Lagarde (Fmi), a giudizio in patria, può gestire i soldi del mondo?

 

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-di ANTONIO MAGLIE-

La decisione era attesa e nell’esito finale nemmeno sorprendente. Christine Lagarde, direttrice del Fondo Monetario Internazionale, la signora che a giorni alterni spiega al mondo e agli Stati come rimettere a posto i loro bilanci (con risultati a dir poco deludenti, basta dare un’occhiata ala Grecia ma l’elenco dei precedenti calamitosi è lungo), dovrà rispondere davanti a un giudice francese di negligenza nell’uso di quattrini pubblici della Francia. Si può anche non essere giustizialisti, ma è evidente che quando si parla di soldi e della capacità di amministrarli, anche il sospetto di non essere stati una volta all’altezza della situazione dovrebbe indurre a rassegnare le dimissioni. In particolare se si è al vertice di un organismo internazionale che condiziona la vita di tanti stati. Perché è evidente che un rinvio a giudizio per una persona così esposta e bisognosa di essere accompagnata dalla fiducia della platea mondiale, di fatto annulla buona parte della legittimazione a ricoprire quel ruolo.

Ieri la Corte di Cassazione francese ha dato ragione alla procura e torto alla signora che aveva presentato ricorso contro la richiesta di rinvio a giudizio. La vicenda è antica e risale ai tempi in cui la Lagarde faceva parte del governo (presidente Nicolas Sarkozy) in qualità di ministro dell’economia. La storia su cui verrà giudicata risale al 2008: la chiusura dell’arbitrato nato in conseguenza del contenzioso sorto tra Bernard Tapie, famoso e chiacchierato uomo d’affari, noto per aver portato al vertice del calcio europeo la squadra del Marsiglia battendo anche in una finale di Coppa dei Campioni il Milan, e il Credit Lyonnais.

La procura, che aveva chiesto il rinvio a giudizio lo scorso dicembre, l’accusa di aver avuto un comportamento negligente. Lo scontro giudiziario tra Tapie e la banca era sorto sulla consulenza per la cessione del marchio Adidas. Gli inquirenti sostengono che la Lagarde, all’epoca ministro, era andata oltre le sue prerogative. L’arbitrato si chiuse con il riconoscimento di un indennizzo di quattrocento milioni di euro a Tapie ma soprattutto il dicastero guidato dalla signora si guardò bene dal ricorrere contro la sentenza. Nel frattempo Christine Lagarde è salita agli onori della cronaca per una lettera inviata a Sarkozy dai toni un po’ servizievoli, soprattutto per una donna impegnata in ruoli di grande responsabilità. Scoperta dagli investigatori, la missiva si chiude in questo modo: “Usami per il tempo che serve a te, alla tuo azione e al tuo casting. Se mi usi, ho bisogno di te come guida e come sostegno: senza guida, rischio di essere inefficace; senza sostegno, rischio di essere poco credibile”. Non emerge, insomma, da quella lettera l’immagine di una donna dotata di straordinaria personalità. Pecca grave per un dirigente politico ora al vertice di un organismo così potente come il Fondo Monetario Internazionale.
Ora si aggiunge questo nuovo problema. Lagarde dovrà prossimamente comparire davanti al tribunale che giudica i ministri, cioè la Corte di giustizia della Repubblica. E la domanda a questo punto sorge spontanea: senza condanne aprioristiche, può però una banchiera accusata di negligenza in patria, gestire i quattrini del mondo?

antoniomaglie

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