Grillo: “Stampa omicida”

-di Antonio Tedesco-

Siamo abituati alle uscite shock di Beppe Grillo ma forse questa volta ha superato ogni limite. Non che gli capiti di rado ma il motivo della sua imprudente intemerata è quanto mai serio. E per affrontarlo in maniera costruttivamente critica occorre una raffinatezza culturale che al comico genovese manca. Della morte ne hanno parlato filosofi come Epicuro (“Stolto è chi dice di temere la morte non perché quando c’è sia dolorosa ma perché addolora l’attenderla”) o poeti come Cesare Pavese (Verrà la morte e avrà i tuoi occhi/ questa morte che ci accompagna/ dal mattino alla sera, insonne/ sorda, come un vecchio rimorso”, rimava ispirato dalla delusione amorosa infertagli dall’attrice americana Constance Dowling).
La scomparsa dell’amico co-fondatore del movimento, Gianroberto Casaleggio, ha sconvolto Grillo tanto da indurlo ad affermare che la morte dell’amico è stata causata dai giornalisti. E il comico, nel ricordare il compagno d’avventura politica, traccia il profilo di un uomo che ha sofferto le critiche della stampa: “E’ morto per quegli articoli”. Con la morte non si scherza né la si può utilizzare per mettere sotto accusa una libertà, quella di stampa, riconosciuta da tutte le democrazie e anche dalla nostra Costituzione (articolo 21) ma notoriamente poco gradita al comico lanciato in Tv da Pippo Baudo, sulla rete Rai paleodemocristiana.
L’attacco ai giornalisti (peraltro a volte non infondato) è uno sport che è sempre piaciuto a Grillo e purtroppo oggi è un esercizio ginnico che intriga molti. Va detto che a loro volta gli operatori dell’informazione con il sensazionalismo e il pressappochismo forniscono armi di indubbia efficacia a chi della stampa (cane da guardia del potere, secondo gli americani) preferirebbe farne a meno o declassarla, come sostiene Marco Travaglio, a semplice “cane da compagnia”.
La categoria annovera nelle sue file un numero rilevante di “professionisti” che hanno fatto di tutto per screditarla ma non mancano le persone corrette, coraggiose, sane, competenti. Però l’accusa di omicidio a mezzo stampa prefigura una fattispecie del diritto e una categoria morale che va oltre ogni umana comprensione o logica fondatezza. E’ vero che la parola ne uccide più della spada ma sempre di metafora si tratta e non di realtà. Casaleggio è stato ucciso da un killer molto più spietato e inarrestabile della parola: è stato ucciso da una malattia e se si dimentica questo alla fine si mostra di aver poco rispetto anche per la persona che si vuol santificare e che, evidentemente, ha sofferto, a livello fisico, molto più di quanto non possa aver sofferto per qualche articolo fuori registro. Se poi tutto questo, urlato nel pieno di uno spettacolo, confondendo il profano di un palcoscenico, con il sacro di un monumento funebre, serve a creare il “Mito”, il “Martire”, allora si rischia di cadere in un campo che va ben oltre l’esagerazione oratoria sconfinando in quello della strumentalizzazione politica.
Se poi dobbiamo ritenere la diffamazione un’arma letale al pari di un fucile o di una pistola, allora in tanti ne avrebbe già seppelliti il comico genovese che con le sue “grillonate” ha messo alla berlina centinaia di politici, a partire Mattarella definito un ologramma di un ologramma, o Vendola, attaccato spesso con cinguettii omofobi. La risposta degli oracoli del “grillismo” in questi casi è semplice: lui è un comico, quindi può dire tutto. Peccato, però, che in quella veste faccia il politico, contribuendo a una sovrapposizione e confusione di ruoli che certo non agevola un salto di qualità nel nostro pubblico costume. Nelle sue performance teatrali non si capisce bene dove finisca lo spettacolo e dove cominci il comizio. E anche in questo caso, nella rievocazione dell’amico scomparso, non si è certo fatto problema a confondere i piani. In fondo, siamo nel campo di quel conflitto di interessi che lui rinfaccia agli altri ma che in pochi hanno rinfacciato a lui (e anche a Casaleggio).
L’involgarimento del linguaggio politico in Italia è un problema serio, che lo vede indiscutibile protagonista, in perenne conflitto interiore fra lo showman e il politico, leader di un grande movimento ma anche comico disorientato.

antoniotedesco

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