Il crepuscolo del “dio Silvio”

 

-di ANTONIO MAGLIE-

La scelta romana di Silvio Berlusconi (l’abbandono di Guido Bertolaso a vantaggio di Alfio Marchini) è la certificazione di un crepuscolo politico ormai alle fasi finali. Più che di “parricidio” si può parlare di “suicidio istigato del padre”. Da un lato, Giorgia Meloni che sino a qualche anno fa ospitava nelle sue feste di piazza orgogliosamente l’ex cavaliere e ora da i suoi manifesti elettorali annuncia che “qui si rispettano le regole” dimenticando che un suo compagno di partito, Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma e capolista alle ultime europee nella circoscrizione meridionale per Fratelli d’Italia, è stato rinviato a giudizio proprio per non aver rispettato le regole in qualità di primo cittadino; dall’altro, il rampante Matteo Salvini che dopo essere cresciuto all’ombra di Berlusconi e della coalizione che ha consentito alla Lega di diventare qualcosa di più di un semplice per quanto combattivo partito “territoriale”, lancia ultimatum e si smarca dando l’impressione di considerare il vecchio leader un ospite sopportato, sostanzialmente sgradito. In fondo il palcoscenico è quello giusto: Roma, città che nella sua storia ha assistito a rese dei conti anche più clamorose e dolorose. Forse pure un po’ più dignitose.

E’ la fine non imprevista del “berlusconismo”, di una destra che era la somma ambigua di pulsioni e ideologie differenti, in larga misura inconciliabili. Da un lato, il “federalismo” in salsa leghista, dall’altro il centralismo degli eredi del Msi; da un lato, i messaggi xenofobi della “pancia nordista”, dall’altro le cautele e gli ammiccamenti del vecchio “ceto politico” democristiano sopravvissuto con un nuovo nome e un nuovo simbolo al ciclone di Tangentopoli, grazie all’opera di traghettamento di giovani ma già scafati “delfini” (Pierferdinando Casini lo era di Arnaldo Forlani, ex segretario della Dc, soprannominato da Gianfranco Piazzesi il “coniglio mannaro”). A far da collante provvedeva il “partito-azienda” di Berlusconi che con la sua narrazione ha fatto credere all’Italia che una “gestione manageriale”, se non proprio padronale della politica (“ghe pensi mi”) avrebbe rispolverato i fasti dell’ormai lontanissimo “boom economico”. Una destra raccogliticcia, senza un’anima unitaria, priva di una robusta sostanza ideale da cui far derivare un patrimonio di valori; il riferimento retorico al liberalismo che, in realtà, aveva solo le forme del più disinvolto liberismo. Una destra come somma, mai come sintesi.

Tutto questo ha retto sino a quando la “potenza” (anche economica) di Berlusconi non è stata in discussione. Poi il vento è cambiato: per via delle inchieste giudiziarie sicuramente, ma anche per le difficoltà di un impero mediatico che nel mercato globale si è scoperto troppo piccolo al confronto di colossi come Murdoch. Non è un caso che tanto la Meloni quanto Salvini accusino l’ex Cavaliere di aver puntato prima su Bertolaso e poi su Marchini per fare un piacere a Renzi che potrebbe sempre adottare qualche provvedimento per metterlo in difficoltà sul fronte del suo core business, le televisioni.

Al di là della fondatezza dell’accusa, è evidente che soprattutto Salvini ha deciso di lanciare un’Opa non propriamente amichevole sulla vecchia coalizione e la “forzatura” sulla candidatura di Giorgia Meloni dopo aver organizzato una consultazione popolare che aveva dato altri risultati, di questo disegno è elemento essenziale. Per accreditarsi come leader incontestabile aveva bisogno di “piegare” l’ex cavaliere in “campo neutro”, lontano dai tradizionali territori della Lega. Non voleva un “alleato”, voleva un “suddito”. Non cercava un “padre nobile”, cercava uno “scalpo politico”. L’irritazione è figlia della delusione perché il ripiegamento di Berlusconi su Marchini impedisce a Salvini di poter ricostruire sotto le sue insegne la vecchia coalizione seppur mutata nelle ragioni, anzi, nelle più intime (ed estremizzate) pulsioni. Ed è evidente che, al di là dell’esito delle elezioni romane, una coalizione monca come quella che si è aggregata sotto le insegne della Meloni può dar vita a una forte opposizione ma non una maggioranza. E Salvini che assiste ai trionfi di Hofer in Austria e di Marine Le Pen in Francia non può e non vuole essere solo un robusto comprimario sulla scena della politica italiana: questo ruolo è già suo perciò non può fare altro che puntare al salto di qualità, diventare protagonista.

A suo modo in questo abbondante ventennio Berlusconi è stato un punto di equilibrio. Ma è anche evidente che la sua idea di organizzazione della politica non poteva portare che a questa conclusione. L’Italia attende da sempre la nascita di una “destra costituzionale”, sul modello di quella inglese o francese: dovrà attendere ancora, presumibilmente a lungo. Perché dall’implosione del vecchio Polo delle Libertà viene fuori da un lato una destra stranita, incerta sul suo presente e, soprattutto, sul suo futuro, profondamente disorientata, sull’orlo di una nuova scissione, in crisi identitaria; dall’altro una destra “ultrà” che insegue nella sua azione più che le forme costituzionali, quelle nazionaliste alla Hofer e alla Le Pen: l’arroccamento su una idea di identità che è soprattutto rifiuto non solo di chi è diverso ma anche di chi la pensa diversamente; la ricostruzione delle piccole patrie; i richiami d’ordine; il riferimento a valori religiosi che, in realtà, sono solo principi clericali, gli stessi che vengono criticati da Papa Francesco (non a caso, uno dei “bersagli” preferiti di Salvini, evidentemente in sintonia con i settori più retrivi della Chiesa romana); se non siamo alla riedizione di Dio, Patria e Famiglia, poco ci manca. In sostanza, nel suo viaggio verso il futuro, la destra italiana sembra essere ripiombata nel suo passato.

 

 

antoniomaglie

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