Il mito dell’articolo 18

 Sull’art.18 – ormai noto urbi et orbi, senza ulteriori precisazioni- si discute da almeno 50 anni: il tema fu posto dai socialisti fin dal primo governo Moro. Ci sono stati due referendum, tonnellate di carta stampata, miliardi di parole.

Cos’ha di così importante? Esso proclama un principio di civiltà, come dice la Camusso, cioè che il “padrone” e il dipendente sono due soggetti pari, uguali nel rapporto di lavoro, e stabilisce che, nelle imprese con più di 15 dipendenti, il lavoratore licenziato arbitrariamente può far ricorso al giudice.

Il primo aspetto è di straordinaria importanza etico-civile; il secondo, nella realtà delle aule giudiziarie ne ha molto meno, perchè i procedimenti durano anni e anni e le situazioni reali e personali cambiano.

Si sostiene – Bombassei- che quell’articolo frena gli investimenti stranieri in Italia. E’ ridicolo! Ci sono ben altri ostacoli! Teniamo conto che tante aziende hanno uffici legali: una causa in più non costa niente.

La Marcegaglia ha perso il suo self control e ha detto che dell’art.18 si fanno scudo soggetti violenti, turbolenti e lavativi. Ma l’argomento è improprio: l’art.18 non vieta i licenziamenti di tali soggetti.

Il tema dell’art.18 ne evoca uno più ampio e importante che è ostico ai sindacati, specie alla CISL.

E’ da quel primo governo Nenni-Moro che si è cercato di risolvere il problema della democrazia nella fabbrica con la isitituzione di organismi rappresentativi del persanale dipendente (“Riconoscimento delle commissioni interne”). Eletti su liste della base (e non dei sindacati), rappresentanti dei lavoratori e dei datori di lavoro discutono e risolvono problemi inerenti al funzionamento della fabbrica, alle relazioni tra le categorie e all’applicazione del contratto nazionale (in caso di contrasti non componibili può essere previsto l’arbitro). Tale organo deve avere anche competenze disciplinari e chi turba il regolare funzionamento dello stabilimento viene licenziato.

Questo metodo che esalta la democrazia nella fabbrica, esclude interventi esterni come quelli del giudice e consente di risolvere rapidamente i problemi.

Esso si iscriverebbe nella lunga, anche se non sempre gloriosa, tradizione delle lotte per la democrazia e l’autonomia nella fabbrica, dai consigli di gramsciana memoria.

Probabilmente la questione non è maturata nel mondo sindacale geloso di un rapporto diretto con le maestranze e timoroso che i nuovi organismi possano metterlo in ombra. Ma non è con una sigla che l’operaio della CGIL o della CISL o della UIL diventa rappresentativo e dirigente delle istanze operaie, ma con l’impegno militante e non burocratico.

Cesserebbe questa stucchevole polemica sull’art.18 e la democrazia si consoliderebbe nelle fabbriche.

 Giuseppe Tamburrano

fondazione nenni

Via Alberto Caroncini 19, Roma www.fondazionenenni.it

2 thoughts on “Il mito dell’articolo 18

  1. Soluzione impeccabile, ma di improbabile adozione in un paese che vede vincere quasi sempre la convergenza tra i conservatori di tutte le colorazioni…

  2. Un argomento degli abolizionisti dell’art.18 (tra essi vi è anche Bombassei probabile prossimo presidente di Confindustria) è che esso scoraggia le imprese straniere che vorrebbero venire in Italia.
    Una balla! Il Corriere della Sera del 7 marzo in un ampio servizio analizza le cause vere della riluttanza degli investitori esteri: sono i tempi biblici delle varie burocrazie: “258 giorni, in media, il tempo necessario per avere un permesso di costruzione in Italia”. Il dato è tratto dall’ultimo rapporto “Doing business”. Perciò l’Italia gode del non invidiabile primato di essere all’ottantesimo posto nella lista su 183.
    E’ tanto difficile essere obbiettivi e leali nelle discussioni di interesse pubblico?

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