Ora e sempre: liberaldemocrazia

– di EDOARDO CRISAFULLI –

La cosa che fa più male – dopo la conta dei morti a Capitol Hill – è quel gongolare di dittatori e leader autoritari in giro per il mondo. Impettiti, pronunciano l’ennesima condanna a morte per asfissia del nostro sistema di governo. Il quale, si badi bene, non è una forma politico-istituzionale qualsiasi: è un pilastro della civiltà occidentale.  Teorizzata dai filosofi greci, l’idea democratica fu attuata per la prima volta compiutamente nell’Atene di Pericle, nel V secolo A.C. Già allora i fondamenti della polis democratica erano la libertà e l’eguaglianza. Purtroppo aleggiano ancora i fumi tossici del marx-leninismo – la democrazia, senza la statizzazione dell’economia, sarebbe un vuoto involucro.  Eloquente la critica che Luciano Pellicani rivolse a Umberto Eco, secondo cui quella ateniese non era una vera democrazia, in quanto fondata sul modo di produzione schiavistico. Tesi smontata magistralmente da Pellicani, testi alla mano: lo schiavo ateniese poteva arricchirsi, ed era certamente più libero di un ilota spartano (“Perché, su Marx e Pericle, Umberto Eco fu anche un cattivo maestro”, Il Foglio, 5 marzo 2016).

Mutatis mutandis: l’assalto a Capital Hill da parte di una masnada di neonazisti e suprematisti bianchi ha ridato fiato alle trombe degli scettici: “l’abbiamo sempre saputo, quella americana non è una vera democrazia”. Questi signori hanno in mente un modello astratto e inarrivabile; a voler giudicare severamente, forse neppure la nostra è una democrazia compiuta. Mettiamo un punto fermo, citando Churchill: “nessuno si aspetta che la democrazia sia perfetta o saggia su tutto. E infatti è stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, ad eccezion fatta per le altre forme che sono state sperimentate nella storia.” La democrazia, insomma, è perfettibile: nessuno può negare che l’Italia sia ben più democratica e libertaria oggi di quanto non lo fosse nel dopoguerra, quando si licenziavano i sindacalisti nelle fabbriche.

Perfettibilità significa che ci ispiriamo a un modello che oggi esiste nell’empireo dei sogni, e che un domani sarà reale. Non perché la storia ci condurrà al Paradiso per moto proprio: sono fiducioso che i cittadini vogliono e vorranno il sistema politico attuale. La democrazia è un’utopia concreta: chi è fortunato di viverci, l’ha già sperimentata – in forma larvale o matura. Deve però impegnarsi per preservarla, estenderla, migliorarla. Pensate alla nostra Costituzione: possiamo forse dire che sia stata attuata in ogni sua parte? Direi di no. Ma lo scarto fra ideale e realtà non deve indurci al pessimismo cosmico; dev’essere semmai un incentivo ad attuare i principi costituzionali fino in fondo. Questo è il nostro imperativo categorico politico-morale.

L’ideale di perfezione cui aspiriamo non può ignorare un dato di fatto incontestabile: le democrazie reali funzionano, pur essendo spesso pallide copie del modello assiso spocchiosamente nel regno delle idee. In verità, un modello assai vicino alla perfezione l’abbiamo realizzato, in Europa, nel periodo postbellico: la social-democrazia svedese, tedesca e francese; il laburismo inglese che fece costruire tantissime case popolari creando altresì un eccellente servizio sanitario; il primo e il secondo centrosinistra italiano (quello di Craxi), che hanno garantito un minimo di giustizia sociale in un clima di libertà. Se ho una critica da fare al modello americano è l’assenza di una sinistra social-democratica con vocazione maggioritaria. Ciò rende gli USA ancora più imperfetti. Ma in nessun modo scredita la loro idea di democrazia, e men che mai la loro passi liberaldemocratica, fondata sulla separazione e sull’equilibrio dei poteri. È sui diritti economico-sociali che gli americani hanno molta strada da percorrere (si pensi alle battaglie per introdurre un servizio sanitario nazionale pubblico come quello europeo). Sui diritti civili e sulla difesa delle libertà loro sono avanti anni luce.  Sì, lo so: i due piani non si possono scindere del tutto. Attenti però a commettere l’errore che il pur geniale Eco commise: quella americana pur sempre liberal-democrazia è. Ha quindi tutte le caratteristiche per un’evoluzione in senso social-democratico. Io sono socialista perché credo nella giustizia sociale; ma sono altrettanto convintamente un liberal-democratico perché a una società socialista ci si deve arrivare con metodo pacifico, con la persuasione, non già con la violenza o l’imposizione.

Non lo si ripeterà mai abbastanza. La qualità migliore delle democrazie liberali non è un’impossibile perfezione, bensì una realistica perfettibilità. Ciò le rende tetragone alle intemperie come un edificio antisismico giapponese di ultima generazione: nessun terremoto le farà crollare. Le dittature, invece, non sono migliorabili: o mutano natura e quindi implodono, si disintegrano, o rimangono statiche, eternamente uguali a sé stesse relativamente ai principi su cui si fondano: nessuna transizione pacifica del potere all’opposizione, il cittadino è e deve rimanere un suddito. Ecco perché i dittatori e gli autocrati reagiscono con forza esagerata di fronte alla minima espressione di dissenso: temono il famoso buco nella diga che inevitabilmente si allargherà fino a diventare una voragine.

L’assalto a Capitol Hill è una pagina nerissima nella storia della democrazia statunitense, incalcolabili i danni causati da Trump. Non per questo perdo fiducia nel sistema americano, che è capacissimo di scongiurare minacce ben peggiori e di rinnovarsi giorno dopo giorno. La vittoria elettorale di Biden, propiziata dai socialisti americani come Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, è lì a dimostrarlo. Anche la nostra democrazia, del resto, ha retto all’onda d’urto dell’eversione e del terrorismo che, con il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, colpì al cuore lo Stato italiano negli anni Settanta del Novecento. La nostra democrazia è ancora più solida, dopo quella prova terribile. Sono le dittature, le teocrazie, le autocrazie che prima o poi tracolleranno sotto la spinta dei popoli che reclamano la libertà.

Lo so: c’è confusione sotto il cielo. Staterelli dispostici amano usare spregiudicatamente l’aggettivo democratico. Si pensi alla Repubblica Democratica Tedesca, sotto il giogo dell’URSS: tutto era meno che democratica. Non sbugiarderò i despoti citando un filosofo bensì, nuovamente, Churchill. Nel pieno della seconda guerra mondiale, per la precisione il 31 ottobre del 1944, mentre i missili nazisti si abbattevano implacabili su Londra, quello statista d’eccezione, prendendo la parola nella House of Commons, fece il miglior panegirico – dimesso, privo di pomposità – alla nostra civiltà: “alla base di tutti gli omaggi che rendiamo alla democrazia c’è questo ometto che entra nella cabina elettorale e, con una piccola matita, appone la sua crocetta su un pezzetto di carta – nessun florilegio retorico o discussione altisonante può sminuire l’importanza straordinaria di questo fatto.” La traduzione italiana non rende appieno la forza espressiva dell’originale: Churchill ripete ossessivamente l’aggettivo “little” (= piccolo). Un sistema così complesso e articolato qual è quello democratico si regge su minuscole – ma importantissime – operazioni: una “little cross” apposta da una persona qualunque, “a little man”, in un luogo modesto, “a little booth”, con mezzi semplicissimi: “a little pencil”, e “a little bit of paper”. È proprio lì, nel seggio elettorale che vorrei trascinare i dittatori autoproclamatisi leader del popolo che hanno la sfrontatezza di dichiarare falsa la democrazia statunitense.

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