Occupazione, cambia il vento?

-di Sandro Roazzi-

Cambia il vento sull’occupazione? Domanda legittima dopo che a febbraio si registra un brusco calo dello 0,4% degli occupati che equivale a -97 mila posti di lavoro. Si ribalta, con gli interessi, il dato di gennaio che era invece positivo con un aumento di 73 mila posti di lavoro. Si conferma la impressione che il valore degli sgravi contributivi era ed è maggiore delle nuove regole del jobs act. Il taglio di questi incentivi ha provocato quasi automaticamente una riduzione delle assunzioni a tempo indeterminato.

Un segnale da valutare inoltre è che il calo si concentra nel segmento cruciale del mercato del lavoro, quello dei 25-49enni. Cresce anche il numero dei disoccupati sia pure in modo lieve, degli inattivi, coloro che restano ai margini, aumenta pure il tasso di inattività. Ma almeno a febbraio il tasso di disoccupazione giovanile è in calo dello 0,1% rispetto a gennaio. Anche se una rilevazione che va dai 15enni ai 24enni lascia perplessi, non fosse altro per l’allungamento dei percorsi scolastici. Sono finiti da un pezzo i tempi in cui molti ragazzi cominciavano a lavorare anche prima dei 15 anni. In questo caso più che sapere chi lavora e chi no, sarebbe importante capire come è trattato il lavoro giovanile.

Salgono invece le percentuali degli occupati di due particolari categorie di lavoratori: quelli indipendenti, le cui attività sono considerate una sorta di rifugio in tempi difficili e segnalano sempre più la presenza di immigrati; i dipendenti compresi fra i 50 ed i 64 anni, ma in questo caso si sconta inevitabilmente un irrigidimento della forza lavoro e richiama l’esigenza di misure flessibili per l’uscita dal lavoro, in modo da liberare spazi per i giovani.

Ma si trascura un altro aspetto lasciato in eredità dalla recessione: la faticosa risalita dell’occupazione nel settore più colpito quale è stata l’edilizia. Soprattutto su questo versante appare decisiva la ripresa di investimenti pubblici e privati. Il Ministro Giuliano Poletti richiama l’attenzione sulle incertezze che permangono nella vita economica. Vero, ma l’andamento ondivago è poco tranquillizzante: basta guardare alle molte vertenze aperte che riguardano crisi aziendali e ristrutturazioni. Se poi il destino del lavoro è appeso solo ad incentivi calanti (senza i quali avremmo avuto comunque drammi sociali più gravi), il futuro rischia di essere ancora in salita.

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