Andria, la strage dei treni: un sanguinoso atto d’accusa

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-di ANTONIO MAGLIE-

Vorremmo vedere davanti alle telecamere il minor numero possibile di ministri affranti, impegnati a interpretare un lutto puramente formale. Vorremmo vedere meno presidenti del consiglio e ministri in quel tratto di ferrovia tra Andria e Corato. Vorremmo, invece, vederli a un tavolo da lavoro impegnati ad affrontare seriamente una questione che affligge questo Paese dall’unità e che a volte esplode in drammi collettivi come quello di oggi: la Questione Meridionale, dimenticata agli inizi degli anni Novanta perché faceva piacere a Bossi e ai leghisti che ora corrono con faccia bronzea al Sud per raccattare voti. Quei morti sono sicuramente il risultato di un tragico errore. Ma sono ancor di più il risultato di una politica che non ha dato mai risposte alle popolazioni meridionali, che si è voltata dall’altra parte, che ha accettato di convivere col malaffare, la corruzione e la criminalità organizzata, che ha considerato il Mezzogiorno un luogo non da valorizzare ma da dimenticare e, semmai, da scoprire solo nei mesi estivi, quelli dedicati alle vacanze. Il Sud andava cancellato non “salvato” e sanato.

Quei due vagoni che nello scontro si sono quasi disintegrati non facevano parte di treni di vacanzieri, non attraversavano le più esotiche rotte costiere. Erano treni di poveri cristi. Da quelle parti le persone vengono chiamate “cristiani”. Anche per questo Carlo Levi intitolò il suo più bel libro “Cristo si è fermato a Eboli”. Nell’uso improprio di quel sostantivo c’è in qualche maniera un richiamo alla spiritualità, all’anima, all’essenza morale e culturale: siamo persone non solo perché siamo fatti di carne e di ossa ma perché dentro abbiamo dell’altro. E parte di quello che abbiamo dentro lo abbiamo perduto su quel binario maledetto. Chi scrive è nato in Puglia, cresciuto in Puglia, lavorato per un po’ di tempo in Puglia e sono decenni che lì si combatte con un sistema ferroviario arretrato, con i binari unici che negli ultimi cinquant’anni hanno faticato tremendamente a diventare doppi.

Da cronista, a chi scrive, spesso è capitato in tempi ormai lontani di raccontare piccole tragedie tutte legate all’arretratezza di un sistema che è un insulto per l’Italia, non per i pugliesi che lo subiscono. E un atto d’accusa nei confronti di chi in tutti questi anni, mentre la Germania a tempo di record sanava il dualismo tra Est e Ovest, ha assistito inerte all’ampliamento di un divario che solo negli anni Settanta è stato parzialmente (ma nemmeno allora sufficientemente) colmato. Un divario che nelle infrastrutture è stato solo superficialmente intaccato.

Banca d’Italia ci ha comunicato che il Sud nel 2015 ha avuto un aumento del Pil superiore a quello del Nord-Est e del Centro, pari a quello del Nord-Ovest. Ma questi sono percentuali. Poi, però, basta salire su un treno per rendersi conto di quanto il resto d’Italia sia lontano da Brindisi o da Taranto, da Mesagne o da Manduria. Ora piangiamo i “cristiani” morti su quel binario, trafitti da vetri e lamiere come le carni di Cristo in croce lo furono con i chiodi. Ma passato il lutto, resterà un solo modo per onorarli degnamente: fare in modo che Cristo riesca finalmente ad andare oltre Eboli, semmai su linee ferroviarie a doppio binario.

antoniomaglie

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