Pubblico impiego, art.18 e Cassazione

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-di MAURIZIO BALLISTRERI-

Nel cosiddetto “Pacchetto-Madia”, il decreto del governo relativo alla pubblica amministrazione, è stata inserita una norma relativa al licenziamento “veloce”, per chi verrà scoperto a firmare la presenza in ufficio e ad assentarsi arbitrariamente. Un provvedimento che appare d’immagine, sull’onda delle giuste riprovazioni contro i ripetuti fenomeni di assenteismo nel settore pubblico, che però già esisteva, poiché previsto sia dal decreto legislativo n. 165/2001, sulla “privatizzazione“ del rapporto di lavoro dei dipendenti pubblici, reso più prescrittivo dal “decreto-Brunetta” del 2009.

Il risultato dunque, sarà una nuova stratificazione normativa senza coordinamento, con nuove incertezze interpretative. Ciò vale, in particolare, proprio per il diritto del lavoro, interessato negli ultimi anni da veri e propri interventi alluvionali, a cui la magistratura, nell’inerzia del legislatore, è costretta a porre rimedio sul terreno esegetico-applicativo.

E tra i temi più controversi, certamente spicca l’art. 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori, riformato dalla legge n.92/2012 (il cosiddetto “Jobs Act” non ne prevede la sua utilizzazione per gli assunti nel settore privato dopo il 7 marzo 2015), in ragione della sua applicazione ai dipendenti pubblici.
Sul tema è intervenuta la Suprema Corte di Cassazione con la recentissima sentenza 11868/2016, che, contrariamente a quanto statuito in precedenza con la pronunzia n. 24157/2015, ha dichiarato non applicabile ai pubblici dipendenti l’art. 18 riformato dalla “Legge Fornero” del 2012 (che ha depotenziato la tutela reale e, quindi, la reintegrazione in caso di licenziamento illegittimo).

Tutto nasce da una norma, il comma dedicato dalla legge Fornero all’applicazione della riforma delle cause giustificatrici del licenziamento e del rito processuale (articolo 1, comma 7 della legge 92/2012) che non brilla per chiarezza, anche perché il suo testo finale è stato il frutto di un compromesso, secondo cui le norme della legge in questione “costituiscono principi e criteri per la regolazione dei rapporti di lavoro” negli uffici pubblici, con il compito attribuito al governo di definire “ambiti, modalità e tempi”. Operazione di armonizzazione che né il governo Monti, né quelli Letta e Renzi, hanno provveduto a realizzare, anche se il decreto legislativo 165 del 2001 prevede che ai lavoratori pubblici si applica lo Statuto dei lavoratori con le sue “successive modificazioni ed integrazioni”. Proprio questo rinvio “mobile” è stato alla base della sentenza del 2015. Nell’ultima pronunzia però, la Suprema Corte ha evidenziato, in punta di diritto, l’assenza delle regole attuative della riforma Fornero nel pubblico impiego, ma anche la differenza degli interessi da tutelare nel settore privato rispetto a quello pubblico: nel primo caso per la Cassazione la norma lavoristica serve a difendere solo il dipendente, mentre in quello pubblico si devono salvaguardare “più generali interessi collettivi”.
Nell’inerzia (e nella confusione) dei poteri legislativo ed esecutivo la giurisprudenza, in questo caso di legittimità, svolge una funzione di supplenza.

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