Dall’esilio alla condanna: la doppia solitudine di Lucano. Dove va la giustizia italiana?

– di MAURIZIO FANTONI MINNELLA –

Nell’ultima sequenza del film Esilio la passione secondo Lucano, realizzato nel 2019 dall’autore di questo articolo, vediamo il relitto di una barca a vela ormeggiata sulla spiaggia di Riace dal lontano 1998. C’erano i profughi curdi su quella barca e lì su quel bellissimo litorale da cui, oltre cinquant’anni orsono emergevano tracce preziose di un passato antico, (gli ormai leggendari Bronzi di Riace), un uomo li accolse dando loro ospitalità e un rifugio dove vivere in pace. Quell’uomo era Domenico “Mimmo” Lucano. Non è una favola consolatoria da raccontare ai bambini prima di addormentarsi, ma una delle molte storie vere che accadono su questa nostra meravigliosa e triste penisola solcata da venti e mari e che dunque meriterebbero la considerazione e il rispetto di tutti. Non è stato così. Non lo è mai stato quando si tratta di storie di caparbietà e di coraggio, tali da sfidare, come nel caso di Lucano, le burocrazie, le pastoie e i lacci talvolta incomprensibili delle leggi. Si perché l’ex sindaco di Riace, conosciuto e rispettato in tutto il mondo per avere inventato un nuovo e sostenibile, quindi più umano, modello di accoglienza che si potrebbe sintetizzare in un luogo il “Villaggio globale” e in una sola frase: portare il mondo in un solo paese. E lo ha fatto con costanza e coerenza, non sempre nel rispetto delle burocrazie e di leggi inique, dimostrando, quasi fosse l’ultimo “bandito di Calabria” che talvolta verità e giustizia hanno ragione della legge stessa.

Era ed è ancora orgoglioso, Lucano, della propria creazione reale e simbolica al tempo stesso, una sorta di nuova arca dei rifugiati dove si parlano molte lingue diverse, si mette un grande patrimonio umano in comune avviando umanisticamente, un processo di conoscenza e di reciprocità che, diciamolo pure senza timore, era e resta tutt’ora estraneo alle logiche istituzionali e a quelle dei partiti politici.

Ecco dunque emergere una prima spiegazione dell’ottuso accanimento giudiziario che ha portato alla sentenza di condanna che ci sentiamo di rifiutare umanamente ed eticamente “senza se e senza ma”. Ottuso e grottescamente moralistico, soprattutto in virtù del fatto che Lucano, agendo all’interno delle istituzioni, rendeva il suo “crimine” ancora più intollerabile. Consapevoli di quanto poco possa contare il giudizio di migliaia di persone che oggi, da diverse latitudini, si indignano, si oppongono all’iniquo, crudele verdetto (il doppio rispetto a quello chiesto dall’accusa!), che ha il sapore di una vendetta, sebbene in forma non definiva, (a cui si aggiunge la beffa della restituzione della somma di 500 mila euro!!), raccogliendo firme di solidarietà. Il sociologo Tonino Perna (lo leggiamo in un quotidiano nazionale) ha perfino affermato che “ieri è nato il reato di umanità, peggiore dell’omicidio, della corruzione, del narcotraffico”. Ma tutto questo a che cosa potrà servire se non a ribadire con assoluta amarezza, la presenza di una frattura insanabile tra un’Italia che pensa e che agisce con coscienza nel rispetto delle diversità ritenute una risorsa e non un problema e un’altra, oggi festante, che pratica la politica dell’intolleranza e dell’esclusione?

Eravamo andati a Riace e non l’avevamo trovato anche se tutto parlava di lui e della sua utopia concreta, lui invece, era solo nella casa disadorna del suo “esilio” di Caulonia, una cittadina costiera a pochi chilometri da Riace, dove finalmente lo abbiamo incontrato e avuto da lui il dono di una confessione intima, intrisa di amarezza ma anche di speranza e di questa gli saremo sempre grati. Ciò che chiamiamo cinema del reale si è improvvisamente materializzato nella figura malinconica eppure vitale, in taluni momenti perfino torrenziale di Mimmo Lucano esule appena fuori di casa sua, in una girandola demente di provvedimenti giudiziari che da artefice di un grande progetto umanitario, lo trasformano alla stregua di un paria di fronte a i suoi stessi cittadini, alcuni dei quali a lui sempre stati ostili.

Di fronte all’immagine di Lucano che si copre il volto al pronunciamento della sentenza, le parole diventano lame crudeli che incidono in profondità nella coscienza di ciascuno lasciando intorno a sé un vuoto incolmabile che la doppia solitudine di Mimmo Lucano rimodella entro una prospettiva politica che solo il possibile successo della sua lista Un’altra Calabria è possibile, e la conferma della sua candidatura, in corsa alle prossime elezioni, sarà forse in grado di riscattare. Ma è proprio la forte valenza simbolica della sua presenza nell’agone elettorale a fare la differenza tra un uomo che si sente umiliato e sconfitto e un altro che, invece, lotta per affermare la giustezza del proprio operato.

E noi, tuttavia, continuiamo, anche se stanchi, ad interrogarci se un’altra Italia sia ancora possibile!…

 

fondazione nenni

Via Alberto Caroncini 19, Roma www.fondazionenenni.it

Rispondi