseria per cercare un po’ di pane in Belgio (Sottoterra: il lavoro dei minatori trentini in Belgio e l’opera di Calisto Peretti” è il titolo della mostra).

La storia è nota: l’Italia è un paese completamente distrutto, ha bisogno di tutto. Alcide De Gasperi come capo del governo firma con il Belgio (23 giugno 1946) il cosiddetto accordo “Uomo/carbone”.

In cosa consisteva tale accordo; l’Italia in cambio di carbone, allora vitale quanto il pane per la ripresa del paese, si impegnava a fornire manodopera; carbone in cambio di uomini questo era l’accordo.

Nelle piazze dei comuni italiani furono affissi manifesti che offrivano un lavoro, quasi una vacanza in Belgio. Una vita nuova lontano dalla miseria. Naturalmente non era così, il lavoro era durissimo, le condizioni di vita pesantissime (i cosiddetti alloggi dove venivano stipati i lavoratori con le loro famiglie non erano altro che le baracche usate per i prigionieri durante l’occupazione nazista).

Lontano dalle città questi italiani vivevano reclusi. Non avevano alcun contatto con i cittadini locali. Reclusi nel lavoro appunto.

Gli occhi di tutti erano volutamente chiusi. Questa situazione faceva comodo a tutti, governo italiano e governo belga.

Poi avvenne Marcinelle.

Sessanta anni fa. 8 agosto 1956. 275 uomini scendono nelle miniere Bois du Cazier.

Un carrello esce dalle guide e va a sbattere contro i cavi elettrici ad alta tensione senza rete di protezione. Divampa l’incendio e le fiamme si propagano immediatamente.

Le vittime sono 262 di cui 136 italiani, il più giovane di 14 anni e il più anziano di 53 anni. Le comunità più colpite dal lutto furono nell’ordine numerico delle vittime quella abruzzese e quella pugliese. I meridionali furono per i belgi quello che oggi sono i musulmani e per dare un’impressione di integrazione e Paola Ruffo di Calabria divenne principessa e a lei dedicava canzoni un cantante di origini italiane Adamo. Il castello dei Ruffo domina ancora Scilla.

Per la giustizia vi fu un solo colpevole: il lavoratore (anch’egli italiano) che sbagliò la manovra del carrello. Tutti assolti i dirigenti della miniera; assolte soprattutto le condizioni disumane di lavoro.

Questa è la storia, a tutti nota. Un prezzo da pagare, si disse, per poter ripartire.

Tornando a Trento. Camminando per “Le Gallerie” quali differenze si notano nei volti di coloro mandati a combattere in trincea, in un luogo lontano, contro un nemico sconosciuto, con i volti di coloro che furono mandati in Belgio a combattere la povertà, la miseria: nessuna.

In quei volti, in quelle rughe, in quei sguardi si legge soltanto la parola “Perché?”.

 

 

fondazione nenni

Via Alberto Caroncini 19, Roma www.fondazionenenni.it

Rispondi