Nizza, una ferita mortale per l’Europa

 

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-di ANTONIO MAGLIE-

“È perfettamente logico che la crescita in potenza della potenza esacerbi la volontà di distruggerla. Ma c’è di più: in un certo senso, la potenza è complice della sua stessa distruzione. E questa degenerazione è tanto più forte quanto più il sistema si avvicina alla perfezione e all’onnipotenza”. Così scriveva parecchi anni fa in “Power inferno” il filosofo francese Jean Baudrillard. Le immagini raccapriccianti e crudeli dell’attentato di Nizza, quei lutti in un giorno di festa, la disperazione in una notte di allegria, inducono a riflettere su quella affermazione. Siamo a questo punto? Quella di Nizza è una ferita mortale inferta all’Europa, che sembrava destinata, insieme all’Occidente, con la fine dell’equilibrio del terrore e del confronto tra blocchi, ad aggiungere potenza a potenza: la potenza del messaggio economico e quella del messaggio politico-culturale. Al di là delle motivazioni contingenti, delle occasioni specifiche, è qui che bisogna cercare le radici di quell’odio che punta a distruggere prima di tutto dei simboli: i “nuovi crociati”, come tanto l’Isis quanto Al Qaeda definiscono l’Europa e l’Occidente? Ma se le cose stanno così, allora è venuto il momento di evitare comportamenti che ci possano portare a essere complici di questa distruzione.

Nizza è per tutti noi, è per l’Europa il momento del non ritorno. La Brexit ci ha distratto. Gli andamenti delle borse, le inevitabili speculazioni finanziarie che si sono accompagnate ai risultati referendari ci hanno indotto a pensare che sull’uscita della Gran Bretagna si giocasse il destino dell’Unione Europea, il futuro di un disegno che fu grande e ambizioso ma che col tempo è stato trasformato in un quotidiano “tirare a campare” seguendo logiche da microscopico cabotaggio. Ma probabilmente non è sulla separazione di Londra da Bruxelles che ci giochiamo il futuro del Continente così come abbiamo imparato a conoscerlo in settant’anni di pace. Ce lo giochiamo nella partita con il terrorismo che, purtroppo, stiamo perdendo perché l’Europa dei burocrati ha narcotizzato l’Europa della politica.

Il carico di morte trascinato da quel Tir può produrre altre tragiche conseguenze. E la più grave sarebbe la dissoluzione dell’Europa. I segnali sono poco confortanti. Il radicalismo genera un radicalismo esattamente uguale e contrario. La promessa di un mondo pacificato attraverso l’innalzamento dei muri, la ricostruzione dei vecchi confini, la rinascita delle piccole patrie, il rifiuto ideologico del multiculturalismo e della multietnicità, ha varcato l’oceano producendo dall’altra parte dell’Atlantico un fenomeno come Trump. In Europa ha già determinato la rinascita forme di nazionalismo solo apparentemente ammodernate ma sempre basate sul vecchio cocktail dei richiami alla razza e a una identità religiosa che è sempre stata un possente combustibile di guerre e contrapposizioni. Non c’è esercito che nel passato non abbia inalberato l’insegna “Dio è con noi”. A maggior ragione funziona oggi in una fase in cui il “Dio” in questione non è nemmeno comune (come all’epoca delle guerre mondiali) ma ha nomi diversi, scritture diverse, riti diversi. A questa disarticolazione l’Europa non potrebbe reggere: finirebbe per essere travolta, spazzata via come un’illusione incapace di produrre una realtà. Nizza può condannare la nostra anima di europei alla dannazione eterna o alla definitiva resurrezione. Come sempre il confine è sottilissimo e il rischio di sbagliare punto di caduta altissimo.

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