Cassa depositi e prestiti: Corte dei Conti “bacchetta” il governo

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Quelle che qui presentiamo sono le considerazioni conclusive della relazione sull’attività della Cassa Depositi e Prestiti. La relazione è stata redatta dal presidente Mauro Orefice e analizza nel dettaglio la “mutazione genetica” dell’Istituto che da semplice “raccoglitore” di risparmio postale è diventato strumento essenziale della politica industriale. Pur non giudicando la validità di questa scelta, la Corte dei Conti, però, non manca di sollevare perplessità tanto dal punto di vista della legittimità regolamentare del ruolo attribuito alla Cdp in alcune operazioni (Atlante, Ilva, ecc.), quanto sui rischi che l’istituto corre dal punto di vista dei risultati finali di bilancio. Infatti, segnala la Corte, i deludenti numeri del 2015 sono la conseguenza della forte partecipazione della Cdp nell’Eni e delle conseguenti perdite che sono derivate dal calo del prezzo del greggio e, quindi, dei prodotti petroliferi alla “pompa”. Pensiamo che sia utile una lettura di queste considerazioni finali perché gran parte del risparmio degli italiani (e anche delle pensioni) passa attraverso i libretti postali e, conseguentemente, attraverso la Cassa Depositi e Prestiti.

Conclusioni della Corte dei Conti*

1. Nella precedente relazione concernente l’esercizio 2013, era sottolineato il ruolo svolto dalla Cdp a favore, da una parte nel settore imprenditoriale privato e, dall’altra verso il settore pubblico d’impresa. Diversità di ruolo che si accentua in parallelo con l’aumento delle dimensioni del gruppo e soprattutto a seguito della diversificazione del perimetro di operatività riconosciuto oggi a Cassa Depositi e Prestiti dalle norme e dai regolamenti che ne disciplinano l’azione.

2. Alla luce dei risultati del biennio 2014/2015, ciò che si può osservare è che la crisi economica ha accelerato la trasformazione della Cdp da cassa semi-pubblica, custode del risparmio postale ed erogatrice dei mutui per gli enti locali, a vero e proprio strumento di politica industriale. 

3. I risultati conseguiti nel 2014 evidenziano un utile di periodo in flessione, soprattutto a causa della riduzione dei tassi di interesse. A fine anno il risultato è stato pari a 2.170 milioni di euro, in flessione di circa il 7,61% rispetto al 2013. Sul fronte del patrimonio, invece, le disponibilità liquide sono pari a circa 181 miliardi di euro (+23%), con un saldo presso il conto corrente di Tesoreria di circa 147 miliardi. Il patrimonio netto si attesta a circa 20 miliardi di euro con un incremento del 8% rispetto al 2013. 

Lo stock di crediti verso la clientela e verso le banche, pari a circa 103 miliardi di euro, evidenzia una sostanziale stabilità rispetto al saldo di fine 2013 (-0,1%). Scende, invece, di circa il 7% rispetto al dato di fine 2013 (32,7 miliardi di euro) il valore di bilancio relativo all’investimento in partecipazioni e titoli azionari, pari a circa 30 miliardi di euro. Questa riduzione va collegata principalmente all’operazione di conferimento di Terna in Cdp Reti. La raccolta complessiva al 31 dicembre 2014 si è attestata a 325 miliardi di euro (+11% rispetto alla fine del 2013). All’interno di questo aggregato si osserva la crescita della raccolta postale (+4% rispetto alla fine del 2013): lo stock relativo risulta, infatti, pari a circa 252 miliardi di euro. 

Quanto alla situazione del Gruppo Cdp, nel corso del 2014 è stato registrato un utile di 2.659 milioni di euro (di cui 1.158 milioni di euro di pertinenza della capogruppo), in contrazione di circa il 20% rispetto al 2013. Il margine di interesse, pari a 925 milioni di euro, si è ridotto di 1,5 miliardi di euro rispetto al 2013. Anche il contributo che arriva dalla gestione del portafoglio di partecipazioni è in calo. 

La dinamica decrescente è largamente spiegata dalla riduzione nella redditività di Eni, connessa al calo dei corsi petroliferi, parzialmente controbilanciata dalle plusvalenze conseguite da Fsi su Generali, Ansaldo ed Hera. Da segnalare anche il contributo fornito dalla gestione assicurativa, pari a circa 500 milioni di euro e in significativa crescita rispetto al 2013, e dalle attività non finanziarie del gruppo. 

Questi dati, calati nel bilancio della capogruppo Cdp spa, sono legati prevalentemente all’entrata a regime di nuovi strumenti di debito (plafond Beni strumentali e plafond nel settore residenziale), al nuovo programma relativo al fondo per le anticipazioni finalizzate al pagamento debiti della pubblica amministrazione (gestito per conto del MEF) e a prestiti a carico dello Stato di importo significativo. Il patrimonio netto si assesta a 35 miliardi di euro con un incremento del 16% rispetto al 2013. 

4 Al 31 dicembre 2015, il totale dell’attivo di bilancio di Cdp Spa si è attestato a 345 miliardi di euro, in diminuzione di circa il 2% rispetto alla chiusura dell’anno precedente, quando era risultato pari a circa 350 miliardi di euro. Tale dinamica è principalmente legata alla diminuzione dell’operatività OPTES (Operazioni in conto tesoro), il cui saldo al 31 dicembre 2015 risulta pari a 30 miliardi di euro (rispetto ai 38 miliardi di euro del 2014). Il patrimonio netto al 31 dicembre 2015 ammonta a circa 19,4 miliardi di euro. 

Il 2015 si chiude per il gruppo con un risultato negativo di circa 859 milioni rispetto all’utile di 2,7 miliardi del 2014, causa in particolare la perdita netta di 8,8 miliardi registrata dal gruppo Eni nello scorso esercizio, gruppo in cui Cdp ha una partecipazione diretta pari al 25,76% del capitale. Un contributo positivo di 1,8 miliardi è arrivato dalla controllata Cdp Reti che, a sua volta, è azionista di maggioranza di Snam e Terna che insieme hanno contribuito con 180 milioni di dividendi. 

Nel 2015, inoltre, il gruppo Cdp ha riportato perdite derivanti dalle partecipazioni per un ammontare complessivo di 2,34 miliardi, dato che si confronta con utili pari a 594,4 milioni nel 2014. Di segno contrario invece è il positivo contributo delle partecipazioni indirette in Snam e Terna. Cdp Reti, controllata al 59,1% di Cdp, che detiene il 28,98% del capitale di Snam e il 29,85% di quello di Terna, ha approvato il bilancio consolidato 2015 con un ammontare di dividendi pari a 374 milioni, in crescita del 92,4% su base annua grazie al maggior contributo proprio di Snam (+102 milioni) e Terna (+78 milioni). Va ricordato che l’utile netto consolidato di Cdp Reti è stato pari a 1,83 miliardi, in crescita del 42,9% rispetto al 2014 principalmente a seguito del consolidamento integrale, a partire dall’esercizio 2015, del conto economico del gruppo Terna. 

Il margine di interesse, in flessione del 40%, si attesta a circa 600 mln. Il patrimonio netto di gruppo si attesta a 33,6 mld, in riduzione rispetto ai 35,2 mld del 2014, di cui 19,2 mld di pertinenza della capogruppo. In tema di raccolta, si segnala poi, per quanto riguarda la raccolta postale, che essa [raccolta netta complessiva (CDP+MEF)], considerando anche i Libretti di risparmio, risulta negativa per 9.895 milioni di euro, in peggioramento rispetto al risultato di raccolta nel 2014 pari a -2.709 milioni di euro. In particolare, si sottolinea come la raccolta netta negativa registrata complessivamente sui Buoni (CDP+MEF) sia stata solo in minima parte compensata dal risultato positivo della raccolta netta sui Libretti. 

5 Con l’anno 2015 si chiude il Piano Industriale triennale lanciato nel 2013. Nel triennio il gruppo Cdp ha confermato il proprio ruolo di operatore anticiclico a sostegno dello sviluppo del Paese – fornendo credito e capitale di rischio al sistema – in un momento particolarmente difficile dell’economia globale, mobilitando 87 mld. 

Nel 2015 è stato approvato anche il nuovo piano industriale 2016/2020, che prevede 117 miliardi di euro per sostenere le imprese, una cifra cioè che rappresenta il 73% in più rispetto a quanto stanziato nel quinquennio precedente. Si specifica che le aziende saranno anche supportate in tutte le fasi del loro ciclo di vita con interventi su venture capital, innovazione e sviluppo, internazionalizzazione e rilancio. 

Si prevede che ulteriori 15 miliardi saranno destinati al supporto degli enti pubblici e al rafforzamento della rete territoriale, allo scopo di contrastare i limiti posti dal Patto di Stabilità Interno. Cdp si propone da un lato di confermare il proprio ruolo di primo finanziatore degli enti, dall’altro si appresta a sviluppare strumenti complementari ai classici mutui, quali la valorizzazione degli asset immobiliari e delle partecipazioni nelle utilities e l’ottimizzazione della gestione e dell’utilizzo dei fondi strutturali Ue. Il gruppo, infine, intende supportare il rilancio della Cooperazione internazionale. 

Sul fronte della valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico, il Piano prevede lo sviluppo del mercato immobiliare italiano attraverso il ruolo di principale operatore del social and affordable housing e processi di riqualificazione e sviluppo in aree strategiche. L’azione dovrebbe riguardare anche il turismo, attraverso la valorizzazione delle strutture recettive da realizzare con la creazione di un veicolo di investimento ad hoc. Complessivamente sono previste risorse per 3,8 miliardi 

(+110% rispetto a quanto fatto nel quinquennio precedente). In coerenza col Piano, Cdp si propone di rafforzare la governance e una maggiore presenza sul territorio. 

6 La Cassa si pone quindi sempre più al centro dei rapporti economico-finanziari nazionali, ma con una centralità che non può non suscitare qualche interrogativo. Se infatti appare innegabile che Cdp costituisca oggi il punto di riferimento della maggior parte delle operazioni finanziarie dello Stato assicurando stabilità, affidabilità e liquidità in un circuito ai margini del perimetro “pubbliche amministrazioni”, non va sottovalutato che il biennio in esame fornisce dati in controtendenza rispetto all’andamento degli anni precedenti. 

Ad una prima analisi non può certamente negarsi che anche Cdp abbia risentito a livello congiunturale della crisi economica e che quindi la flessione di alcuni parametri economico-finanziari non rappresentino elementi strutturali di difficoltà. Tuttavia non può essere sottovalutato che Cdp fa affidamento proprio sui dividendi delle partecipate per i propri equilibri anche futuri. Se, infatti, nel 2016 le quotazioni del greggio non dovessero migliorare, nelle casse della Cdp potrebbero mancare proprio gli apporti derivanti dalla partecipazione azionaria in ENI. Risorse che, nel piano industriale è previsto che contribuiranno a creare un utile 2016 da 933 milioni grazie a 1,4 miliardi di dividendi provenienti da Eni, Terna, Snam e Fincantieri. Peraltro si rammenta anche che Fincantieri, dopo una performance di borsa particolarmente complessa, ha recentemente approvato il bilancio dell’esercizio 2015, chiuso con una perdita netta di 112,73 milioni di euro, che sarà coperta mediante utilizzo della riserva straordinaria per pari importo, registrando nel primo trimestre del 2016 una perdita netta (esclusa la quota di terzi) di 2 milioni di euro, rispetto al dato negativo di 6 milioni contabilizzato nei primi tre mesi del 2015. 

Inoltre, ciò che è aumentato sono le richieste di aiuto nei confronti della Cdp chiamata ad intervenire, proprio in virtù delle sue disponibilità, in situazioni molto critiche: sblocco dei crediti verso la PA, finanziamento di infrastrutture, salvataggi di imprese in crisi (oggi l’Ilva, in passato Parmalat, Montepaschi e Alitalia) o alla ricerca di capitali (Saipem, Fincantieri), interventi in favore degli Enti locali (di rilievo il contratto di finanziamento in favore del Comune di Roma per 4,8 miliardi di euro, allo stato non utilizzato dall’Ente locale). 

Risulta chiaro come l’utilizzo di capitali della Cdp sia un tema particolarmente delicato, soprattutto politicamente, poiché il suo intervento in un settore o in un altro, ha sicuri riscontri sull’andamento dell’economia nel suo complesso. Ma ciò richiama anche un altro fondamentale problema e cioè se in effetti non si stia portando Cassa 

ad operare su di un terreno ai margini del perimetro statutario. 

La duplice operazione che prima nel 2015 (Fondo nazionale di risoluzione – Banca Etruria) e poi nel 2016 (Fondo Atlante -Banco Popolare di Vicenza/Veneto Banca) l’ha vista coinvolta in cordate di “garanzia” e salvataggio di Istituti bancari, così come gli interventi a sostegno delle imprese (Ilva), lasciano perplessità soprattutto sulla compatibilità statutaria e sulla pertinenza degli impieghi delle risorse di Cdp per tali finalità. 

Ancora complesso resta il rapporto con gli enti territoriali, nei confronti dei quali nei periodi considerati si è dato luogo a nuove operazioni di rinegoziazione del debito, aprendo anche, pur se con qualche limitazione, al debito già rinegoziato. Le operazioni in parola, infatti, onerose al momento della stipula dei contratti, dovrebbero portare ad una neutralità finanziaria nel medio periodo; ma ciò non appare suffragato da garanzie e da certezze, tenuto conto soprattutto della scarsa salute finanziaria in specie degli enti locali e, nel caso delle province, dell’incerto orizzonte ordinamentale. Desta anche perplessità la problematica, ancora irrisolta, connessa alla finanziabilità con mutuo, a seguito di riconoscimento di debito fuori bilancio, delle sole somme liquidate a titolo di indennità o risarcimento danni rappresentanti il corrispettivo dell’”investimento”, ovvero anche di quegli oneri ulteriori che patologicamente si possano aggiungere in conseguenza di attività o comportamenti dell’Amministrazione: la rivalutazione monetaria, gli interessi moratori, le spese di giudizio e le spese legali connesse. 

Da ultimo, non si può non segnalare l’incidenza della voce “spese per consulenze” che nel 2015 ha fatto registrare un volume pari a 7,5 milioni di euro (con un aumento di 2 milioni rispetto al 2014, giustificato con gli oneri sostenuti per la redazione del piano industriale). Il dato assoluto, alla luce in specie dei richiami legislativi a contenere spese di questa natura, appare invero di rilievo, tenuto conto in particolare che più volte la Società ha proposto e realizzato iniziative di riorganizzazione delle strutture e del personale, in specie dopo la costituzione del “gruppo Cdp”, mediante le quali avrebbe dovuto forse curare un riassetto interno tale da evitare il ricorso sistematico a soggetti non appartenenti alla struttura (le spese per il personale di Cdp Spa sono cresciute del 5,05% nel rapporto 2013/2014 e del 10,24% nel rapporto 2015/2014). 

* Corte dei Conti: “Determinazione e relazione sul risultato del controllo eseguito sulla gestione finanziaria della Cassa Depositi e prestiti. 2014-2015”, 19 luglio 2016. Considerazioni finali del presidente Mauro Orefice

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