Ed Erdogan annette l’Italia al “suo” impero ottomano

Erdogan

Erdogan, uscito indenne dal tentativo di colpo di Stato, è caduto in pieno delirio di onnipotenza. Prima ha puntato il dito contro gli Usa, poi contro la Germania, adesso contro la Mogherini e l’Italia (in quest’ultimo caso parliamo di affari di famiglia ma si sa che tra sé e lo Stato Recep Tayyip fa poca differenza). Al momento sembra avere un solo grande alleato (che poi era il nemico di qualche mese fa), Vladimir Putin: affinità elettive? 

Erdogan in una intervista a Rainews24 non lesina critiche alla responsabile della politica estera europea. A suo parere sarebbe dalla parte dei golpisti. Poi facendo un po’ di strumentale confusione tra le vittime innocenti di un attentato e quelle prodotte da un “inizio” di guerra civile, spiega che quando una cosa accade a Parigi tutti corrono da quelle parti, mentre lui attende ancora che qualcuno dell’Unione Europea vada a celebrare i “238 martiri” del tentato colpo di Stato. Insomma, nessuno si sarebbe accorto che ad Ankara c’è stato un golpe. A dir il vero, in tanti hanno la percezione che in realtà i golpe siano stati due: quello militare, abortito nel giro di quattro ore, e quello contro la democrazia che viene condotto da tempo e che probabilmente terminerà solo quando Erdogan avrà instaurato una Repubblica presidenziale solo formalmente democratica. 

Ma il presidente turco va oltre. Perché c’è un altro dente che duole e che dente. Il figlio, Bilal accusato dai giudici bolognesi di riciclaggio. Evidentemente convinto di essere in procinto di costruire un nuovo impero Ottomano allargato anche all’Italia, Erdogan invita i nostri magistrati a “occuparsi di mafia”. E si lamenta per il fatto che il figlio (impegnato in un dottorato a Bologna) “se tornasse in Italia potrebbe essere arrestato perché c’è un’inchiesta aperta nei suoi confronti. Perché? Non c’è risposta”. 

Oddio, la risposta ci sarebbe pure. Il fatto è che un bel giorno il signor Murat Hakan Uzan si è presentato in procura per depositare una denuncia contro il rampollo. A parere del denunciante è possibile che il trasferimento di Bilal in Italia sia solo nella forma giustificato da motivi di studio mentre nella realtà potrebbe essere stato consigliato dalla necessità di costruire una sorta di “ponte” per far transitare all’estero i quattrini legati a quella che veniva definita la “Tangentopoli del Bosforo”, inchiesta che puntava direttamente al partito del presidente, l’Akp. L’indagine finì nel nulla perché Erdogan provvide a sostituire i magistrati che vi stavano lavorando. Però il caso è approdato a Bologna. E sulla procura emiliana il presidente non può intervenire come a fatto in questi giorni per ripulire i tribunali turchi dai sostenitori di Gulen, veri o presunti che fossero. A meno di non creare un nuovo impero Ottomano e annettere ad esso anche l’Italia (magistrati compresi).

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