Blair, Bush, Sarkozy: cancellati 15 anni di storia


 President-Nicolas-Sarkozy-007-di Antonio Maglie-

L’ultimo a rotolare nella polvere, abbattuto dalle conclusioni della Commissione Chilcot sulla partecipazione alla guerra in Iraq, è stato Tony Blair (il primo ad arrivare al potere, nel 1997), l’uomo che annunciava di riformare e aggiornare i concetti della socialdemocrazia europea. In realtà, ha finito solo per azzoppare il laburismo inglese che, peraltro, stretto tra Gordon Brown, Ed Milliband e lo stesso Jeremy Corbyn, ha proseguito sulla strada del suicidio attraverso robuste trasfusioni di sangue a favore degli avversari: Nigel Farage che ora si è fatto da parte, in occasione del referendum sulla Brexit il primo pieno di “buon auspicio” lo ha fatto a Sunderland, un tempo roccaforte socialista (quando la squadra locale assunse come allenatore Paolo Di Canio, personaggio politicamente controverso, accusato di simpatie fasciste, la tifoseria si sollevò e tra gli irritati c’era pure il fratello di Milliband, David, che si dimise dal Consiglio di amministrazione del club); e l’indipendentista Nicola Sturgeon, a sua volta, ha praticamente svuotato il bacino elettorale scozzese negando in buona misura la vittoria a Ed nelle ultime politiche, quelle che hanno riportato trionfalmente David Cameron a Downing Street (ora sotto sfratto). 

Ma la parabola di Blair segue quella della Famiglia Bush e di Nicolas Sarkozy (l’ultimo ad abbandonare la poltrona presidenziale: 2012): tutti e tre vittime delle “guerre” volute e imposte al mondo e agli alleati. A voler essere cattivi, le loro disgrazie politiche possono essere lette come “danni collaterali” inflitti a sé stessi. Blair ha provato a difendersi sostenendo che le scelte che fece all’epoca della spedizione in Iraq (gli è stato contestato un atteggiamento troppo prono nei confronti degli americani, oltre a un discreto numero di bugie a proposito delle armi di distruzione di massa, la famosa “pistola fumante” sbandierata da Colin Powell, altra vittima politica, altro “danno collaterale”) le compì in buona fede. Possiamo credergli? Chissà. Certo meno credibile è l’affermazione che da allora il mondo è migliore. Certo, l’abbattimento di un dittatore come Saddam Hussein (che, non va dimenticato, all’epoca della guerra con l’Iran ha potuto contare su generosi sostegni dell’Occidente e degli Stati Uniti) è cosa buona e giusta. Ma la democrazia non è spuntata sulla bocca del cannone e oggi un bel pezzo della società irachena (gli sciiti) bersaglio preferito degli attentati dell’Isis, accusa il capo del governo, Haydar al-‘Abadi, di non essere in grado di garantire la sicurezza della loro comunità. 

La democrazia è una finzione in Afghanistan (dove i talebani sono tornati a essere “padroni” di ampie zone del Paese), non è ancora una realtà consolidata in Iraq, è solo una ipotesi di lavoro in Libia. Nel frattempo, Saddam, non più presente in corpo, continua ad affliggere i nostri sogni con il suo “spirito”. Il suo vecchio arsenale militare ha alimentato un florido mercato nero del terrore; gli uomini a lui fedeli hanno dato “sostanza” professionale alle armate (ora in ritirata) del Califfo. 

E che dire della Libia dove Sarkozy decise di avviare una sorta di guerra santa nel nome apparente della democrazia e in quello reale del controllo del petrolio? Gheddafi era sicuramente un satrapo ma, si è poi scoperto, aveva finanziato la campagna elettorale di quello che lo avrebbe bombardato. Dei tre, Nicolas è l’unico che si tiene a galla anche se alla sua destra ormai domina incontrastata dal punto di vista dei consensi Marine Le Pen. La sua sopravvivenza politica è un vero miracolo, quasi confortante per noi italiani: non siamo gli unici a essere molto clementi con chi governa male il Paese. 

In fondo, Sarkozy ha “soltanto” condotto il suo Paese a una guerra più che inutile controproducente (per tutta l’Europa) visto che lì ora si è acquartierato l’Isis che ha inondato di sangue le strade francesi e hanno trovato proficua sistemazione anche i trafficanti di uomini che con i loro barconi spediscono disperati in Europa che Hollande prova a fermare a Ventimiglia e che poi vanno a parcheggiarsi in indegni accampamenti con vista bianche scogliere di Dover. Non si rese conto, il marito di Carlà, che quei ragazzi che infiammavano le periferie francesi non erano “feccia” ma il sintomo di una malattia che stava dilagando tra gli immigrati di seconda e terza generazione, attraverso le moschee ed efficaci untori come gli Imam Integralisti cresciuti alla scuola dei “Fratelli Musulmani”.

È crollato Jeb Bush, l’ultimo di una dinastia che sul versante Gop fino a qualche tempo fa ricordava quel che erano stati i Kennedy dall’altra parte, tra i democratici. Lo aveva detto in tempi non sospetti la mamma: “L’America ha già avuto troppi Bush”. Ma Jeb non l’ ha ascoltata. Si è comunque presentato ai nastri di partenza delle primarie, ritirandosi quando si è reso conto che raccoglieva solo spiccioli di consenso. Ha provato a rianimare la candidatura esibendo il fratello George W. E mal gliene incolse perché la gente ricordava ancora le bare avvolte nella bandiera di ritorno dall’Afghanistan e dall’Iraq. In pratica decise di allargare la falla dopo aver abbondantemente imbarcato acqua. Non gli è stata risparmiata nemmeno la derisione di Donald Trump. Ma la mamma lo sapeva: troppi Bush e l’ultimo aveva lasciato pessimi ricordi. 

Blair si è aggrappato al suo passato ma quando ha provato a rilanciarsi nel referendum sulla Brexit ha probabilmente capito che il suo tempo era finito. Quando fece irruzione a Downing Street, i critici, numerosi nel suo partito, lo soprannominarono in maniera sprezzante, “la Thatcher senza la gonna”; adesso lo hanno salutato in maniera molto più offensiva, storpiandogli il nome (Bliar) per trasformarlo in “bugiardo”. Sembrava che sul suo regno il sole non dovesse tramontare mai. La sua era un’Inghilterra meno inamidata, che mostrava i sentimenti, piangeva e amava Diana (criticando sotto voce la Regina); si commuoveva ascoltando Elton John che per l’occasione rivedeva e correggeva Candle in the wind (“addio la rosa inglese, cresci nei nostri cuori”) trasformandola in una canzone funebre in onore della “bella e triste principessa”; era la Gran Bretagna delle Spice Girl, di Victoria Adams, di David Beckham, del Manchester United di sir Alex Ferguson (scozzese e simpatizzante labour), la squadra più titolata della città che aveva dato i natali alla rivoluzione industriale e che aveva trasformato i reperti archeologici che un tempo ospitavano operai e macchinari in musei, uffici ed eleganti alberghi nell’inseguimento di una sorta di nuova rivoluzione culturale. Sembravano tornati i tempi della “swinging London”, gli anni Sessanta, la rivoluzione dei costumi, i Beatles e i Rolling Stones, la minigonna di Mary Quant. E’ scomparso tutto. Sotto il peso di un passato che ritorna e di un futuro, come ha dimostrato il referendum, di tutt’altro segno.

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