Fisco e rifiuti

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-di SANDRO ROAZZI-

Mentre Roma sopravvive a stento  ai rifiuti e l’unica raccolta puntuale e’ quella delle infuocate polemiche fra schieramenti politici, due studi della Cgia e della Uil, ci confortano… sul fatto che le tariffe nel frattempo godono ottima salute: per la Uil sono aumentate in media negli ultimi quattro anni  del 32,3%. La ricognizione Cgia non si discosta molto: dal 2010 al 2016 gli aumenti sono lievitati in una forbice fra il 30 e il 50% per negozi di frutta e verdura, bar, ristoranti. Le famiglie hanno subito un aumento del 33,7% se costituite da 2 persone (vale a dire 56 euro in piu’), del 36,2% se di tre persone (ovvero +78 euro). Ma cio’ che stride e non poco e’ il fatto che in questi oneri che gravano su imprese e famiglie ci si trova proprio tutto, anche le eventuali inefficienze del sistema. Roma e’ un caso limite, vero. Ma sapere che ci sono inchieste con il sospetto che i rifiuti siano un affare per qualcuno, mentre le famiglie negli anni della crisi hanno dovuto sborsare piu’ euro, francamente puo’ anche legittimamente indignare.  Il caso rifiuti a Roma ha preso un indirizzo peraltro che non c’entra molto con lo specifico problema. E’ diventato il primo terreno di scontro fra il movimento Cinque stelle ed i loro avversari cui non sembra vero dimostrare l’incapacita’ di gestione politica dei grillini.  Come dire: se Roma “toppa” figurati un domani  a Palazzo Chigi. Partita controversa ma certo , per ora almeno, ben al di sotto di quella buona politica che servirebbe alla Capitale ed al Paese. Il guaio e’ che ai romani tocca la parte peggiore: loro restano in mezzo, mondezza in bella vista per giunta. E cresce il dubbio che i Cinque stelle, al di la’ della buone intenzioni che possono animarli,  paghino un tributo non indifferente alla inesperienza, aggravata dal fatto che non hanno neppure fatto un tirocinio sufficientemente adeguato all’opposizione che comunque permette di capire cosa vuol dire governare.
Ma questi aumenti debbono far pensare anche il Governo. La divaricazione fra fisco centrale e fisco locale a danno di imorese e famiglie ci sta facendo deragliare rispetto alla direzione che sta prevalendo nelle altre grandi economia sviluppate.  Non parliamo del Giappone che sul fisco scommette gia’ ora per uscire dalla trappola della stagnazione. Ma basta guardare ai programmi della Clinton e di Trump negli Usa per comprendere che non ci siamo.  In entrambi i casi di successo nelle elezioni,   il nuovo Presidente Usa dovra’ mantenere la promessa di abbassare la pressione fiscale.  Piu’ impegnativa a quanto si dice quella di Trump, due-tre punti rispetto al Pil, piu’ “agile” quella di Hillary con un punto e mezzo. Questo cosa vuol dire? Che le politiche monetarie nel mobdo potrebbero essere  destinate a cedere il passo, sia pur gradualmente, a quelle fiscali per alimentare la crescita.  La “confusione” fiscale e tariffaria italiana se durasse ancora ci condannerebbe ad un ruolo di fanalino di coda economico per chissa’ quanto tempo. Conclusione?  Semplice: non possiamo differire per molto una riforma fiscale e tariffaria con i fiocchi. Seppellendo l’astruso federalismo  che su tali questioni  ci siamo cuciti addosso prevalentemente  per ragioni politiche. Quel che serve e’ una svolta profonda ed equa. E non dopodomani.

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