Così Umberto II tramò contro l’Italia

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Il 15 marzo del 1983 Riccardo Lombardi prese la parola in Parlamento per impedire il ritorno in Italia di Umberto II, ormai in fin di vita (sarebbe morto a Ginevra tre giorni dopo quel discorso). Non si trattò di una postuma vendetta di un vecchio capo della Resistenza né di un eccesso da “estremista” repubblicano. Tutto ruotava intorno alla XIII disposizione transitoria e finale che all’epoca era in vigore in tutte le sue parti recitando così: “I membri e i discendenti di Casa Savoia non sono elettori e non possono ricoprire uffici pubblici né cariche elettive.

Agli ex re di Casa Savoia, alle loro consorti e ai loro discendenti maschi sono vietati l’ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale.
I beni, esistenti nel territorio nazionale, degli ex re di Casa Savoia, delle loro consorti e dei loro discendenti maschi, sono avocati allo Stato.
I trasferimenti e le costituzioni di diritti reali sui beni stessi, che siano avvenuti dopo il 2 giugno 1946, sono nulli”. L’11 luglio del 2002, la Camera dei deputati con il voto a favore di 347 deputati ha reso inefficaci i primi due commi consentendo ai discendenti di Umberto II di rimettere piede nel paese d’origine. Ma per quello che alla storia è passato come il “re di maggio” la questione era più complessa perché Umberto molto si era prodigato per suscitare nel paese reazioni di tipo eversivo, facendo interdizione, ritardando dopo il voto l’uscita di scena, cercando sponde nazionali e internazionali per la realizzazione dei suoi progetti di rivincita, arrendendosi alla fine con un proclama che di fatto metteva in discussione la legittimità della neonata Repubblica. E pur di non riconoscere la legittimità della nuova forma istituzionale, preferì partire in esilio, alla volta del Portogallo. Nessuno gli aveva ancora inflitto quella “condanna”, tanto è vero che la XIII disposizione transitoria e finale sarebbe arrivata soltanto un anno e mezzo dopo. Questo intervento di Lombardi, ultimo sopravvissuto tra i protagonisti-testimoni di quelle vicende, è una piccola lezione di storia nazionale che sarebbe opportuno rivisitare anche a scuola dove la figura del “re di maggio” viene presentata in una veste sin troppo accettabilmente romantica. Quell’intervento parlamentare fu, come sottolinea lo stesso autore, una grande fatica: le condizioni di salute del leader stavano peggiorando e poco più di un anno dopo sarebbe scomparso. Si sottopose alla “fatica” per fedeltà ad antichi e incrollabili principi, gli stessi che quattro anni prima avevano convinto Pietro Nenni a farsi portare a braccia alla seduta inaugurale del Senato pur di evitare che il diritto di anzianità attribuisse a un fascista il privilegio di presiedere la seduta di inizio legislatura. I medesimi principi che ispirano questa Fondazione sin dalla nascita e che sempre la ispireranno.

-di RICCARDO LOMBARDI*-

Lombardi Riccardo. Signor presidente, onorevoli colleghi, ignoro quali siano il valore e la consistenza dei nuovi propositi annunziati dal relatore, onorevole Bozzi, e discussi in Commissione affari costituzionali, forse, se ci fossero stati esposti, avremmo potuto cominciare fin da oggi a prenderne atto e discuterne. La probabilità che queste nuove proposte rendano inutile la discussione di oggi mi pare sia grande. E di tempo da perdere non ne abbiamo molto, in questa Camera.

Comunque, allo stato degli atti, la proposta di fronte alla Camera è quella della Commissione, cioè essenzialmente la proposta di legge Bozzi-Mammì, e su di essa, a giudicare anche e soprattutto dalla seduta precedente (l’unica fino ad oggi dedicata a questo argomento), abbiamo constatato una singolare distorsione tra chi ha pensato di proporre la legge di abrogazione della XIII disposizione, pensando che come sottoprodotto, come conseguenza indiretta, l’abrogazione sarebbe stata un atto di umanità verso un uomo anziano e sofferente, e chi, al contrario (lo ricaviamo sempre dalla seduta precedente e dal dibattito che si è svolto sulla stampa) non vuole consentire all’ex re di passare gli ultimi giorni della sua vita in Italia, provvedendo allo scopo ad una modifica costituzionale. Devo dire che questa singolare inversione di termini è stata resa, in modo evidentissimo dall’incredibile intervento del ministro Darida (nella seduta precedente), allorché abbiamo assistito a stravolgimenti davvero sorprendenti, arrivati al punto di suggerire una modifica della Costituzione per decreto legge. Veramente siamo fuori dalla logica ordinaria ed anche dal modo comune di esprimere i propri propositi!

Quindi per il momento dobbiamo discutere sul progetto presentato alla Camera ed io non ho che da perdere pochissimi minuti in una discussione che, tra l’altro, affronto con fastidio. Sono guidato soltanto dalla considerazione secondo la quale mi sembra che, nella polemica pubblica e, in parte, nel dibattito già svoltosi in questa Camera, si sia dimenticata una questione elementare, vale a dire che l’ex re Umberto non è stato affatto esiliato, ma si è auto-esiliato.

Bisogna ricordare che il giorno 13 giugno 1946, allorché dopo le vicissitudini alle quali accennerò, egli si decise ad accettare, o per lo meno a prendere atto del responso del referendum, nessuno lo obbligò a partire. La XIII disposizione transitoria e finale fu discussa e approvata 18 mesi dopo la partenza dell’ex re. Si era nel giugno del 1946 e la Costituzione della Repubblica, con i suoi articoli che escludevano il rientro in patria del Savoia, è del dicembre 1947.

Non esiste quindi un decreto della Repubblica che abbia allontanato il Savoia o i Savoia. Egli si è autoescluso e questa è la conclusione che rende a mio giudizio incomprensibile una revisione della XIII disposizione improponibile per ragioni morali e politiche, improbabile forse per ragioni giuridiche.

Mi consentirete ancora alcuni minuti per dirvi che, purtroppo dei membri del Governo che presiedettero alla transizione dalla monarchia alla Repubblica sono il solo superstite in questa Camera, tutti gli altri sono morti. Io sopravvivo e sono l’ultimo testimone di una fase che fu drammatica – non fu pacifica, Mellini – e rappresentò minacce dirette, sentite come tali da uomini rispettabili come De Gasperi e Brosio.

Cosa è accaduto? È accaduto che negli otto giorni che trascorsero tra l’annuncio del risultato del referendum e la decisione da parte del re, di riconoscere finalmente il fatto compiuto, il Governo fu costretto a sedere in permanenza, giorno e notte, tanto fu avvertita come grave e urgente la minaccia di eversione, e tanto si sapeva, in modo indiscutibile, che le tergiversazioni, gli appelli ad interpretazioni inammissibili del risultato del referendum erano fatti unicamente allo scopo di sollecitare movimenti eversivi del paese, di cui erano un segnale gli eventi napoletani di quei giorni. Problema reale, problema che comprendeva alcune incertezze manifestate dall’allora capo del governo militare alleato, ammiraglio Stone, problemi gravi all’interno dell’Arma dei carabinieri, problemi non più gravi, per ragioni fortunate nella marina. Sulla marina i Savoia contavano, data la fede monarchica della maggior parte dei quadri superiori e intermedi, fede che a differenza di quella dell’esercito, si era mantenuta intatta anche perché, a differenza di quella dell’esercito, non era stata sottoposta al trattamento vergognoso cui l’esercito fu invece sottoposto con la fuga e con l’abbandono dei Savoia e del Governo Badoglio, l’8 settembre. La marina era in mare, perdette alcune navi nell’urto, nel momento di riparare in Sardegna, ma non subì… e quindi non condivise il comune astio della popolazione italiana verso i Savoia.

Tuttavia si aveva qualche pericolo, che però era stato evitato dalla fedeltà riconosciuta dei supremi dirigenti della marina, anche di quelli che erano monarchici. Mi piace citare l’ammiraglio Maugeri Capo di S.M. della marina. L’ammiraglio Maugeri – non rivelo niente di straordinario, perché queste cose le dissi a De Gasperi e a Romita che erano i responsabili dell’ordine pubblico – che tuttavia era monarchico ma voleva essere fedele alle istituzioni, in antecedenza, un mese prima dell’evento, in una conversazione che ebbi con lui su sua proposta, mi disse che la marina sarebbe stata concentrata a La Spezia, che egli garantiva la fedeltà, purché vi fosse, un governo in caso di eversione, tanto il pericolo di eversione era temuto da uomini non facili alle suggestioni. Dunque, che un governo vi fosse, che fosse in grado di parlare, di essere un interlocutore e che poi – piccolo accorgimento – non fosse imposto rapidissimamente, in poche ore, il cambio di bandiera alle navi.

 A parte questa sicurezza che alcuni di noi avevano da parte della Marina, i pericoli esistevano, erano reali e su essi speculava freddamente, con tortuosità e contegno che non esito a qualificare ignominioso, l’ex re, allora non ancora ex, e soprattutto il suo maestro di palazzo, o maestro della real casa che fosse, marchese Lucifero.

I colloqui che si svolsero in quei giorni, le trattative tra il governo che – ripeto – sedeva in permanenza, e la casa reale furono del resto raccontate da Mario Bracci allora ministro del commercio con l’estero, che come giurista fu incaricato dal presidente De Gasperi di accompagnarlo e di assisterlo nelle conversazioni con i dirigenti della casa reale e con lo stesso Umberto.

Devo dire che in quell’occasione De Gasperi si mostrò un uomo di alta statura, pieno di coraggio, coraggio perfino fisico, poiché ad un certo punto fu minacciato persino di vie di fatto e credo che ne abbia subito, specialmente nell’ultimo dei colloqui che ebbe con i dirigenti di casa reale. Si mostrò – dicevo – all’altezza della situazione e quando si trattò di interrompere ogni tergiversazione e di compiere l’atto non di forza, ma giuridicamente necessario, per troncare il nodo e dichiarare l’assunzione provvisoria dei poteri di Capo dello Stato da parte del Presidente del Consiglio (cioè dello stesso De Gasperi) egli fu il primo a proporlo ed il governo ad accettarlo all’unanimità, meno un voto che non ricordo di chi fosse, probabilmente di uno dei ministri che politico non era, cioè dell’ammiraglio de Courtnen che era nel consiglio dei ministri più per incarico alleato che su designazione nazionale.

Il contegno di quei giorni e la soluzione che quel contegno lasciava figurare, oltre agli antecedenti di tale contegno… Qualcuno qui ha ricordato che casa Savoia si era dimostrata durante il periodo di preparazione del referendum, capace di mantenere gli impegni. Non è affatto vero. Non è affatto vero! Il compromesso istituzionale che era stato raggiunto con il Comitato di liberazione e con il Governo, dopo l’insediamento di quest’ultimo a Roma, era stato che la situazione della casa regnante fosse mantenuta, fino al referendum, vale a dire che Umberto rivestisse la carica di luogotenente del regno, non di re. L’assunzione dei poteri monarchici, con l’abdicazione, fu una vessazione e una forzatura, sentita come tale e giudicata come tale dal Governo e dal paese. Fu un mezzo per poter forzare una situazione presentando all’elettorato che poco tempo dopo avrebbe dovuto pronunciarsi con il referendum una situazione già monarchica, stabilizzata in qualche modo e rilegittimata. Quindi, si trattò di una prima violazione precedente, cui seguì la violazione successiva delle tergiversazioni, dell’ostilità e della renitenza ad accogliere il verdetto costituzionale. Quando alla fine il Governo fece il gesto che non chiamo di forza, ma di diritto, di proclamare l’insorgenza del periodo di transizione e l’assunzione dei poteri di Capo provvisorio dello Stato da parte del Governo, Umberto partì.

Debbo dire che per questa partenza, io personalmente – scusatemi se faccio un riferimento personale – ebbi l’impressione che molte cose fossero maturate nella notte. Incontrai il re, non più re, poiché il referendum era già avvenuto, su sua richiesta, la mattina del giorno in cui poi partì. De Gasperi, Presidente del Consiglio, mi autorizzò ad andare supponendo che si trattasse di stabilire facilitazioni per il viaggio (io ero ministro dei trasporti) o per ragioni valutarie, ed invece mi trovai di fronte ad un fatto che umanamente mi colpisce ancora. Egli mi disse che aveva voluto vedermi perché fra gli uomini che si erano opposti alla monarchia riteneva che io e la mia parte fossimo stati i più intransigenti ma anche i più leali. Disse che non serbava alcun rancore e che partiva con il rammarico di dover vivere lontano dalla sua patria. Debbo dire che mi fece l’impressione non soltanto di essere in buona fede, ma di provare un sincero dolore e un sincero rammarico. Con la risposta umana che gli diedi, ricordandogli quanta gente, senza colpa, era morta in esilio e che tutti nella nostra generazione, una generazione tragica, dovevamo sopportare i pesi di una situazione in cui le responsabilità personali sono sempre difficili da accettare, pensavo si ponesse fine, in forma pacata, alla situazione. Fu la mia sorpresa, la mia grande sorpresa, il proclama che apparve l’indomani a firma di Umberto. Si deve pur ricordare che cosa era scritto. Vi si proclamava che… : “In spregio alle leggi ed al potere indipendente della magistratura, il Governo ha compiuto un atto rivoluzionario…”

 Non si tratta di domandare ad Umberto, che viva all’estero o che ritorni in Italia, di diventare repubblicano. Se egli non avesse scelto l’esilio e se ciò non fosse stato reso obbligatorio proprio in seguito al suo contegno, al suo misconoscimento della legittimità… E questa è una cosa grave. Non sollevo questioni di imputazione né giuridica, né morale, ma mi richiamo semplicemente ad un elementare buon senso giuridico. Lasciatelo fare a me, non giurista…

Mellini Mauro. Questo significava allora questa norma!

Lombardi Riccardo.  Significava allora e significa oggi! Perché in Italia è consentito essere monarchici: il fatto che sia stata stabilita la forma repubblicana non significa certo che sia proibito alla gente di nutrire sentimenti monarchici. Lo stesso re, se fosse rimasto in Italia, avrebbe potuto continuare a contestare la Repubblica, ma dopo aver riconosciuto la legittimità della sua nascita! Prima si riconosca che la Repubblica è nata nella piena legittimità, poi la si contesti quanto si vuole, le si oppongano altre forme ritenute migliori, ci si butta contro di essa! Non si neghi, però, la legittimità della sua origine: è questo diniego della legittimità della sua origine che, a mio giudizio, non – forse – per ragioni giuridiche, ma certamente per ragioni morali e politiche, rende non proponibile l’abrogazione della XIII disposizione transitoria.

Tralascio i problemi posti dall’onorevole Mellini, che sono di qualche rilevanza (lo riconosco) e tali da non essere trascurati, ma qui siamo oggi di fronte a una proposta molto precisa, molto importante, già dibattuta dall’opinione pubblica, che ha pure, abusivamente, dato adito ad una immensa cortigianeria di cui l’Italia non sentiva proprio il bisogno, ad una riproposizione servizievole di uomini e donne, pubblicisti e non: sentiamo appellata alla radio l’ex regina (una onesta signora, peraltro) come “maestà”! Signori miei! La Repubblica è adulta, è forte: avevamo proprio bisogno che ad ogni morte, funerale, battesimo, nascita o matrimonio, re, ex re, servitori di re, cortigiani d’Europa di ogni sorta venissero a Roma ad infastidirci? È una questione anche di costume e di pulizia! Ma non è questo che mi induce ad esprimere un’opinione assolutamente contraria alla proposta di legge, bensì il problema del riconoscimento della legittimità della Repubblica. Si riconosca prima tale legittimità, poi si potrà discutere tutto.

Ciò non significa un suggerimento di do ut des, di compromesso: il riconoscimento della legittimità della Repubblica contro l’abolizione della XIII disposizione. No si tratta di una premessa che si deve verificare “gratuitamente”; solo dopo tale premessa potrà essere impostato un discorso su questi problemi. Ma prima che tale premessa sia realizzata un discorso di revisione costituzionale non è a mio giudizio proponibile.

Questo volevo dire, e con questo ho concluso una ingrata fatica. (Vivi, prolungati applausi dei deputati del gruppo del Psi, dell’estrema sinistra, dei deputati del gruppo Pdup e radicale e della sinistra indipendente – Molte congratulazioni)

 

* Intervento alla Camera dei deputati del 15 marzo 1983

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