Quell’Europa così timida con Erdogan

 

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-di ANTONIO MAGLIE-

Non è dato sapere se Matteo Renzi passerà alla storia come un grande statista (che, detto per inciso, è cosa diversa e più complicata dall’essere un ottimo politico), sicuramente, però, verrà ricordato come un grande regista teatrale. Perché è nell’ambito della teatralità che va inserita la sua scelta di ospitare a Ventotene il prossimo vertice con Angela Merkel e Francois Hollande. Ventotene è per gli europeisti un luogo carico di fascino; la sua sola evocazione richiama l’ottimismo dei Grandi Padri di quell’idea; l’inizio di un percorso che tre inguaribili “visionari”, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, intravidero tra le rovine di una guerra che stava distruggendo il nostro continente, che avrebbe provocato cinquantacinque milioni di morti (ventidue soltanto nell’Urss, sei in Polonia, cinque in Germania; a noi italiani andò un po’ meglio: “appena” mezzo milione).

Tornare a Ventotene significa un tuffo nelle origini. Impegno veramente ambizioso anche perché quel vertice oggi appare la somma non di tre forze ma di tre debolezze: Matteo Renzi dal punto di vista del consenso non attraversa il suo momento migliore (lo dicono le indagini demoscopiche ma ancora di più i recenti risultati elettorali); Francois Hollande ha ridotto ai minimi termini quel Partito socialista francese che un altro Francois (Mitterrand) aveva riportato al governo del paese; la Merkel che si è proposta come guida dell’Europa in realtà non è mai riuscita a dare alla sua leadership un senso che andasse appena oltre la difesa degli specifici interessi tedeschi realizzando l’esatto contrario di quel che volevano non solo i famosi “visionari” ma anche Thomas Mann nel momento in cui manifestava la sua preferenza per una Germania europea piuttosto che per un’Europa tedesca. Tre debolezze non fanno una forza. A volte, invece, producono, scusate il bisticcio di parole, una debolezza ancora più debole.

Nell’ultimo anno i tre capi di governo in questione non sono riusciti a fornire risposte credibili al declino di quell’idea. Prendiamo la Merkel. Si presenta al tavolo “forte” di un accordo sui migranti firmato con un signore, Recep Tayyip Erdogan, che lo ha concluso solo per strappare una contropartita conveniente. Chi fosse Erdogan era noto tutti. Che insieme a Putin e Orbàn (altro campione seduto a una tavola che evidentemente apprezza solo nel momento in cui gli garantisce benefici ma da cui preferisce tenersi alla larga quando si tratta di adempiere a dei doveri di solidarietà) fosse l’esponente più autorevole di quell’idea di governo che Eduardo Galeano definì “democratura”, lo sapevano anche i bambini delle scuole materne.

Oggi, grazie alla signora Merkel (e grazie a tutti gli altri che hanno condiviso la scelta, con qualche resistenza da parte di Renzi di tipo, però, semplicemente tattico) siamo partner di un signore che si prepara a reintrodurre la pena di morte (bandita in Europa); che sospende e calpesta i diritti dell’uomo (come denuncia Amnesty); che al pari di altri storici personaggi (a noi anche noti) che nel passato organizzavano piazze festanti per annunciare l’entrata in guerra, mobilita le folle in difesa di una democrazia che nei fatti calpesta; annulla la libertà di stampa (già prima del golpe) facendo condannare il direttore (Can Dundar) di un giornale (Cumhuriyet) che aveva “osato” mostrare le prove dei traffici di armi e petrolio tra la Turchia e il Califfato; che “epura” alcune decine di migliaia di professori e docenti universitari sostituendoli con altri di suo gradimento (in Italia ai tempi prima evocati si chiedeva il giuramento e la tessera e chi non si piegava andava in esilio); che trasforma la ricerca dei responsabili del colpo di Stato che dovrebbe avvenire nel rispetto delle leggi e delle garanzie riconosciute nei paesi civili agli imputati, in una semplice e disinvolta attività vendicativa (13.165 arrestati).

La conseguenza di tutto questo è un atteggiamento di sostanziale inazione: qualche parola di timida condanna, qualche leggerissima protesta, ma nessuna reale iniziativa per sottolineare l’enorme distanza che ci separa non dalla Turchia, intesa come luogo in cui abitano diversi popoli (non uno solo), ma da una pratica di governo che dietro una patina di vernice democratica (le famose urne) si sviluppa in forme tendenzialmente autoritarie e anti-democratiche. E, d’altro canto, pretendere qualcosa di più da chi ha creato questa partnership e da chi, a sua volta, l’ha accettata semmai anche andando a baciare la pantofola del sultano, è sinceramente impossibile.
Ma questa è l’Europa che ha allontanato gli europei da un’idea, che li ha resi sempre più scettici mettendo le persone al servizio dell’equilibrio del “terrore finanziario” guardandosi bene dall’imporre ai potenti circoli che nel nome della globalizzazione spadroneggiano nel continente, delle regole, degli argini. È l’Europa che ha dissanguato la Grecia, che si è fatta beffe alle spalle del popolo greco di quei principi di solidarietà che dovrebbero caratterizzare i rapporti all’interno di un sistema veramente vicino alla gente per trasformare la Troika nel governo non eletto, non legittimato, non rappresentativo, di una super-nazione di oltre mezzo miliardo di abitanti.

È l’Europa che si è fatta mettere all’angolo da David Cameron accettando un negoziato che non avrebbe mai dovuto accettare perché in quel modo creava una sorta di regione a statuto speciale all’interno di una Unione in cui erano profondamente in crisi i già deboli principi identitari. Un accordo reso inutile da un referendum convocato da chi lo aveva negoziato: un epilogo che certo non aggiunge robustezza politica alle leadership europee che tutto questo hanno accettato sino all’ultimo venendo alla fine travolti da Boris Johnson e Nigel Farage. Se queste sono le premesse, allora più che nel pellegrinaggio a Ventotene, bisogna confidare in un “miracolo”. Il fatto è che con tante scadenze elettorali e tante poltrone in bilico, non sembra esserci all’orizzonte nessuno capace di realizzarlo.

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