L’agente morto a Ventimiglia: chi ha vigilato sulla sua salute?

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– ANGELO GENTILE-
La morte (causata da un malore) dell’assistente di polizia, Diego Tura, mentre a Ventimiglia scendeva da una camionetta di servizio per andare a fronteggiare le frange più violente dei “no border”, obbliga ad almeno tre considerazioni.
La prima: qualsiasi buona causa perseguita con iniziative violente si trasforma in una pessima causa. Vale per i “no border” tra i quali vi sono evidentemente attivisti che credono sinceramente nelle loro idee e nelle loro battaglie ma anche ragazzi in cerca di forti e violente emozioni. La violenza, però, può esprimersi in mille modi, uno di questi è quello oratorio. Su temi come questi bisognerebbe usare prudenza nella scelta dei toni e delle parole. Regola a cui il mondo politico, per motivi di bassa cucina elettorale, preferisce sfuggire. Finendo così, a sua volta, per fornire pessimi esempi.
La seconda: la situazione complessa di Ventimiglia riguarda tutti noi così come tutti noi riguardava l’analoga situazione complessa di Lampedusa che non sempre a chilometri di distanza suscitava adeguata attenzione e conseguente solidarietà. È evidente che esiste un problema di governo dei flussi migratori che non ha caratteri contingenti: le guerre potranno anche terminare, ma la gente continuerà a muoversi dal sud del mondo perché nel frattempo si porranno nuovi motivi per cercare altrove un pezzo di paradiso (ad esempio, i mutamenti climatici). Il fatto che si tratti di una questione di lungo periodo impone politiche capaci di affrontare il problema in maniera strutturale perché gli interventi emergenziali non bastano e sono destinati al fallimento.
Se l’Europa esistesse (ma ormai appare sempre più uno stato d’animo che una costruzione politica), si preoccuperebbe di fornire delle risposte unitarie. Al contrario ha preferito la logica del “tappabuchi” finendo, così, per trasformare un personaggio di non grande affidabilità (soprattutto democratica) come Erdogan nel partner privilegiato con la conseguenza che adesso Bruxelles, Berlino e le capitali europee sono sotto ricatto e in una strettoia: se chiudono il rubinetto dei quattrini e delle concessioni, Erdogan apre il rubinetto dei numerosi profughi “parcheggiati” in patria; se al contrario il rubinetto europeo resta aperto, allora bisognerà fare concessioni obiettivamente indigeste perché favoriscono un presidente democraticamente (dal punto di vista formale) eletto ma che nel frattempo ha sospeso nel suo paese i diritti umani e avviato un giro di vite che non riconosce alcuna garanzia giuridica. È evidente allora che la questione a Bruxelles deve tornare di attualità e su di essa bisognerà verificare la possibilità dell’Europa di continuare a esistere come entità politica e non solo geografica, monetaria e speculativa dal punto di vista finanziario.
La terza: Diego Tura aveva cinquantatré anni, è morto probabilmente d’infarto il che lascia presumere che da un punto di vista cardiaco era un soggetto a rischio. Domanda: chi (e come) controlla la salute degli agenti? Alla domanda non sfuggono i ministri in carica e quelli che si sono precedentemente avvicendati al Viminale, l’attuale governo e quelli che lo hanno preceduto (mentre, al contrario, sono fiorite le dichiarazioni di personaggi attualmente all’opposizione che preferiscono guardare l’aspetto politico della questione per criticare gli avversari, dimenticando quello pratico che, al contrario, chiama in causa anche loro). Lo ha detto con chiarezza Pompeo Mannone segretario generale della Fns Cisl: “Confidiamo che le Amministrazioni mettano in agenda in termini di priorità la salvaguardia della salute degli uomini in divisa e la prevenzione delle malattie professionali. La morte di infarto del collega durante gli scontri a Ventimiglia testimonia ancora una volta la necessità di attivare in modo sistematico controlli sulla salute dei poliziotti e degli appartenenti a tutti i corpi dello stato in relazione al forte stress correlato alla funzione che si esercita per garantire l’ordine pubblico”.

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