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Proudhon: un anarchico che prospetta un socialismo nella libertà


 Proudhon è stato reso celebre nel 1840 dalla sua affermazione secondo cui «la proprietà è un furto». Lo stesso autore tuttavia, solo sei anni più tardi, non ha esitato a scrivere che «la proprietà è la libertà». Le due asserzioni, apparentemente divergenti, vanno relazionate con il complesso della produzione proudhoniana per comprendere come il loro contrasto non sia poi così insolubile. Il filosofo francese, non a caso, nel 1858 ha affermato:«Ciò che cercavo sin dal 1840, definendo la proprietà, […] non è una sua distruzione […]: sarebbe stato come cascare […] nel comunismo, contro il quale io protesto con tutte le mie forze; ciò che io chiedo per la proprietà è […] che se ne faccia la BILANCIA». L’obiettivo fondamentale per Proudhon, rifuggendo da unicismi e manicheismi, non consiste dunque nell’abolire la proprietà, bensì nel creare un modello economico grazie al quale siano cancellati o ridotti al minimo quei suoi tratti che la rendono un furto, mentre vengano esaltate quelle caratteristiche che ne fanno uno strumento capace di garantire le libertà individuali.

Qui prenderemo in esame prevalentemente questo secondo aspetto della questione. Prima, però, è bene fare alcune precisazioni sulla critica di Proudhon alla proprietà. Occorre sottolineare, infatti, che l’autore non rifiuta l’utilizzo da parte di una persona di un determinato bene, né il poter disporre liberamente dei frutti del proprio lavoro: questi vengono considerati come diritti inviolabili. Ritiene invece un furto la proprietà derivata dall’espropriazione, da parte del capitalista, del plusvalore, ossia del surplus degenerato dalla forza collettiva dei lavoratori.

Proudhon si rende conto del fatto che la proprietà può svolgere un’importantissima funzione positiva e, dopo avervi accennato in diversi scritti, la analizza più compiutamente ne La Teoria della Proprietà, o Quarta Memoria, data alle stampe nel 1866, un anno dopo la sua morte. L’autore, in contrapposizione con le formulazioni marxiste, nell’arco di tutta la sua produzione ha evidenziato lucidamente che la principale fonte dello sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo, nonché il più grande pericolo per la libertà individuale, non è da rintracciarsi nell’“espropriazione capitalista”, bensì nel potere politico. I suoi maggiori sforzi teorici nel corso degli anni, pertanto, sono stati dedicati al tentativo di elaborare un modello di organizzazione, o meglio di auto-organizzazione, in cui la struttura gerarchico-autoritaria dello Stato venisse meno, permettendo il libero esplicarsi del dinamismo e della vitalità della società civile. È in questo solco che si inserisce la riflessione sviluppata nella Quarta Memoria: Proudhon qui infatti afferma che il diritto di proprietà, sebbene possa produrre abusi, si presenta come un potente strumento di cui il singolo può servirsi per difendere i suoi spazi di libertà nei confronti dell’autorità statale. In merito scrive: «Lo Stato costituito nella forma più razionale e più liberale e animato dalle intenzioni più giuste è anch’esso una grande potenza capace di schiacciare tutto attorno a sé, ove non gli si ponga un contrappeso. E quale può essere questo contrappeso? […] Non v’è che la proprietà». Questo perché, affinché l’individuo possa godere di spazi di autonomia effettiva all’interno dello Stato, «non basta che sia libero nella sua persona, ma bisogna che la sua personalità si fondi, come quella dello Stato, su una porzione di materia che possiede in piena sovranità». Questo ruolo è svolto dalla proprietà, la cui funzione consiste dunque nel «bilanciare lo Stato e in questo modo assicurare la libertà individuale».

La proprietà, quindi, come un contropotere che permette di creare delle sacche di resistenza che si contrappongono all’autorità governativa. Ê facile trovare un’analogia con l’espressione di Hayek secondo cui «chi possiede tutti i mezzi stabilisce tutti i fini». È stato, del resto, proprio grazie all’esistenza della proprietà privata che in occidente si sono venute a creare quelle serie di fortezze e casematte di gramsciana memoria che a poco a poco hanno scardinato i sistemi assolutistici. Quando Proudhon scrive che «dove manca la proprietà, o si trova al suo posto il possesso di tipo slavo, o il feudo, c’è dispotismo nel governo e squilibrio in tutto il sistema», anticipa quegli studi -di Wittfogel e Mumford per esempio- che hanno messo in luce come assenza di proprietà e assenza di libertà personali siano strettamente correlate. Secondo l’autore, dunque, la proprietà si presenta come «la più grande forza rivoluzionaria che esista e che possa opporsi allo Stato» perché, mentre questo tende per sua propria natura all’accentramento, la proprietà «è una forza decentrante, […] antidispotica».

Considerare la proprietà una potente forza rivoluzionaria può apparire paradossale, perché storicamente il potere pubblico è sempre stato considerato il più fedele guardiano della proprietà privata e degli interessi economici capitalistici da questa derivati. Proudhon non ha mancato di fare un’importante precisazione in merito: «La proprietà per la sua propria natura si dimostra così terribile al potere pubblico che questo si sforza di scongiurare il pericolo premunendosi contro di esso». Come? In primo luogo tentando di abolirla e, quando ciò non è possibile, concentrandola nelle mani di pochi e facendo in modo che queste minoranze privilegiate siano strettamente legate al potere politico stesso: ecco come si viene a creare la saldatura tra capitale e Stato. La proprietà invece, per svolgere la sua funzione di contropotere, deve essere il più possibile generalizzata, e dotata di garanzie che la rendano al contempo «più uguale e più salda»: devono, cioè, essere cancellate quelle sue forme che la rendono un «privilegio di oziosi», in modo tale che i lavoratori, sottratti all’espropriazione, possano finalmente trasformarsi in proprietari reali della loro attività, di ciò che producono e, in generale, della loro esistenza. Considerato in quest’ottica il socialismo proudhoniano, basandosi su un’eguaglianza che non nega ma anzi esalta la libertà, si distanzia nettamente dai modelli di stampo comunista e si presenta, per dirla con Berti, come la «continuazione logica del regime liberal-borghese svuotato delle sue prerogative di classe».

Si può notare che Carlo Rosselli, in Socialismo liberale, sembra abbracciare questa visione quando scrive: «Il socialismo non è che lo sviluppo logico, […] del principio di libertà. La libertà non accompagnata e sorretta da un minimo di autonomia economica […] è un mero fantasma. L’individuo in tal caso è schiavo della sua miseria […]. È per assicurare un’effettiva libertà a tutti gli uomini, e non solo a una minoranza privilegiata, che i socialisti chiedono la fine dei privilegi borghesi e la effettiva estensione all’universale delle libertà borghesi». Con la Teoria della Proprietà, dunque, Proudhon non solo completa l’esposizione del suo pensiero economico, ma fonda anche la tradizione del socialismo liberale. All’interno del movimento anarchico successivamente seguiranno questa strada in pochi, tra cui Berneri. Quest’ultimo avrebbe probabilmente ricevuto l’approvazione del filosofo francese quando nel 1935 scrisse: «L’antitesi […] inevitabile sarà: comunismo dispotico centralizzatore o socialismo federalista liberale».

Emanuele Treglia

Informazioni su fondazione nenni ()
Via Alberto Caroncini 19, Roma www.fondazionenenni.it

3 Commenti su Proudhon: un anarchico che prospetta un socialismo nella libertà

  1. vorrei aggiungere qualche elemento a quest’ottima analisi del pensiero di Proudhon.

    Proudhon, è vero, paventa che il potere statale possa rivelarsi ancor più arbitrario e autoritario di quello capitalista, laddove al pluralismo del mercato si sostituisca l’economia di piano e l’accentramento statalista: ciò gli permise, con largo anticipo, di tracciare un puntuale profilo di quella che sarebbe stata l’Unione Sovietica.
    Tuttavia questa critica riguarda gli aspetti relativi alla concentrazione del potere e a ciò che ne consegue in termini di libertà-autorità; per quanto riguarda la “fonte principale” dello sfruttamento, invece, essa non deriva né dalla proprietà né dallo stato in quanto tali, ma dalla divisione del lavoro e dalla sua gerarchia che si riflettono sui rapporti sociali in termini di eguaglianza-diseguaglianza.

    credo sia una precisazione importante, perché se sul piano politico Proudhon ha promosso il principio dell’autogoverno, identificandolo con l’assetto federale dello stato, sul piano economico ha promosso quello dell’autogestione, identificandola con il mutualismo cooperativo nel quadro di un’economia di mercato.
    insomma, la proprietà dei mezzi di produzione e la separazione di quest’ultimi dalle classi lavoratrici rimane il fulcro del socialismo di Proudhon. In questo senso, i Marx e Proudhon sociologi quasi coincidono come emerge anche dall’analisi di Berti; sono i Marx e Proudhon filosofi, invece, a divergere radicalmente, giungendo a due conclusioni diametralmente opposte circa la soluzione del problema.

    dunque, la “generalizzazione della proprietà” che vorrebbe Proudhon non è un semplice riequilibrio dell’economia che includa chi è rimasto escluso, ma un cambiamento strutturale della società, seppur da realizzarsi gradualmente e pacificamente percorrendo la via riformista.
    perciò, secondo me, più che una “continuazione logica del regime liberal-borghese”, il socialismo di Proudhon, dispiegato nella sua piena potenza, è il “superamento storico dell’ordine borghese” verso qualcosa di altro, come pure aveva affermato Pellicani nel celebre vangelo socialista del ’78.

    grazie all’autore per lo spunto.

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  2. SPERO CHE QUALCHE AMICO O QUALCHE CURIOSO O COMPAGNO ABBIA LA VOLONTA’ DI ANDARE OLTRE LE SOLITE DIATRIBE IMPRODUTTIVE.

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  3. Massimo Ponchia // 21 agosto 2017 alle 10:25 // Rispondi

    Credo si parta da un presupposto sbagliato quando si parla di necessità della proprietà al fine di controbilanciare il potere dello stato: il presupposto sbagliato è che si da per scontato che lo stato DEBBA ESISTERE. Le forme di convivenza umana più equilibrate infatti si sono avute fino a pochi secoli fa in assenza sia dello stato che della proprietà (pubblica o privata) dove al fine di soddisfare i bisogni vitali delle persone appartenenti a un determinato gruppo sociale ci si basava SUL RISPETTOSO E LIBERO USO DELLE RISORSE che venivano trasformate dal singolo individuo o da gruppi cooperanti di individui in beni e servizi per se stessi e per gli altri membri della comunità. ECCO DOVE STA L’EQUILIBRIO: non tanto in una forma di proprietà diffusa che controbilancia il potere dello stato ma in una proprietà eliminata senza che ci sia bisogno di uno stato per regolamentarla.

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