Quarto: caso grave ma non serio

quartodi Antonio Maglie

Seguendo il dibattito politico che si è scatenato su Quarto (piccolo comune campano con grandi problemi) ritorna immediatamente alla mente un vecchio aforisma di Ennio Flaiano: la situazione è grave ma non seria. Perché, in effetti, le questioni poste da quella vicenda rappresentano un pezzo non secondario dei problemi italiani: la pervasività dei clan mafiosi e camorristici, la loro capacità di inserirsi nei riti della democrazia rappresentativa per piegarli alle proprie esigenze e per ottenere un lauto tornaconto, la Questione Meridionale che nessuno sembra più intenzionato ad affrontare come sottolineato dalla Svimez e da Saviano, la criminalità diffusa che cresce laddove il disagio socio-economico e l’esclusione diventano quotidianamente regola, l’esigenza dello Stato di ripristinare la propria autorità in zone del Paese da cui è stato letteralmente (e storicamente) sfrattato da altri sistemi organizzati (malavitosamente). Eppure di fronte a un caso come quello di Quarto, la risposta dei partiti (o di ciò che di essi rimane) è stata abissalmente sconfortante.
Da un lato il Pd che si è affrettato a sottolineare attraverso il “bino” (presidente del consiglio e del partito) Matteo Renzi, che a questo punto il Movimento 5 stelle non ha più alcun titolo per rivendicare il monopolio dell’etica. Dall’altro, Beppe Grillo che ha risposto agli avversari facendo ricorso a una sorta di contabilità giudiziaria. Nel mezzo, la signora Rosa Capuozzo che a vederla in certe immagini televisive dà sempre più l’impressione di essere come un asino in mezzo ai suoni. Il sindaco (per cortesia, smettetela con la qualifica di “sindaca”, almeno il Devoto-Oli che considera il sostantivo di genere maschile, rispettiamolo, la cosa non configura una violazione delle pari opportunità) fa quasi tenerezza. Ma è anche l’emblema di una politica che, polemiche di bottega a parte, ha da tempo abdicato ai suoi doveri e ai suoi compiti. Perché al di là delle responsabilità che potrebbero in futuro esserle attribuite (e al momento, a onor del vero, non sembrano essercene), la vera colpa della Signora è semplicemente quella di essere inadeguata: già stordita quando il “caso” viaggiava sottotraccia (significative alcune intercettazioni in cui invoca l’evangelica venuta di un enfant prodige del partito), oggi, con la vicenda che attraversa verticalmente il Paese, da Aosta a Canicattì, risulta ancora più intontita, vittima di una notorietà che non ha cercato e probabilmente non voleva nemmeno, prigioniera di una vicenda che richiede soluzioni al di fuori delle sue umane possibilità.
In un libro recentemente dato alle stampe, un osservatore acuto come il professor Gianfranco Pasquino ha sottolineato come la rigidità della nostra Costituzione venga in realtà sottolineata dalla debolezza dei partiti. Non è un mistero per nessuno il fatto che nel reclutamento della classe politica da tempo qualcosa si sia inceppato. Stretti tra Berlusconi che fa i casting come se dovesse mandare in onda in Parlamento un programma televisivo (in realtà, il suo metodo per molti ha prodotto gli effetti di una vittoria alla “ruota della fortuna”), i pentastellati che si affidano a “sua virtualità” il Web o a improvvisate “graticole” e i democratici che organizzano “primarie” più taroccate di un buon tarocco di Sicilia, il Paese ha assistito alla trasformazione di personaggi improbabili in rappresentanti della “sovranità popolare”. L’idea, poi, che la soluzione di tutti i nostri guai si potesse trovare nella promozione al rango di politici dei “campioni” della società civile, si è dimostrata un’illusione a volte autolesionistica (diciamolo con franchezza: la maggioranza dei romani si chiede ancora perché mai Ignazio Marino abbia abbandonato le sale operatorie per i saloni del Campidoglio). E’ evidente, allora, che la soluzione del problema non è nell’invocare da un lato il vecchio e banale concetto del “mal comune mezzo gaudio” e dall’altro nella stesura di improvvisate hit parade del malaffare in versione partitica. Le forze politiche che pretendono di cambiare la Costituzione, dovrebbero sforzarsi di cambiare prima di tutto sé stesse per tornare a essere coerenti con l’articolo 49: “Tutti i cittadini hanno diritto si associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. La selezione adeguata del “personale politico” di questi concetti è quasi un tacito corollario. Si tratta di un lavoro che comporta un certo grado di introspezione per conoscersi meglio, abbandonando il terreno della propaganda per invadere quello decisamente più insidioso dell’articolazione del pensiero. Nosce te ipsum, avrebbe urlato Mike Bongiorno alla Ruota della Fortuna.

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