I giovani industriali ordinano: Via tutto

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-di SANDRO ROAZZI-

Per i giovani industriali riuniti a Santa Margherita Ligure quest’anno la parola d’ordine sembra essere un “via tutto”. Almeno da quel che si legge e che potrebbe scontare un che di semplicistico. Via il sistema pensionistico retributivo (già fatto, ma se si pensa di riportare le pensioni di ieri al sistema contributivo sarebbe un ottimo incentivo alla povertà dei fu ceti medi), via i vitalizi ai parlamentari (ma è questo il discriminante fra buona e cattiva politica?), via l’articolo 18 nella Pubblica Amministrazione (se intanto si rinnovassero i contratti, salirebbero i consumi e… i guadagni delle loro imprese), via la Pubblica Amministrazione che secreta gli atti (niente paura: d’ora in poi dovrà leggere gli sms sui voucher, avrà altro da fare), via il fisco che tassa i dipendenti anche quando non si fanno i profitti (certo, così i passivi delle imprese potrebbero essere alleviati dal fisco sui redditi dei dipendenti), via la scuola che non si alterna con il lavoro ma con gli scioperi ( basterebbe che la voce dei giovani industriali si alzasse per chiedere ai loro padri come mai l’apprendistato in Italia non decolla mai), via il rigore di Bruxelles (bene ma in questo caso arrivano ultimi, se la memoria non inganna).

Questo arrembaggio verbale ricorda i primi anni ’90 quando i giovani industriali di allora partirono lancia in resta contro il sistema dei partiti in piena tangentopoli diventando una delle punte di diamante del giustizialismo. Anche se va ricordato ponevano il giusto problema di una riforma dello Stato. Cosa sia avvenuto dopo è sotto gli occhi di tutti: la politica che è seguita sull’asse berlusconismo-antiberlusconismo (e sulla quale il mondo imprenditoriale non ha più detto granché) ha peggiorato questo Paese sanzionando non solo i suoi limiti ma anche l’impossibilità ad allevare una nuova classe dirigente di qualità.

Adesso ci risiamo: la “guerra della crisi è finita” dunque delenda Carthago? E gli investimenti da fare? Non ci vorranno mica dire i giovani industriali che è un compito esclusivo del Governo… E la rivoluzione industriale digitale? Non ci vorranno mica far credere che la futura occupazione sarà un problema di chi governa, scaricando migliaia di disoccupati sul sistema previdenziale (contributivo, certo) e sulle spalle di nuove forme assistenziali pubbliche…

E la coerenza fiscale? Non ci vorranno mica far credere che la lotta alla evasione fiscale è solo contro qualche faccendiere? E per finire… non manca forse una seria politica industriale a questo Paese la cui vocazione è manifatturiera da sempre?
Certo i giovani industriali si schierano decisamente per le riforme istituzionali e va a loro merito il fatto che sono contrari nettamente ai muri che respingono gli immigrati. Ma attenzione a fare di ogni erba un fascio. Il populismo alla lunga è conservazione.

fondazione nenni

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