Doping di Stato, Russia colpevole. E gli altri?

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Qualche giorno fa la Wada a conclusione dell’indagine di una commissione indipendente, ha chiesto al Cio di escludere tutte le nazionali russe dai prossimi giochi olimpici di Rio de Janeiro. Motivazione: “Il doping russo era coperto e favorito dal governo e non solo per l’atletica leggera”. Infatti, tutto è nato diversi mesi fa con le inchieste su quella che viene chiamata la “regina” degli sport olimpici. Ma come una macchia d’olio lo scandalo si è esteso a tutto l’universo sportivo russo, estensione favorita dalle denunce di Grigory Rodchenkov, ex direttore del laboratorio anti-doping, fuggito negli Usa e morto in circostante non completamente limpide. Un doping di Stato che sarebbe cominciato con le Olimpiadi invernali di Vancouver nel 2010 e sarebbe proseguito, con Londra 2012, i mondiali di Atletica che si svolsero a Mosca l’anno successivo, i giochi olimpici invernali di Sochi, i mondiali di nuoto di Kazan. Vladimir Putin sta provando ad attutire gli effetti di un caso che a dir poco lo sfiora, affidandosi alle purghe sullo stile di quelle del suo “nuovo” amico Erdogan. Ha immediatamente sospeso il viceministro dello Sport russo Iuri Nagornykh, indicato nel rapporto come uomo a conoscenza di tutto. Senza timore di cadere in contraddizione con questa evidente assunzione di responsabilità, ha chiesto ulteriori indagini “con la partecipazione di tutte le parti coinvolte” perché “coloro che vogliono realizzare il sogno olimpico non devono dipendere dalle accuse infondate o dalle azioni criminali di alcuni individui”. La vicenda, ovviamente, avrà delle ripercussioni politiche, anche nei rapporti con gli Stati Uniti. Ma a questo punto occorre porsi una domanda: ma il mondo dello sport e il Cio possono proprio dichiararsi al di sopra di ogni sospetto? Le accuse contro la Russia sono gravi e fondate ma in questa corsa alla manomissione dei risultati sportivi attraverso l’uso di farmaci Mosca in questi ultimi trent’anni è stata sola o ben accompagnata? Ecco perché pensiamo di fare cosa gradita riproponendo un articolo che abbiamo pubblicato sulla rivista “L’articolo1” quando lo scandalo esplose coinvolgendo solo l’Atletica. A parte l’ampiezza del caso, nei termini generali nulla è sostanzialmente cambiato.

-di SERGIO RIZZO-

Ha fatto molta sensazione, tempo fa, la proposta della Federazione Britannica di atletica leggera- successivamente fatta propria anche dalla Federazione Europea – di azzerare tutti i record, in modo da ripartire da zero. Ciò in seguito all’ultimo scandalo doping che ha sconvolto quella che una volta veniva chiamata la “regina di tutti gli sport”, e che oggi sembra totalmente priva di ogni credibilità, rubando il posto – in questo poco invidiabile ruolo – al ciclismo.

Prima di affrontare nel dettaglio i fatti, è meglio ricordare che, puntualmente, quando esplode un caso di doping nascono sempre provocazioni che fanno discutere e che poi finiscono tranquillamente nel nulla. Come quando, nel 2006, il Financial Times propose di organizzare Olimpiadi diversificate: una per dopati e un’altra per non dopati. O come – sempre più spesso – qualcuno lancia l’idea di “doping libero”, cioè di una vera e propria liberalizzazione dei farmaci solo per i professionisti e sotto controllo medico (con una contraddizione che la dice lunga sulla possibilità che questa idea possa essere realizzata: se parliamo di liberalizzazione non possiamo in contemporanea prevedere che essa sia sotto controllo…).

Insomma, come sempre, il doping divide e fa discutere, probabilmente perché viene percepito nell’immaginario collettivo come un vero e proprio tradimento del concetto stesso di sport. E il doping, oltre a rappresentare un pericolo per la salute di chi ne fa uso, viene considerato eticamente scorretto. Basta ricordare il concetto base dello sport, il cosiddetto “fair play”.

Per una sua definizione corretta, utilizziamo il significato che ne dà la Dichiarazione più importante nella storia dello sport. Parliamo del Codice Europeo di Etica Sportiva, stilato nel 1993 dal Consiglio d’Europa: è una dichiarazione d’intenti adottata dai ministri europei responsabili dello sport. Al punto 2 si stabilisce che «il principio fondamentale del Codice è che le considerazioni etiche insite nel “gioco ideale” (fair play) non sono elementi facoltativi, ma qualcosa d’essenziale in ogni attività sportiva, in ogni fase della politica e della gestione del settore sportivo. Queste considerazioni sono applicabili a tutti i livelli di abilità e impegno, dallo sport ricreativo a quello agonistico». E al punto 6 c’è questa definizione: “Fair play significa molto di più che giocare nel rispetto delle regole. Esso incorpora i concetti di amicizia, di rispetto degli altri e di spirito sportivo. Il fair play è un modo di pensare, non solo un modo di comportarsi. Esso comprende la lotta contro l’imbroglio, contro le astuzie al limite della regola, la lotta al doping, alla violenza (sia fisica che verbale), allo sfruttamento, alla disuguaglianza delle opportunità, alla commercializzazione eccessiva e alla corruzione”.

Azzerare tutti i record – ma vedrete che non se ne farà niente – avrebbe un significato devastante, metterebbe tutti davanti alla realtà: lo sport di oggi è purtroppo dopato in massima parte, e c’è bisogno di tornare indietro. Ma l’atletica non coglierà quest’occasione perché in passato ne ha avuto già la possibilità e l’ha sprecata malamente. Parliamo dei tempi della Guerra Fredda e del cosiddetto “doping di Stato” attuato nei Paesi aderenti al Patto di Varsavia, Germania Est e Unione Sovietica in primo luogo. C’erano le prove, le confessioni, le sentenze dei tribunali. Non se ne fece niente, non un record venne revocato, nessuna medaglia fu ritirata. All’epoca scrivemmo: può un mondo incapace di condannare il passato avere un grande futuro? La risposta sta in quel che è accaduto ai giorni nostri: no, non può. E, guarda caso, si riparte dalle accuse (provate) di “doping di Stato” praticato attualmente in Russia, oggi – almeno ufficialmente – democratica.

E’ giunto allora il momento di prendere in esame l’ultimo scandalo, tirato fuori dalla tv tedesca Ard e dal Sunday Times, che hanno attinto a documentazioni ufficiali (soprattutto provenienti dalla Procura della Repubblica di Bolzano, che ha indagato sulla positività del campione olimpico altoatesino Alex Schwazer). E’ intervenuta la Wada, l’Agenzia mondiale antidoping, che ha nominato una commissione d’inchiesta. Commissione che ha minacciato fuoco e fiamme, provocando soprattutto mediaticamente un vero e proprio terremoto, ma che poi ha molto frenato alla fine, evidentemente intimorita dalle conseguenze pesantissime che il suo lavoro avrebbe provocato.

Queste le conclusioni, comunque agghiaccianti, della Wada, che hanno tra l’altro portato all’espulsione della Russia da tutte le competizioni internazionali (comprese le prossime Olimpiadi di Rio). La commissione d’inchiesta scrive di “una gestione parallela del sistema antidoping, messa in piedi dall’ex presidente della Iaaf (la Federazione Internazionale di atletica; ndr) Lamine Diack, e gestita da una cricca di dirigenti e consulenti della Iaaf che è andata oltre la corruzione sportiva”. In pratica, il vertice della Iaaf è stata accusata di aver coperto (in cambio di mazzette) casi di doping riguardanti soprattutto atleti russi. Sono state provate anche connivenze col mondo politico russo: sicuramente coinvolto il ministro dello sport, Vitaly Mutko. In alcune intercettazioni (ordinate dall’Interpol, che ha emesso anche mandati di cattura internazionali) è emerso un ruolo non marginale persino di Vladimir Putin.

Sul più bello, però, la Wada si è fermata: ha “salvato” l’attuale presidente della Iaaf, Sebastian Coe (per sette anni vicepresidente di Lamine Diack…) e soprattutto ha considerato “non attendibili” gli oltre 1200 casi anomali riscontrati nei passaporti biologici degli atleti (il passaporto biologico riporta i dati ematici di ogni singolo atleta, in caso di variazioni sospette si interviene con un’indagine e si arriva alla squalifica). Secondo la Wada all’epoca dei fatti il metodo di rilevamento non era ancora scientificamente validato. Inutile dire che centinaia di atleti e moltissime federazioni (tra le più implicate c’era il Kenya, terra dove nascono i migliori mezzofondisti e fondisti del mondo) hanno tirato un lungo sospiro di sollievo. Insomma, un vero e proprio colpo di spugna, con uno scandalo che è stato circoscritto alla sola Russia e a un gruppo di dirigenti disonesti, senza intaccare il resto dell’ambiente. L’epilogo della vicenda ricorda molto da vicino quanto avvenuto tra gli anni ‘70 e ‘90, e che ha visto protagonisti Paesi comunisti (la Germania Est), ma anche Paesi ufficialmente democratici, come la Germania Ovest (questo era il modo all’epoca di differenziare le due Germanie, divise dal Muro di Berlino), nonché la nostra cara Italia.

Ai tempi della Guerra Fredda, l’allora Germania Est sviluppò un programma per eccellere nello sport, affidandosi ai mezzi di supporto per aiutare i propri giovani a vincere in ogni competizione di qualsiasi disciplina. I risultati furono impressionanti: 541 medaglie olimpiche conquistate da una piccola nazione, in grado di battersi alla pari con le maggiori potenze sportive mondiali (Stati Uniti e Unione Sovietica) nel periodo che va dal 1968 al 1988. Come avrebbero rivelato i processi svoltisi dopo la caduta del Muro di Berlino, i mezzi di supporto altro non erano che massicce dosi di farmaci, in modo particolare gli steroidi anabolizzanti. Circa diecimila gli atleti trattati (in buona parte minorenni), oltre un migliaio hanno sofferto per gravi danni alla salute. I processi si sono regolarmente conclusi col pieno riconoscimento che gli atleti furono vittime del cosiddetto “doping di Stato”, il risarcimento danni ha avuto – pur nella sua esiguità – un valore fortemente simbolico. In uno dei procedimenti, conclusosi nel dicembre del 2006, 167 ex atleti hanno ricevuto la somma di 9.250 euro a testa.

Avevano citato in giudizio l’industria farmaceutica Jenapharm – oggi inglobata nella Schering – che era stato il vero e proprio laboratorio del doping di Stato, producendo tra l’altro l’Oral-Turinabol, steroide anabolizzante che aveva esclusivamente finalità di potenziamento muscolare. Tra gli ex atleti si sono registrate un’infinità di malattie riconducibili all’uso dei farmaci: problemi cardiaci, cisti ovariche, cancro ai testicoli e al seno, depressione, disturbi alimentari, infertilità. Dalle testimonianze è emerso che gli atleti erano inconsapevoli o non avevano possibilità di scelta.

Detto che, pur non potendo mettere in pratica un vero e proprio doping di Stato, anche nei Paesi della cosiddetta Europa liberal-democratica fu condotto un piano di doping generalizzato (a cura delle Federazioni sportive se non del Comitato Olimpico nazionale, come è successo in Italia), va analizzato quanto avvenne in Germania dopo la riunificazione.

Lo racconta in modo mirabile Barrie Houlihan, nel suo Morire per vincere: “Alla fine del 1990, in seguito ad una serie di rivelazioni molto pubblicizzate e dannose a proposito dei casi di doping nell’ex Germania orientale, ma anche nella Germania occidentale, venne costituita una commissione indipendente per il doping, sostenuta dal governo e dal comitato olimpico nazionale. Se la commissione scoprì le prove di una prassi estesa di doping nell’ex DDR e prove di una prassi meno estesa ma non meno importante nella Repubblica federale, le sue conclusioni furono messe a tacere.

Diversamente da Australia e Canada, ad esempio, la commissione raccomandò di lasciare la soluzione del problema nelle mani delle autorità sportive piuttosto che premere per una maggiore presenza del governo. In modo più ambiguo, essa raccomandò un’amnistia per i reati di doping, legittimando così la ratifica dei primati sportivi ottenuti dalla Germania Est come primati nazionali tedeschi. Infine, l’accentuazione data dalla commissione al significato del successo nella élite sportiva per la ricostruzione nazionale della nuova Germania offre la ragione più forte per spiegare il rifiuto della commissione di contrastare il doping con maggior vigore. I risultati della Germania ad Atlanta ’96 dimostrarono fino a qual punto la Germania dipendesse dai figli del sistema sportivo comunista. Su un totale di 104 medaglie vinte, 48 furono ottenute da atleti provenienti dalla DDR; 12 delle 22 medaglie d’oro furono vinte da atleti della DDR. L’importanza del contributo dato dagli ex tedeschi orientali al successo nazionale è testimoniata dal fatto che essi sono appena il 21% della popolazione totale”.

Non illudiamoci che da noi le cose siano andate in modo diverso. Anzi – per dirla come venne intitolato un dossier curato dai parlamentari dei Verdi – l’Italia diventò una sorta di “Paese dell’Est” per quanto riguarda lo sport. Doping di Stato a tutti gli effetti, considerato che i migliori atleti a livello nazionale vennero “trattati” con eritropoietina ed altre sostanze vietate dall’equipe guidata dal professor Conconi. Presso l’Università di Ferrara (di cui Conconi divenne in seguito Rettore!) con i contributi del Coni (ente pubblico): più doping di Stato di così… Il prof. Conconi fu processato per frode sportiva a Ferrara (non era possibile contestargli il reato di doping perché una legge apposita ancora non esisteva, in Italia fu introdotta solo nel 2000). L’accusa era quella di aver somministrato sostanze vietate ad atleti italiani di vertice, col risultato di falsare i risultati di Giri d’Italia, Tour de France e Olimpiadi invernali (nel settore dello sci di fondo, con particolare riferimento ai Giochi del 1994 a Lillehammer). Nell’elenco degli atleti “trattati” troviamo il fior fiore dello sport italiano: da Marco Pantani a Francesco Moser, da Manuela Di Centa a Maurizio Damilano.

Il prof. Conconi e i suoi collaboratori se la cavarono con la formula della prescrizione, per cui non hanno mai pagato le colpe che pure erano state ampiamente dimostrate. Stessa sorte per gli atleti: la Procura antidoping del Coni, ricevuti gli atti, archiviò il caso perché anche dal punto di vista sportivo i reati erano ormai prescritti. Nel suo provvedimento d’archiviazione però la Procura antidoping del Coni raccomandò la massima attenzione: molti atleti – scriveva l’allora procuratore Verde, ex vicepresidente del Csm – hanno fatto carriera a livello tecnico e dirigenziale anche in campo internazionale. Bisognava vigilare sui loro comportamenti. La risposta che arrivò dall’autorità sportiva fu emblematica: a un anno da quel provvedimento d’archiviazione, una delle atlete presenti nell’elenco (Manuela Di Centa) fu nominata vicepresidente vicario del Coni dall’allora presidente Giovanni Petrucci. Decadde poco tempo dopo, perché nel frattempo divenne parlamentare (fu eletta con Forza Italia). Questo la dice lunga su come sia il mondo sportivo sia quello politico si comportano nei confronti di chi ha infranto le regole: dimenticano in fretta i peccati, sfruttano al massimo la popolarità dei protagonisti.

Ai giorni nostri un’altra rivelazione ha fatto clamore: stavolta ad essere coinvolta è stata la Cina. Una ex mezzofondista di enorme valore, Wang Junxia (fu campionessa olimpica ed è tutt’ora primatista mondiale dei 10.000 metri), ha scritto: “Vent’anni fa mi sono dopata, tutte noi allenate da Ma Junren siamo state costrette a farlo”. Uno dei problemi è che la cinese scrisse questa lettera nel 1995, e solo adesso il mondo ne è venuto a conoscenza. Il secondo è che, finalmente, a distanza di tanti anni, emerge la verità “ufficiale” (quella “ufficiosa” la conoscevamo tutti, ma non ne avevamo le prove) sugli incredibili risultati ottenuti da quella che veniva definita “l’armata di Ma Junren”. Una serie di mezzofondiste cinesi, nate dal nulla, che improvvisamente cominciarono a dominare ogni competizione, abbattendo tutti i record. Il suo profeta, chiacchieratissimo, se la cavò con una battuta che fece epoca: “Il nostro doping? Tanto allenamento e sangue di tartaruga”.

Tornando al tema iniziale: sarebbe giusto cancellare i record dell’atletica? Sono essi credibili o meno? Possiamo rispondervi solo in un modo: oggi sono ancora primati del mondo, perché nessuno è mai riuscito a far meglio, molti risultati ottenuti da atleti dell’Est Europa che hanno riconosciuto le loro colpe, così come resiste il record di Wang Junxia e – nella velocità femminile – sono imbattuti i tempi ottenuti nel 1988 dalla statunitense Florence Griffith, mai trovata positiva, che si ritirò all’improvviso proprio nell’88, quando vennero istituiti i controlli a sorpresa, e che morì per una misteriosa malattia (crisi epilettica? infarto?) quando aveva solo 38 anni.

A questo punto c’è un attimo bisogno di andare oltre, per dare uno sguardo a quanto è capitato nella società. L’esempio delle sport di vertice è stato devastante. Oggi nel mondo sono tantissimi i ragazzi, nonché gli atleti non professionisti di ogni età, che ricorrono a sostanze dopanti per migliorare il loro fisico (soprattutto i frequentatori di palestre). Il traffico delle sostanze dopanti è enorme e muove cifre elevatissime. Oggi tutto è il mano alla criminalità organizzata, a livello nazionale e internazionale. Sono gli stessi narcotrafficanti a vendere prodotti dopanti: la massa che ne fa uso è smisurata e gli affari sono giganteschi. Lo sport ha dato un pessimo esempio anche agli altri ambienti, ed ormai il doping comincia a diffondersi anche fuori dall’ambito sportivo. Oggi (per scelta volontaria) c’è un enorme uso di stimolanti tra i professori e gli studenti, mentre (a causa di chi approfitta della gente particolarmente bisognosa) c’è un grande abuso di farmaci vietati tra le ragazze costrette a prostituirsi e tra gli extracomunitari impiegati nella raccolta dei pomodori e in genere nei lavori più faticosi.

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