Il calcio come foto di un’Italia in declino

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-di SANDRO ROAZZI-

Italia fuori dagli Europei, ma forse di strada ne ha fatta pure troppa anche se anche in questo caso l’Europa del pallone sembra la fotocopia di quella assai traballante che assilla governanti e mercati.

Tranne qualche guasconata finale ai rigori tutto si può dire ai “tigrotti” di Sandokan Conte ma non che non abbiano dato il fritto. Escono con dignità, come i nostri colori nazionali, anche se per alcuni di loro probabilmente servirebbe l’Ape, l’anticipo pensionistico che i sindacati non vogliono.
Eppure questo addio fa malinconia. Perché certifica un calcio nazionale inaridito dalla globalizzazione che in questo caso è davvero selvaggia. Società in mano a stranieri danarosi che si dividono fra l’ingordigia del business e la vanagloria di possedere finalmente un posto in prima fila con nobili dame un po’ decadute. Un calcio mercato che si occupa quasi solo di giocatori stranieri, una fiera di scambi con formule spesso astruse, dietro le quali si nasconde un portafoglio meno gonfio di quel che appare.

Ed il nostro calcio e’ ancora una volta la fotografia di un Paese invecchiato e fermo. Poche opportunità per i giovani come nelle statistiche Istat sul lavoro, con quelli di talento che se ne vanno all’estero se ci riescono come se fossero ingegneri, informatici, economisti. Un calcio che non offre ricambi in ruoli chiave, che vede svanire in panchina o nelle serie inferiori alla A come meteore le giovani promesse, che non “vede” i calciatori italiani affetto da miopia esterofila. Che non ha pazienza. E, malgrado tutto questo, lo stellone italico mantiene la nostra Nazionale che oggi canta l’inno a squarciagola nei piani medio alti del mondo del pallone. Ma per quanto?
Il calcio nell’Italia della rinascita dopo la seconda guerra mondiale era la passione che univa, era il tifo popolare che non andava oltre qualche scazzottata dopo la quale si offriva vino, pane, salsicce e cicoria. Era la gioia di chi faticava da mattina a sera. Era, come tutto quel che cresceva nella società, speranza. Ed era anche batoste come la figuraccia ai mondiali del 1966 con la Corea. Ma ci stava. Perché c’era un ottimismo di fondo che spingeva avanti, che costruiva, capace di lottare con entusiasmo anche per più giustizia e benessere. Oggi l’Italia, non da sola, ha paura, teme il futuro e può fare del male a se stessa e alle giovani generazioni. Perché dovrebbe essere diverso il destino dei nostri giovani calciatori? Servirebbe anche qui una rottamazione di convenienze ed affarismo che talvolta finiscono non a caso per diventare contigui al malaffare. L’Italia non rischia in economia, perché mai dovrebbe farlo quella del calcio?

Regole per puntare sui giovani ce ne sono e si possono facilmente escogitare per imporre la loro presenza nel calcio che conta. Ma anche in questo caso è un problema di classe dirigente, tale e quale a quello del Paese. È necessaria meno mediocrità, più calcio 4.0, ovvero una rivoluzione paragonabile a quella industriale, meno…I’invasione dei robot…stranieri pure quelli magari. Un calcio nuovo, coraggioso, che saldi una passione mai spenta dei tifosi ad un’aria più pulita. Tanti anni fa la nazionale dopo i mondiali disastrosi del 1974 fu ringiovanita negli uomini e negli schemi dal vecchio ma geniale Fuffo Bernardini. Giovani ed anziani insieme per un nuovo percorso che approderà ai trionfali mondiali di Spagna del 1982. Oggi sulla panchina della Nazionale arriva un altro veterano, Giampiero Ventura. Capitano di ventura, potremmo dire. Auguri a lui, specie se il calcio saprà offrirgli quel che cerca e che ora non ha: nuovi campioncini da far crescere ed una passione nuova, animata da un Paese che sappia guardare avanti.

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