Da Toscanini, a Votto a Muti

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-di MARCO ZEPPIERI-

Lo scorso 28 luglio il maestro Riccardo Muti ha compiuto settantacinque anni. Una vita di successi e riconoscimenti internazionali; da Napoli dove è nato, a Milano, a New York, a Londra, a Tokio in tutto il mondo. Alcuni giorni fa la Rai ha trasmesso in tardissima serata, ore 0,30 o giù di lì, una lunga intervista/confessione “La musica nelle mie mani” in cui il maestro ha ripercorso la vita, la carriera, gli incontri.

Gli incontri appunto; Muti si è soffermato, dapprima sul sodalizio artistico con Giorgio Strehler con cui alla “Scala” negli anni ottanta mise in scena un “Don Giovanni” di Mozart rimasto nella storia del teatro. Dalle sue parole si percepisce che tra loro erano così armonicamente commisti che come disse Strehler “Il direttore d’orchestra deve essere in grado di far la regia e il regista di dirigere”.

L’altro incontro determinante per la carriera e, in questo caso, per la formazione di Muti fu quello, appena arrivato a Milano all’inizio degli anni sessanta, con Antonino Votto suo maestro di direzione d’orchestra (in una intervista di pochi anni fa al Corriere della Sera Muti ricordava che nel suo camerino di Chicago, dove dal 2010 è direttore della Chicago Symphony Orchestra, aveva tre foto “Una di Napoli, dove sono nato, una di Castel del Monte per ricordare le mie origini pugliesi, e la terza di Votto. Mio maestro, che a Chicago tenne nel 1960 un formidabile concerto”.

Ma chi è stato Antonino Votto nella storia della musica classica italiana della prima metà dello scorso secolo? Era il braccio destro di Toscanini e ne raccolse l’eredità in Italia quando questi a causa del fascismo emigrò negli Stati Uniti.

Arturo Toscanini appunto un genio della musica, icona della lotta al fascismo.

Ci fu un tempo però in cui le vite, le idee, le passioni politiche di Toscanini e Mussolini si incrociarono; entrambi, come altri grandi democratici, cattolici, socialisti riformisti furono all’alba della prima guerra mondiale convinti interventisti. Toscanini diresse concerti a sostegno ed a conforto delle truppe al fronte.

La vicinanza con Mussolini continuò anche dopo la guerra quando appunto il futuro duce candidò Toscanini, insieme a Filippo Tommaso Marinetti, nelle lista dei fasci di combattimento. Era il 1919 e il fascismo non era ancora il fascismo, Mussolini non era ancora il duce e Toscanini non era ancora colui che dodici anni dopo, nel 1931, al teatro comunale di Bologna fu schiaffeggiato dalle camice nere (secondo Montanelli Leo Longanesi era uno degli assalitori) perché si era rifiutato di dirigere “Giovinezza”.

La vita degli uomini ha dei percorsi strani e perigliosi, quasi sempre sconosciuti per questo talvolta meravigliosi.

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