Verdone e la sua dolce carezza

-di PIERLUIGI PIETRICOLA-

 

Conosco Carlo Verdone da tre anni. Ci vediamo pochissimo, ma ci sentiamo spesso. Il timore di disturbarlo ogni volta che gli mando un messaggio o mi arrischio a fargli una telefonata, è sempre presente. L’artista non riposa mai, e anche quando sembra che non stia facendo nulla la sua mente è comunque all’opera.

Tre anni fa, insieme col mio amico Marco Ghitarrari, organizzammo un evento che avrebbe visto protagonista proprio Carlo Verdone. Quando lo invitammo, la sua risposta non si fece attendere. Disse immediatamente di sì: “Mi farà piacere essere con voi. Il tempo di capire in quali giornate il prossimo film mi vedrà impegnato sul set e fissiamo la data”. Contrariamente agli altri suoi colleghi del mondo dello spettacolo, Verdone non è fra quelli che si fanno desiderare. Al contrario, la sua cordialità, la sua umanità, la sua gentilezza, la sua magnanimità – parola che uso non a caso, e più avanti spiegherò il perché – sono, in base alla mia esperienza, la cifra caratteristica della sua persona.

La mattina dell’evento – un bellissimo e mite giorno di Dicembre – Verdone mi disse che ci saremmo visti sotto casa sua alle 16:20. “Verrò con un mio amico”. “Perfetto. A più tardi allora Maestro”. Arrivai all’appuntamento con mezzora di anticipo. Alle 16:20, puntuale, Verdone uscì dal cancello di casa sua. Ci salutammo e ci presentammo. “Preferisce salire davanti o dietro Maestro”? “Salgo davanti, grazie”. Dietro si accomodò la persona che l’accompagnava, nonché suo amico (e oggi anche mio), Ernesto Fioretti.

Durante il tragitto parlammo un po’ di come si sarebbe svolto l’evento, quanto sarebbe durato e cosa avremmo fatto dopo: “Andremo a cena Maestro in un posto tranquillo dove si mangia bene e non verremo disturbati”. “Perfetto, grazie mille”.

Quelle risposte serrate, precise, che non ammettevano replica rivelavano il carattere di un uomo gentile, cortese, ma che ama stare con i suoi pensieri, che deve dipanare filo per filo senza perdere nessun dettaglio. Lì per lì fui un po’ intimorito. Si avvertiva, oltre che una forte personalità, anche una certa aristocraticità d’altri tempi, propria delle persone dall’animo nobile, colte, consapevoli di ciò che sanno. Ma non vi era supponenza. Solo gli stupidi potrebbero pensarlo. Vi era quel giusto distacco, quella distanza gentile e fatta di grazia che Carlo Verdone ha sempre posto fra sé e il mondo per osservarlo e ricrearlo nei suoi film e nelle pagine dei suoi libri.

Di quella giornata trascorsa con lui ho un ricordo bellissimo. Perché Verdone fu generosissimo con il pubblico e, prima ancora, con noi che organizzammo l’evento. A cena, mentre mangiavamo, ci raccontò alcuni episodi e aneddoti esilaranti. Lo fece con tono sempre pacato, elegante, mostrando grande rispetto per le persone di cui parlava.

Quando lo riaccompagnai a casa, ci salutammo con la promessa di non perderci di vista. E così è stato. Come dicevo, non ci vediamo spessissimo perché il lavoro è sempre severo e dirada le occasioni in cui si potrebbe trascorrere del tempo insieme, magari davanti ad una bella amatriciana.

Ma la cortesia e la gentilezza di Verdone hanno sempre avuto la meglio sull’assenza, al punto che oggi non riuscirei a pensare diversamente a lui se non come ad un amico prezioso.

Leggendo il suo ultimo bellissimo libro, La carezza della memoria, ho ritrovato il Carlo Verdone che conosco e che tra me e me ho sempre immaginato. Quella distanza di cui parlavo prima non è solo una forma di difesa verso coloro che approfittano della sua generosa gentilezza: “Ormai vivo nel perenne sospetto di trovarmi di fronte a mitomani, squilibrati o veri e propri maniaci. Ho assistito a tanti di quegli episodi pazzeschi che sono sempre molto attento a scrutare bene chi ho davanti”. Questo distacco sono convinto sia, più che altro, un modo nobile per entrare in contatto con un’anima e, al limite, capire se vi può essere spazio per qualcosa di diverso da un semplice saluto formale di cortesia.

Questa nobiltà non può essere meglio definita che con la parola magnanimità. E come spiega Mario Verdone in un foglio riportato per intero ne La carezza della memoria: “La vera nobiltà dell’uomo è nella magnanimità. La magnanimità è anche espressione dell’intelligenza. Intelligenza sulle cose, intelligenza del mondo, valutazione dell’esistente e del possibile”.

Caratteristiche che posso dire di aver percepito nitidamente in Carlo Verdone. E che tutti, leggendo il suo ultimo libro, potranno avere modo di apprezzare. Raramente capita di incontrare pagine così sincere e così ben scritte, dove dramma e comicità si equilibrano e assumono un aspetto umano e mai, in nessun momento, sono alterate da un benché minimo artificio di letterarietà.

Tra le storie che più mi sono entrate nel cuore: “Maria F.” e “Guglielmo”, vissute e raccontate con un rispetto e un’eleganza che solo in Tomasi di Lampedusa mi è capitato d’incontrare, in quel bellissimo racconto che è La sirena.

La carezza della memoria non è solo un’esperienza preziosa di lettura. È, soprattutto, un’occasione per conoscere un animo nobile (ve ne sono pochi così): quello di Carlo Verdone. Ma questo libro è anche un invito a trattare la sua anima con attenzione (come direbbe il Sacramozu di Hofmannsthal). E chissà che, da ora in poi, quando qualcuno lo incontrerà per strada, invece di aggredirlo in modo indelicato con le solite banali richieste di foto, non gli dica: “Volevo semplicemente ringraziarla per aver segnato con il suo talento tanti bei momenti della mia famiglia” (parole che un giovane Verdone disse a Carlo Campanini quando lo incontrò a Torino ai tempi di Non stop).

pierlu83

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