Antifascismo e fascismo economico

– di EDOARDO CRISAFULLI –

 

Ci sono gruppuscoli di fascisti scalmanati in Italia? Sì, certo. Il recente assalto alla sede romana della CGIL è un atto squadristico? Assolutamente sì. L’organizzazione neofascista Forza Nuova va sciolta per legge? Sì, assolutamente. Vanno arrestati e processati i facinorosi violenti? Certo che sì, ci mancherebbe altro.

C’è un pericolo di insorgenza fascista concreto, in Italia? Questo no, assolutamente no. Chi non la pensa come me – e non sono poche persone, tutte a sinistra – dovrebbe spiegarmi perché settantacinque anni di educazione democratica (tanti ne intercorrono fra il 1946 e il 2021) non sono serviti a nulla. La nuova Italia nata dalla Resistenza non avrebbe plasmato il cittadino della polis democratica, come auspicavano i nostri padri costituenti. Un bel grattacapo per la sinistra democratica, questo. Se l’Italia corre il rischio di sprofondare nuovamente nel baratro fascista, se ne deduce che la sinistra storica – PCI, PSI, PSDI in primis – ha fallito miseramente, non essendo riuscita ad espellere le tossine fasciste dall’organismo nazionale. Eppure milioni di italiani erano iscritti ai (e militavano nei) partiti dell’arco costituzionale, nonché ai sindacati confederali. Gli è scivolato tutto addosso, non hanno imparato niente di niente? Socialdemocratici, socialisti e comunisti hanno governato per decenni grandi città, regioni, e talora hanno governato il Paese intero. E, all’interno dei loro partiti, i funzionari hanno promosso l’alfabetizzazione democratica e civile degli italiani. Lo stesso dicasi per democristiani, repubblicani, liberali. Presidenti della Repubblica di estrazione socialista: Giuseppe Saragat e Sandro Pertini; Giorgio Napolitano, un comunista. E gli altri non erano tutti poi così conservatori. Luigi Einaudi: un liberale molto sensibile alle questioni sociali. Carlo Azeglio Ciampi proveniva dalle fila del partito d’azione (area del liberalismo sociale).  Pur mutando le sigle dei partiti, a seguito del crollo del comunismo, la sinistra è rimasta il baricentro del sistema politico: forma o condiziona i governi nazionali, ha un peso decisivo in Parlamento, amministra comuni e regioni importanti.  Come mai, allora, il pericolo fascista è sempre in agguato?

La sinistra sedicente antifascista non può ammettere la propria sconfitta epocale: verrebbe meno la sua ragion d’essere: quella d’essere l’unico baluardo contro la restaurazione dell’Ordine Nero. Come conciliare la propria funzione salvifica con la perenne minaccia fascista? La logica gioca un ruolo importante nelle narrazioni. Delle due l’una: o il fascismo è radicato nel DNA degli italiani, è cioè una bieca mutazione genetica assente nel carattere limpido e democratico degli inglesi, dei francesi ecc. (questa è la tesi degli azionisti e, per limitarci a un esempio, di Michela Murgia, autrice del divertente ma folle identikit del fascista perfetto); oppure il fascismo è una forza così soverchiante da essere imbattibile,  è una sorta di Idra dalle mille teste che prima o poi si risveglia dal letargo per azzannare e distruggere (è la tesi, questa, dei marxisti spuri 2.0, i quali hanno letto Marx e Lenin a pezzi e bocconi, sui vari Bignami: la proprietà privata e il libero mercato, per costoro, sono la radice del male assoluto). In entrambi i casi: il fascismo è perenne e subdolo; Ur-fascismo, per dirla con Eco. La democrazia italiana di per sé è impotente, vacilla come una canna al vento: il nostro patrimonio genetico è immodificabile, e nessun Ercole antifascista è in grado di uccidere il mostro nero. La democrazia, insomma, si auto configura come una cittadella perennemente in stato di assedio. Ecco la necessità di sentinelle in servizio permanente ed effettivo: i partiti antifascisti, i veri pretoriani dell’Ordine Democratico. La sinistra dura e pura dà alla patria democratica un manipolo di gagliardi guardiani della Costituzione. Una immane responsabilità ricade sulle spalle dei leader della sinistra, titolari in esclusiva di un diritto-dovere: quello di ergersi a inquisitori, dispensando patenti di democraticità a destra e a manca.

Vi ho snocciolato, in soldoni, la narrativa che gran parte della sinistra italiana ha predicato per settant’anni. Una narrativa, bisogna dirlo, che fino agli anni Settanta del Novecento collimava (in parte) con la realtà: la democrazia italiana era ancora gracile: gli ex fascisti in carne e ossa circolavano ancora, si erano infiltrati nell’esercito e negli apparati dello Stato, la strategia della tensione (lo stragismo nero in combutta con i servizi segreti deviati) sembrava concepita per favorire un colpo di Stato,  l’eversione brigatista, che culmina nel rapimento e nell’uccisione di Aldo Moro, pareva eterodiretta da forze oscure. Obiettivo comune: colpire al cuore lo Stato democratico, incoraggiare svolte autoritarie. Tira una gran brutta aria, il quadro è fosco anche a livello internazionale: non a caso anche Nenni parlò del cupo tintinnar di sciabole, erano gli anni in cui il socialista Allende veniva ucciso dai golpisti del criminale Pinochet, in Grecia spadroneggiavano i colonelli.

Un organismo sano ha anticorpi, e reagisce ai virus. Energica, e vittoriosa, la reazione della società civile, dei partiti democratici, dei sindacati confederali. Il terrorismo rosso e nero viene sconfitto sia da un punto di vista politico che militare. L’estremismo che ribolliva negli anni della Contestazione è ridotto al lumicino. Il governo di Bettino Craxi, primo Presidente del Consiglio socialista, inizia una vigorosa restaurazione dello Stato democratico, leso dagli anni di piombo e dagli opposti fanatismi – così ci ha insegnato Luciano Cafagna. E qui salta agli occhi l’ipocrisia della sinistra radical chic: le monetine lanciate a Craxi (da comunisti e neofascisti) erano o no un atto oggettivamente eversivo? Assolutamente sì. L’uso politico della giustizia per delegittimare chi ha vinto le elezioni è un atto eversivo? Sì, ed è ancor più grave del recente (e vergognoso) attacco alla sede della CGIL: il giustizialismo da quattro soldi che imperversa da troppo tempo ha delegittimato i partiti storici, ovvero le forze sane che hanno costruito la democrazia italiana, ha sbeffeggiato le migliori culture politiche, ha decapitato una classe politica di prim’ordine, colta e preparata, ha eroso il primato della politica democratica, ha posto sotto assedio il parlamento eletto dal popolo, ha sconvolto l’equilibrio dei poteri costituzionali.

Il golpe mediatico-giudiziario dei primi anni Novanta del Novecento, aizzato da chi sventolava cappi in Parlamento e fomentava processi in piazza, indusse un gentiluomo come il socialista Sergio Moroni al suicidio. Non fu questo un atto eversivo, in perfetta linea con la mentalità fascista? Sì che lo fu. Una parte della sinistra, il partito dei giudici, in quel momento rinunciò alla propria primogenitura politica e morale. Riaffiorava, prepotente, un gene malato non meno aggressivo di quello fascista: il giacobinismo, il leninismo, ovvero il desiderio irrefrenabile di far piazza pulita, di umiliare e liquidare i propri avversari. A distanza di trent’anni da quei fatti, gli eredi della questione morale, saldatisi in un fronte comune con i grillini schiumanti rabbia, hanno rinverdito la tradizione dei linciaggi virtuali, che assomigliano tanto alla realtà aumentata: sono dolorosi quasi come quelli reali, fisici. Li inquadra bene la definizione inglese: conducono, quei linciaggi, alla character assassination di chi è alla gogna. Non sono stati, tutti questi, episodi di squadrismo fascista? Sì, ma i 5 stelle, oggi, sono al governo con il PD. Quindi non si può dire.

Questo è il gran paradosso della sinistra giustizialista ed illiberale: essersi posta a garante di un sistema, quello democratico-parlamentare, delegittimandolo indirettamente. In che modo? Semplice: mediante la manipolazione delle inchieste giudiziarie e l’esaltazione dell’antipolitica, strategie infide che producono qualunquismo e odio sociale.  Insomma, è innegabile che la sinistra antifascista – soprattutto fino agli anni Settanta – abbia eretto una poderosa diga contro il risorgere di velleità fasciste. E tuttavia se attacchi eversivi alla democrazia sono avvenuti, mi riferisco qui agli attacchi autolesionistici sorti in seno alla classe politica democratica, la sinistra antifascista non può chiamarsi fuori come una verginella.

C’è una nota positiva: la democrazia italiana ha resistito alle scosse telluriche, nonostante tutto. Dal governo Craxi sono passati quasi quarant’anni, dallo tsunami Mani Pulite una trentina, non possiamo forse dire che la democrazia italiana è solida, perché radicata nella coscienza di milioni di italiani? No, non possiamo dirlo: una certa sinistra, quella che ama salire in cattedra e bacchettare gli eretici e i dissenzienti, ha decretato una rinascita fascista. Occorre vigilare, oggi più che mai! Chi non è d’accordo è colluso col nemico della civiltà, oppure è un utile idiota. Così avviene che una sinistra povera di contenuti, priva di programmi incisivi, una sinistra che ha rinnegato le proprie radici, la propria identità, riesumi l’antifascismo quale unico collante identitario per vincere le elezioni.

Il PD, nato dalla fusione a freddo fra comunisti e democristiani, avendo come vocazione principale la conquista del potere, è l’esempio eclatante di questa operazione ideologica di scarso respiro, che sarà un boomerang per le famiglie e i lavoratori quando apparirà lo spettro della crisi economico-sociale. Il PD, che sa benissimo come avvinghiarsi alle poltrone, brancola nel buio per quanto riguarda l’arte del buongoverno ispirata alla giustizia sociale, non ha le coordinate politiche per muoversi in questo mondo impazzito. La globalizzazione ha fatto saltare tutte le categorie a noi note, le aziende continuano a delocalizzare, l’Italia non cresce perché incapace strutturalmente di agganciarsi alla locomotiva mondiale che si chiama economia della conoscenza – scarsa produttività, analfabetismo diffuso e denatalità sono un cocktail micidiale per il nostro futuro. Ormai vota solo metà degli italiani! E qual è la brillante soluzione prospettata dal PD, partito guida di ogni coalizione del centrosinistra? Riesumare l’antifascismo, unica eredità vitale della cultura marxista. La critica economico-sociale, quella non esiste più: cassata.

I fondi europei sono una boccata d’ossigeno, e ora abbiamo Draghi – Dio ce lo preservi a lungo in ottima salute, magari alla guida del Governo per qualche anno ancora. Ma prima o poi i nodi verranno al pettine, e ci strapperemo i capelli. Questa sinistra radical chic pensa solo ai garantiti, a coloro che hanno capitali o il posto fisso. Già nella mia cerchia di amici ho conosciuto il dramma del licenziamento. Che fai, a cinquant’anni, se ti lasciano a casa di punto in bianco? Se perdi un lavoro dignitoso, oggigiorno, al massimo ti mettono a partita IVA, oppure lavori a provvigione. La soluzione sarebbe l’elemosina di Stato nota come salario di cittadinanza? Ma la sinistra storica non predicava la dignità del lavoro? La filosofia della prassi, come la definì Gramsci, idealizzava l’homo faber. E la nostra repubblica antifascista non è fondata, appunto, sul lavoro?

I giovani laureati lasciano l’Italia, in cerca di fortuna. Molti ragazzi e ragazze, nel Mezzogiorno, abbandonano le scuole nell’età dell’obbligo. I pensionati aumentano a dismisura. I morti sul lavoro si ammucchiano, che pare un bollettino di guerra, nell’indifferenza dei maggiorenti del PD. La crisi sociale è in agguato. E cosa fa la sinistra che fa capo al PD? Non lo si ripeterà mai abbastanza: rinfocola un antifascismo manieristico.  Riecheggia la voce critica (e profetica) di Pier Paolo Pasolini. Ecco cosa scrisse nel lontano 1974: “Esiste oggi una forma di antifascismo archeologico che è poi un buon pretesto per procurarsi una patente di antifascismo reale. Si tratta di un antifascismo facile che ha per oggetto ed obiettivo un fascismo arcaico che non esiste più e che non esisterà più”. Pasolini sbagliava, a mio avviso, nell’individuare nella società dei consumi questo nuovo fascismo. Se al consumismo che lui aborriva sostituiamo “capitalismo finanziario, speculativo, selvaggio, senza regole”, avremo una formula aderente alla realtà odierna.

Spesso mi rimproverano di idolatrare Papa Francesco. Ebbene sì, io, laico, agnostico, lo ammiro. E sapete perché? Semplice: perché è più a sinistra lui del PD. Quando gli fecero presente i pericoli del jihadismo violento, cosa rispose il Pontefice, saggiamente? Ricordatevi, cari miei, che c’è anche il terrorismo economico, quello che produce miseria e disperazione. “Il nuovo imperialismo del denaro toglie di mezzo addirittura il lavoro, che è il modo in cui si esprime la dignità dell’uomo, la sua creatività, che è l’immagine della creatività di Dio. L’economia speculativa insegue l’idolo del denaro che si produce da sé stesso”.   Eccolo squadernato, il terreno di coltura dei fanatismi violenti. Poi, certo, ci sono le ideologie e i cattivi maestri. Ma senza una palude maleodorante le zanzare non proliferano. Gli storici di professione inorridiranno nel leggere queste mie parole (il fascismo, dicono, è un fenomeno storico e come tale andrebbe studiato), ma, poiché il PD parla a vanvera di minacce fasciste… Svegliatevi, cari “compagni” del PD: c’è un fascismo strisciante molto più pericoloso e infinitamente più violento di quello di Forza Nuova: è il fascismo economico che ha distrutto le sicurezze della classe media in quasi tutti i Paesi dell’Occidente, sgretolando l’ossatura delle democrazie mature, è il fascismo finanziario che umilia la dignità del lavoro e che mira a cancellare il grande compromesso fra capitale e lavoro mediato e garantito per settant’anni dalle socialdemocrazie europee. I partiti socialisti liberaldemocratici, dando vita allo Stato Sociale, hanno incivilito il capitalismo rampante dei tempi di Marx. Il compromesso social-democratico è una straordinaria conquista di civiltà dell’Europa politica. Giacché una democrazia priva di una robusta iniezione socialista, una democrazia tracimante conflitti sociali e diseguaglianze, è una scatola vuota. Ed altresì una bomba ad orologeria. Allora sì che i neofascisti diventano un pericolo esistenziale.   Meditate, compagni, meditate.

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